Lo scontro sindacale all’ex Ilva di Taranto

Il 28 settembre scorso i sindacati hanno dichiarato uno sciopero di 24 ore  all’ex Ilva di Taranto, denunciando la situazione di abbandono e di pericoloso di declino dell’azienda. In proposito pubblichiamo una corrispondenza di Francesco Maresca che racconta della situazione di gravi crisi delle Acciaierie d’Italia (AdI), cioè l’ex ILVA, dello scontro dei lavoratori con la proprietà cioè la Mittal e l’Amministratrice delegata, e infine del ruolo del governo italiano.

Lo scontro fra le organizzazioni sindacali, da un lato, Mittal e il governo dall’altro, è diventato molto aspro. La prova di questo scontro è che per la prima volta, le OO.SS, hanno pubblicato un manifesto gigante in cui si accusa l’Amministratrice delegata di praticare in assoluto la peggiore conduzione del gruppo. La cosa, però, che lascia perplessi molti è che in questo manifesto appare l’AD Morselli, con accanto la medaglia di peggior amministratore. La Morselli non l’ha presa male, anzi, in un convegno di industriali, casualmente, convocato proprio il giorno dello sciopero di 24 ore, indetto dai sindacati ha dichiarato: “I manifesti, li ho pagati io”-, suscitando molta ilarità fra gli astanti. Ovviamente la risposta sindacale è stata stizzita, dicendo “I manifesti li hanno pagati i lavoratori”.

Superiamo queste note apparentemente, di colore, cercando di entrare nel merito della crisi profonda di Acciaierie d’Italia. Innanzitutto, dello stabilimento di Taranto, che è lo stabilimento centrale, il motore del gruppo.

Oggi la polemica e lo scontro, oltre al tema ambientale, riguarda le condizioni impiantistiche; secondo i lavoratori sono messi molto male, tanto da denunciare la mancanza di materiali di ricambio di parti di impianti; la produzione è a ”ranghi ridotti”: si pensi che invece di 9, 10 milioni di tonnellate all’anno, si producono solo 4 milioni di T. di ghisa; e non sarà nel solo 2023. Gli impianti marciano al di sotto della loro capacità.  L’altoforno 3 è smantellato; l’altoforno 5  (il più grande dei 4 rimasti) è fermo dal 2015 e non si sa se sarà rimesso in funzione, visti gli alti costi; gli altiforni 1,2,4, vengono fermati per guasti costantemente e, data la la mancanza di pezzi di ricambio stentano poi a ripartire. Stessa sorte tocca alle 2 Acciaierie, per non parlare delle 12 batterie della cokeria, le quali sono quelle che inquinano di più. E, dulcis in fundis, c’è tutta la vicenda legata all’ambientalizzazione degli impianti; in verità alcune modifiche sono state fatte, come ad esempio i 2 capannoni che hanno incapsulato i cumuli di minerali;  infatti si nota che ci sono meno polveri che invadono il quartiere a ridosso dello stabilimento (Rione Tamburi); i filtri a manica hanno ridotto l’emissione di diossina, (che aveva prodotto disastri sanitari terribili sulla popolazione e costretto a macellare interi greggi di pecore) riportandola ai termine di legge. 

Ma tutto questo non basta certo. Siamo davanti a un quadro che si deteriora sempre di più e che, alla fine, ha fatto proclamare ai sindacati uno sciopero di 24 ore a Taranto, raccolto dai lavoratori di Genova Cornigliano scesi in piazza anche con mezzi pesanti i quali hanno bloccato anche alcune arterie della città. 

L’Amministratrice Morselli, nega tutti i problemi, sostenendo che tutto va bene e che ha fatto tutte le modifiche necessarie. Ecco cosa ha dichiarato: “Quest’azienda è completamente diversa da quella che era quattro anni fa, è molto più bella, molto più potente, molto più forte. Non è un momento brutto per l’azienda”.

Sono passati quattro anni e abbiamo fatto delle cose belle. Una delle cose belle è stata la settimana scorsa quando abbiamo avuto 500 clienti, che sono venuti nonostante ci fosse un clima non molto ricettivo. Sono venuti lo stesso. Nessuno ha cancellato, c’erano anche delle persone importanti, grandi imprenditori che avrebbero potuto mettere a rischio la loro incolumità ma sono venuti lo stesso” ha detto Morselli riferendosi al fatto che la convention aziendale a Taranto è coincisa con 24 ore di sciopero di Fim, Fiom e Uilm e i presidi di protesta davanti agli accessi della fabbrica.Sono venuti più del previsto – aggiunge l’ad – ed è stato un momento importante perché abbiamo raccontato quello che abbiamo fatto”.

Quando si ha a che fare con  un personaggio del genere si comprende il nervosismo delle Organizzazioni sindacali (FIM, FIOM, UILM e anche l’USB), le quali denunciano la mancanza di un piano produttivo  della decarbonizzazione si fanno solo promesse vaghe.

Da parte sua il governo “nazionalista”, non perde occasione per favorire la multinazionale Arcelor-Mittal; i padroni non si contraddicono. Più volte è stato chiesto a questo governo, come a quelli precedenti, di togliere dalle mani di Mittal tutto il gruppo industriale ex Ilva, ma da questo orecchio, i governi, non ci sentono. Già nel 2024 Invitalia avrebbe dovuto rilevare la maggioranza delle azioni ma, poi, hanno solo rinnovato l’accordo di acquisto rinviando la possibilità che Invitalia diventi maggioranza nel 2026; dopo aver versato più di 400 milioni a Mittal, gliene hanno versati altri 680 milioni; questi soldi sono ora completamente che ormai sono completamente finiti, lasciando debiti alle aziende di appalto e a non poter pagare il rifornimento di gas, rischiando così di chiudere lo stabilimento. Crediamo che Mittal punti a raggiungere questo obiettivo, così come ha fatto con tanti altri stabilimenti in Europa e non mondo. E il governo, alla fine, darà altri soldi a fondo perduto. Nel frattempo, ricordiamo che a oggi l’azionista di maggioranza non ha pagato la quota di affitto del gruppo, che sarà sottratto al momento della fine della rateazione per l’acquisto dello stabilimento.                                                                                            A tutto questo va aggiunto l’enorme uso della Cassa integrazione guadagni che sta portando i lavoratori a condizioni salariali sempre più misere, con perdite anche sulla tredicesima e, in più c’è tutta la partita dei 1500 lavoratori in Cig dell’ILVA in Amministrazione straordinaria che non vedono sbocchi alla loro situazione. 

Crediamo sia giunto il momento di intensificare le lotte in tutto il gruppo per rivendicare con forza la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia; se questo non avvenisse l’esito non potrà che essere la sua chiusura.   

LISTA IMPIANTISTICA 

L’unità produttiva a ciclo integrale di Taranto dispone dei seguenti impianti:

  • 12 batterie di forni per coke (6 in funzione)
  • altiforni (tre in funzione: Afo 1/3/4; Afo 5 in attesa di interventi di ambientalizzazione e manutenzione straordinaria; Afo 2 in dismissione completa)
  • 2 impianti di agglomerazione minerale (1 in funzione linee D ed E)
  • acciaierie LD:
    • 1 LD con 3 convertitori da 330 t
    • 1 LD con 3 convertitori da 350 t.
  • colate continue a due linee per bramme
  • decapaggi ad acido cloridrico
  • treni di laminazione a caldo per nastri
  • 1 decatreno (decapaggio di acido cloridrico + treno di laminazione a freddo)
  • 1 Impianto di rigenerazione di acido cloridrico con tre forni ad arrostimento
  • 1 linea di elettrozincatura
  • 2 linee di zincatura a caldo
  • 1 impianto di ricottura statica con 54 forni e 125 basi
  • 1 treno tandem Temper
  • 1 treno lamiere quarto a due gabbie
  • 1 tubificio a saldatura longitudinale ERW
  • 2 tubifici a saldatura longitudinale SAW
  • 1 tubificio a saldatura elicoidale SAW da nastri / lamiere (dismesso)
  • 4 impianti per rivestimento interno ed esterno di tubi in polietilene, resine epossidiche, FBE
  • linee di finitura e taglio
  • Inoltre, una centrale termoelettrica di circa 800 MW gestita dalla società in house Taranto Energia, che utilizza i gas siderurgici ivi prodotti.