Violenza di genere: no alle risposte securitarie e allo sciacallaggio delle destre
di Laura Vassalli
Femminicidi, violenze sessuali, violenza domestica e violenza di genere sono ormai tornati a fare da sottofondo alla cronaca ordinaria come notizie di ordinario patriarcato, dopo che la stampa per settimane gli aveva dedicato prime pagine e titoloni, in particolare insistendo sulla vicenda di uno stupro di gruppo a Palermo ai danni di una ragazza.
Si è parlato, come in molte (troppe) altre occasioni, di “lupi”, “branchi” e “mostri”, ma sappiamo che questa è una narrazione tossica e sessista, perché si individualizza un fenomeno che invece ha delle profonde radici sociali.
L’insistenza sull’abbigliamento dell’aggredita, sul suo stile di vita, sull’orario o sul luogo dell’aggressione, serve poi solo a deresponsabilizzare gli autori delle violenze e a colpevolizzare la vittima dell’aggressione, insinuando, più o meno apertamente, la sua corresponsabilità.
Anche soffermarsi su quanto la vittima abbia bevuto alcolici ammicca all’idea che in fondo, ma neanche troppo, se la sia cercata. Ma togliendo il velo della lente patriarcale, è evidente che aggredire una persona che non sia nel pieno delle sue facoltà mentali o fisiche, costituisce un’aggravante per chi commette la violenza, che vuole imporre il proprio dominio colpendo meschinamente chi non è in grado di difendersi, e/o agendo vilmente in gruppo, magari sette contro una, come è successo a Palermo, con una vigliaccheria che ricorda da vicino quella fascista.
Senza contare, poi, che spesso lo stato di incoscienza o annebbiamento viene provocato volontariamente dallo stupratore proprio per assicurarsi che la vittima designata non riesca a ribellarsi.
Lo sciacallaggio delle destre
Alla notizia degli orribili fatti di Palermo, che è stata accompagnata da un’ipocrita ondata di stupore per la particolare brutalità dell’accaduto e da generiche invocazioni di pene più dure per gli stupratori, se ne è poi aggiunta un’altra se possibile ancora più raccapricciante, riguardante altre violenze, subite da due bambine preadolescenti, cugine tra loro, di 10 e di 12 anni, a Caivano, in un territorio di forte degrado sociale amministrato da realtà criminali e già teatro di altri orrori e violenze che hanno spezzato vite di altre bambine in modi che più crudeli e feroci è difficile immaginare.
E sulle vite di queste bambine e di queste ragazze il governo Meloni ha fatto una propaganda ripugnante per giustificare politiche autoritarie e reazionarie che criminalizzano il disagio sociale e il dissenso, mentre aizza la guerra tra poveri lanciando briciole di sussidi sociali in un’ottica familista e competitiva, per poi indicare i migranti, su cui ora si stanno maggiormente concentrando le politiche securitarie, razziste e fascisteggianti di questo governo, come capro espiatorio.
L’intervento a Parco Verde a Caivano per dimostrare la “mano pesante” del governo, che si vanta di aver impegnato “400 uomini” per il blitz, ha prodotto tanto polverone e tanta propaganda reazionaria, ma nulla sul piano pratico, se non, probabilmente, la compromissione di atti di indagine, sia sulle violenze sessuali di gruppo sulle due cuginette che su altri tipi di indagini in corso.
La visita in pompa magna a Caivano di Giorgia Meloni, come fu la visita di Matteo Salvini a San Lorenzo a Roma (sempre a seguito di un brutale episodio di violenza di genere) rappresentano una vera e propria opera di sciacallaggio.
I movimenti femministi e transfemministi in piazza contro la violenza patriarcale
Mentre i media vendono torbidi dettagli strappa clic e il governo ci specula sopra, c’è chi scende in piazza e rifiuta la narrazione tossica della violenza contro le donne come fatto privato ed episodico e lo politicizza e lo contestualizza in un sistema patriarcale di oppressione di genere.
Manifestazioni di solidarietà e mobilitazioni contro patriarcato e violenza di genere sono state organizzate in tempi brevissimi, anche ad agosto, dal movimento transfemminista Non Una Di Meno e altre realtà femministe in varie città, Palermo in primis, e hanno visto una larga partecipazione popolare.
“Sorella non sei sola”, “lo stupratore non è malato, è il figlio sano del patriarcato”, “ti rissi no” (“ti ho detto no”) sono stati gli slogan urlati e che rendono bene l’idea di come gli autori di queste violenze agiscano coerentemente nella società patriarcale che li ha cresciuti con un’idea possessiva e maschilista che non accetta percorsi di autodeterminazione delle donne e delle soggettività LGBTQIA+.
Molti tipi di violenza in un sistema violento
L’oppressione patriarcale prevede un elenco incredibilmente lungo di violenze: femminicidio, trans*cidio, violenza sessuale, violenza domestica, violenza psicologica, stalking, minacce, discriminazioni e molestie dentro e fuori dai posti di lavoro, palpeggiamenti indesiderati, mansplaining, catcalling, revenge porn…
Ma la violenza patriarcale va oltre l’atto violento in sé e agisce in un contesto sociale, giuridico ed economico che la alimenta.
Si chiama violenza secondaria, ad esempio, quella istituzionale dei tribunali e dei servizi sociali, che scandaglia la vita privata della vittima e la colpevolizza, e che a volte emette sentenze assurde “giustificazioniste” (come quella recente in cui lo stupratore è stato assolto perché “non aveva capito” che non c’era assenso).
La ripartizione dei ruoli sociali e la divisione dei compiti lavorativi basata sugli stereotipi di genere, poi, fa molto comodo al capitalismo, che così non deve farsi carico di una buona parte del lavoro di cura e assistenza, che viene svolto dalle donne in maniera gratuita all’interno delle famiglie, o in modo precario e sottopagato all’esterno quando è esternalizzato come attività lavorativa.
La femminilizzazione di specifici settori lavorativi e gli ostacoli sociali che le donne trovano per accedere a impieghi più qualificati e più remunerativi, sono funzionali alla disparità salariale a svantaggio delle donne e a vantaggio dei profitti. Le donne, inoltre, sono soggette anche a una maggiore precarietà lavorativa, in quanto il loro lavoro viene socialmente considerato “accessorio” rispetto a quello dell’uomo e lo devono coniugare con gli “obblighi familiari” (la famosa “conciliazione” lavoro-famiglia, che è richiesta solo alle donne).
È evidente che la dipendenza economica costituisce un enorme ostacolo ai percorsi di emancipazione e di autodeterminazione delle donne e delle persone LGBTQIA+, anche a prescindere e al di fuori dei percorsi di violenza e che il tema del reddito e del salario debbano essere considerati centrali anche nell’analisi e nelle rivendicazioni femministe.
Costruire mobilitazioni e unire le lotte
I diritti di cui possiamo godere oggi non sono frutto di una “naturale” modernità, ma sono il frutto delle lotte dei movimenti dei decenni passati. Se oggi, nonostante tutti i suoi limiti (obiezione di coscienza in primis) abbiamo una delle leggi più avanzate del mondo in tema di aborto, la 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, è perché questa è stata strappata dal movimento femminista di quegli anni, nonostante il potere democristiano, l’ambiguità del PCI e la sempiterna ingerenza del governo teocratico dello Stato della Chiesa Cattolica.
Servono allora una presa di coscienza e una mobilitazione di massa, per unire la difesa e la rivendicazione dei diritti civili e sociali con l’orizzonte dell’abbattimento dell’attuale società capitalista e patriarcale.
È assolutamente necessario praticare una forte opposizione al governo Meloni che sta mettendo in pratica la sua idea di società familista, antiabortista, razzista e patriarcale e coniugare le battaglie per i diritti civili con quelle per i diritti sociali e quelle per i diritti del mondo del lavoro, incluso il lavoro precario e il non-lavoro. Occorre tenere insieme le istanze femministe e transfemministe con quelle dell’ecosocialismo, del pacifismo, dell’antirazzismo e dell’anticapitalismo per riprenderci le nostre vite da subito e con l’orizzonte di costruire una società giusta imperniata su un femminismo diffuso, senza discriminazioni, per la piena autodeterminazione delle donne e delle soggettività LGBTQIA+.