Una sintetica panoramica del quadro sindacale italiano

Questo articolo è stato scritto all’inizio del 2023 per la rivista tedesca Die Internationale per fornire una sintetica informazione delle organizzazioni sindacali italiane. Lo proponiamo alla lettura come una breve sintesi della struttura e della traiettoria dei nostri sindacati alla luce anche delle più recenti esperienze sociali e del rapporto con il governo delle destre [Franco Turigliatto]

Il quadro sindacale italiano è composto dalle tre grandi Confederazioni CGIL, CISL e UIL che complessivamente contano ancora ufficialmente oltre 13 milioni di iscritte/i, ma a questa forza numerica non corrisponde una pari forza contrattuale e di mobilitazione sia per gli orientamenti dei suoi dirigenti, sia perché quasi della metà delle/degli iscritte/i sono pensionate/i, frutto della passata stagione di lotte.[1]

Esiste una organizzazione sindacale, storicamente legata alle destre, l’UGL che non ha mai avuto una rilevanza particolare.

Sono presenti altri 4 sindacati, cosiddetti di base e molto combattivi, che dispongono di significative presenze, se pur limitate, in alcuni settori o aziende, l’USB, la CUB, la Confederazione Cobas e il SI.Cobas; complessivamente contano intorno ai 200.000 iscritti.[2]

Potrebbe sembrare che questa struttura sindacale complessiva sia un forte strumento di difesa della classe lavoratrice; non è così. Siamo al punto più basso della sua condizione: i salari, tra i più bassi d’Europa, sono fermi agli anni ’90, i disoccupati sono più di 3 milioni ed altri 3 milioni neppure cercano più lavoro, la precarietà domina il mercato del lavoro, nelle aziende i rapporti di forza sono molto sfavorevoli e grande è lo sfruttamento, si contano in media 3 morti sul lavoro al giorno. L’offensiva liberista padronale dagli anni ’90 in poi non ha mai smesso di spingere verso il basso la condizione degli attuali 18 milioni di lavoratori dipendenti (di questi più di 3 milioni sono a tempo determinato). I lavoratori indipendenti sono quasi 5 milioni.

Come è potuto avvenire che il più grande e combattivo movimento operaio dell’Europa capitalista sia stato sconfitto precipitando così in basso? L’offensiva padronale e le sconfitte subite sono al centro di questo processo, ma il disastro sarebbe inspiegabile se non si prendessero in considerazione le scelte delle direzioni sindacali, che, nel corso degli anni, hanno via via assunto le esigenze del sistema capitalista, integrandosi e subordinandosi sempre più, rinunciando a promuovere lotte quando pure ne esistevano le condizioni, firmando accordi capestro, favorendo così la demoralizzazione e le divisioni nella classe.

Due passi nella storia

La grande riscossa operaia dura 10 anni dal 1968 al 1978: vengono abolite le gabbie salariali, conquistata la grande riforma delle pensioni, forti aumenti salariali per tutte/i, riduzione degli orari a parità di paga, una scala mobile dei salari efficace. Si impone la legge dello Statuto dei lavoratori che garantisce i diritti dei lavoratori facendo entrare in fabbrica la democrazia, le assemblee retribuite e l’organizzazione sindacale.[3] La struttura sindacale portante diventa quella dei consigli di fabbrica e dei delegati mentre le lotte sono scandite da grandi mobilitazioni interne ai luoghi di lavoro con forme di controllo operaio e grandi lotte di categoria e scioperi generali che bloccano il paese. Alcune categorie sindacali raggiungono un alto livello unitario dei tre sindacati, specie i metalmeccanici che costituiscono la Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici (FLM).  Neanche i terribili attentati messi in atto da settori dell’apparato statale insieme alle formazioni fasciste, riescono a piegare il movimento dei lavoratori. La svolta politica/sindacale è nel 78 con l’Assemblea di CGIL CISL e UIL al palazzo dell’EUR a Roma in cui le burocrazie, pur tra dure resistenze, cercano di far accettare le compatibilità del sistema capitalistico in crisi.[4] La forza del movimento alla base e dei delegati è tale che in un primo momento questa linea non passa, tanto che nell’estate del ‘79 i metalmeccanici conducono una durissima e prolungata lotta che respinge gli obiettivi revanscisti padronali.

Nell’autunno del l’80 la direzione Fiat, la grande azienda, attacca frontalmente i lavoratori: è una lotta durissima di 37 giorni  che blocca di tutti gli stabilimenti Fiat nel paese, che però si chiude, nonostante l’opposizione dei Consigli di fabbrica e delle assemblee delle/i lavoratrici, con un accordo firmato dalle burocrazie sindacali nazionali che espelle dalla fabbrica 23 mila operai.  Comincia il declino dei Consigli di fabbrica e l’esperienza della FLM si chiude nel 1984.

Le tre organizzazioni sindacali portano avanti una “normalizzazione” interna ed accettano i processi di ristrutturazione delle aziende .

Si istituisce la “Concertazione”

La scelta definitiva delle direzioni sindacali di integrarsi nelle politiche liberiste della borghesia, i cui governi hanno intrapreso un’ondata di privatizzazioni, è agli inizi degli anni ’90: il 31 luglio 1992 CGIL CISL e UIL firmano con governo e Confindustria (l’Associazione dei padroni) l’accordo che cancella la scala mobile dei salari. Un secondo accordo del 1993 istituisce il sistema della concertazione, formalizzando la collaborazione di classe con governo e padroni. I contratti di lavoro potranno avere aumenti salariali solo corrispondenti al tasso di inflazione programmato dal governo. E l’inizio di un inarrestabile processo di riduzioni salariali e di perdita delle conquiste precedenti.

Nel 1995 si comincia a colpire il sistema pensionistico a ripartizione con un accordo sindacati e governo che introduce per una parte dei lavoratori il sistema contributivo ed apre la strada alle pensioni integrative individuali. Lo smantellamento finale delle pensioni arriva nel 2011 con la controriforma Fornero del 2011 che aumenta l’età della pensione (oggi siamo a 67 anni), con CGIL, CISL e UIL che si limitano a uno sciopero inefficace di 3 ore.

A partire dal 1997 vengono varate norme che precarizzano sempre di più il lavoro, in particolare con il Decreto 276 del governo Berlusconi del 2003 che introduce ben 43 forme di contratto precario, una legge confermata dal successivo governo di centrosinistra con il pieno accordo delle burocrazie sindacali, fino ad arrivare al cosiddetto Jobs Act del governo Renzi (PD) del 2014 che cancella l’articolo 18, simbolo dello Statuto dei lavoratori. Questo articolo prevedeva che in caso di licenziamento illecito da parte dell’impresa il lavoratore dovesse essere reinserito nel suo posto di lavoro. A partire dal 2015 al padrone invece basterà pagare una modesta penale per liberarsi dei soggetti scomodi. Anche in questo caso la mobilitazione delle tre Confederazioni è stata quasi inesistente. Trent’anni in cui le burocrazie sindacali hanno avuto un ruolo decisivo nella gestione delle politiche di austerità europee.

Per questo, e non certo del tutto a torto, i sindacati di base definiscono le tre Confederazioni “complici” dei padroni.

Contraddizioni

Il processo di integrazione nel sistema e nello stato borghese non è tuttavia del tutto omogeneo e lascia lo spazio a possibili contraddizioni. La burocrazia della CISL è quella che più compiutamente collabora attivamente con i vari governi che si succedono, compreso l’ultimo dell’estrema destra. La UIL si pone come sindacato delle persone con pratiche assai clientelari, anche se ha assunto una posizione tattica critica con il governo Meloni.

Più difficile e contradditorio per la sua storia, ma anche per le caratteristiche dei suoi militanti e per alcune sue categorie storicamente combattive, il percorso dell’apparato della CGIL. Quest’ultimo in alcuni occasioni si è trovato a dover fronteggiare i tentativo del governo di estromettere il sindacato da quel sistema di concertazione che, se ha penalizzato i lavoratori, ha però permesso di mantenere in gran parte intatta la struttura organizzativa e l’apparato del sindacato. Per questo durante il secondo governo Berlusconi nel 2002 la CGIL ha costruito una grande mobilitazione per difendere non solo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma anche e soprattutto il suo ruolo politico e sociale.

La FIOM, il sindacato metalmeccanico della CGIL, per alcuni anni, ha anche cercato di mettere in discussione la linea della concertazione, non firmando accordi capestro, ma è rimasto isolato ed ha subito nel 2011 una nuova sconfitta alla Fiat, che ha aperto al suo interno un processo involutivo che l’ha portato a firmare pochi anni fa uno dei peggiori contratto di lavoro.

Le direzioni sindacali e in particolare la CGIL si trovano oggi, specie col governo delle destre, a dover fronteggiare una situazione complicata: da una parte gli aspetti, per loro positivi, della concertazione, cioè la conservazione del ruolo dell’apparato, si stanno esaurendo e la loro posizione ai tavoli di trattativa col governo è sempre più debole e impossibilitata ad ottenere anche la minima misura favorevole, dall’altra, con la loro passività, hanno favorito la demoralizzazione dei lavoratori, il venir meno della credibilità delle lotte con numerosi funzionari, militanti e delegati rassegnati, (molti dei quali hanno perso il “know out” della lotta di classe), quindi in estrema difficoltà a produrre una mobilitazione efficace quando pure considerazioni tattiche l’imporrebbero. Lo abbiamo visto recentemente con UIL e CGIL che, davanti alla pessima legge di bilancio, hanno indetto un modesto, mediocre e poco organizzato sciopero di 4 ore.

Il segretario della CGIL, Landini, che ha imposto una linea sindacale tutta basata sulla trattativa, ha dovuto ammettere che “Ci convocano a tanti tavoli finti dove tutti parlano e nessuno risponde. Poi decidono in solitudine”. Solo che Landini non tira le conseguenze avanzando nel congresso della CGIL in corso quella svolta di classe e di lotta che l’opposizione di sinistra con il suo documento “Le radici del sindacato” ha proposto e difeso. Questa corrente di sinistra, pur avendo ottenuto positivi riscontri in molte assemblee di base, per le manipolazioni numeriche della burocrazia è rimasta intorno al 3%; molti sono i militanti che nei colloqui esprimono adesione a scelte sindacali diverse, ma che poi, di fronte alle difficoltà, ripiegano all’interno dell’apparato conservatore.

Gli istituti paralleli di servizio

Se le direzioni sindacali in questi decenni hanno ridotto ai minimi termini il conflitto con i padroni inserendosi sempre di più nelle logiche capitaliste, hanno anche sviluppato una serie di attività collaterali, di servizio per lavoratori e cittadini, ma anche funzionali al quadro conservatore capitalista; molti funzionari e dirigenti sono impegnati in queste attività.

Vediamo quali.

In primo luogo ci sono i Centri di Assistenza fiscale (CAF) gestiti dai sindacati, cioè soggetti del diritto tributario che agiscono quali strutture intermedie tra il contribuente e l’amministrazione finanziaria.

Poi ci sono i patronati, enti privati, che offrono servizi di pubblica utilità, tutela e promuovono i diritti riconosciuti a tutte le persone dalle disposizioni normative e contrattuali – italiane, comunitarie e internazionali – riguardanti il lavoro, la salute, la cittadinanza, l’assistenza sociale ed economica, la previdenza pubblica e complementare.

I CAF e i Padronati sono pagati rispettivamente dalla Agenzia delle Entrate e dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS). 

Gli Enti bilaterali sono organismi paritetici costituiti da associazioni padronali e dai sindacati dei lavoratori. Si tratta di associazioni senza scopo di lucro per garantire servizi e prestazioni in diversi settori, dalla formazione all’assistenza sanitaria.

Tutte queste strutture di servizio sono fonte di notevoli risorse economiche per i sindacati (molte volte pagate dai lavoratori), favorendo un’iscrizione sindacale passiva di coloro che ne usufruiscono. 

Poi ci sono le pensioni integrative gestite da enti sindacali e gli istituti che gestiscono il cosiddetto Welfare aziendale. Queste due funzioni, oltre al fatto che sono molto discutibili perché frutto della rinuncia a difendere un sistema pensionistico pubblico efficace per tutte le lavoratrici e lavoratori e un welfare universale che garantisca tutte/i  le/i cittadine/i e collocandosi all’interno delle logiche liberiste comportano la formazione di Consigli di amministrazione, di cui fanno parte sindacalisti sempre più interni ai meccanismi del sistema. Vedasi il caso di Metasalute, il fondo integrativo della sanità dei metalmeccanici gestito insieme a una delle principali banche private del paese, Intesa Sanpaolo. Queste istituti non solo favoriscono i processi di integrazione dei sindacati nel sistema capitalistico, ma anche determinano una sempre maggiore attenzione delle strutture sindacali a queste attività, a scapito della costruzione dell’organizzazione delle/dei lavoratrici/tori nei luoghi di lavoro.

Questo fenomeno però non è omogeno nei diversi sindacati di categoria. Ci sono federazioni in cui queste attività sono centrali, ma ci sono categorie, a partire dai metalmeccanici, ma anche molte altre, che per storia e/o per la natura della controparte, svolgono una fondamentale attività di organizzazione e conflitto sui luoghi di lavoro.

La ricostruzione del sindacato di classe

Va da se che la ricostruzione di un sindacalismo di classe nel nostro paese, resta un obiettivo centrale, anzi indispensabile per avere qualche speranza di contrastare il rullo compressore delle politiche capitaliste e dei governi.  

Da questo punto di vista il ruolo della sinistra sindacale della CGIL è centrale e fondamentale, come un ruolo polarizzante è quello svolto dal Collettivo di fabbrica della GKN di Firenze che ha proposto un processo di convergenza ed insorgenza tra vari movimenti di lotta che ha permesso la realizzazione di importanti manifestazioni.

Poi ci sono i sindacati di base, non meno importanti, che organizzano settori, se pure limitati, ma molto combattivi di militanti giovani e un buon numero di lavoratori migranti.

I sindacati di base riescono a guidare alcune lotte locali o in singole situazioni, ma hanno difficoltà a conquistare una credibilità più ampia e un reale impatto nazionale e sono penalizzati da una serie di norme discriminatorie. Non aiutano le divisioni presenti tra di loro ed anche la difficoltà a produrre una tattica efficace verso le maggiori confederazioni che non si limiti alla denuncia dei loro misfatti ma permetta loro di riuscire a parlare con i militanti di questi sindacati. Questi ultimi in genere si oppongono ad avere rapporti con i sindacati di base. Rare sono le situazioni in cui ci sia stata l’azione comune indispensabile. I casi più importanti sono stati quelli delle vertenze nella grande acciaieria Ilva di Taranto e dell’Alitalia.

La strada è in salita, ma le/i militanti sindacali più consapevoli della gravità della situazione sociale, provano a percorrerla.

Franco Turigliatto


[1] La CGIL (più di 5 milioni di iscritti) era storicamente legata ai vecchi partiti comunista e socialista), la Cisl (conun numero di iscritti poco inferiore) aveva come riferimento la vecchia Democrazia Cristiana, la UIL (poco più di 3 milioni di iscritti) faceva riferimento alle forze socialdemocratiche e di centro). I vecchi partiti  politici sono scomparsi o trasformati; il Partito Democratico (PD), l’erede del Pci e di una parte della DC, fino a poco tempo fa è stato il riferimento per il gruppo dirigente CGIL.

[2] Esiste poi un pulviscolo di altri sindacati, alcuni radicali, ma soprattutto autonomi e corporativi, alcuni anche padronali, questi ultimi utili a firmare contratti di comodo per le aziende private.

[3] Sul piano sociale si conquista la legge sul divorzio e sull’interruzione della gravidanza, la riforma fiscale, quella del diritto di famiglia e quella sanitaria.

[4] Spinge in questa direzione il PCI che in quel momento è parte della maggioranza di governo pur non facendone parte con ministri.