Un commosso saluto a Elettra Deiana

La morte di Elettra Deiana è stato un  grande dolore per tutte le compagne e compagne della nostra organizzazione che hanno avuto modo di conoscerla, di apprezzarne le qualità e con cui hanno svolto un intenso lavoro e militanza politica. Nel rimandare anche al commosso ricordo che Fabrizio Burattini ha scritto su di lei, pubblichiamo uno dei suoi tanti articoli che ha prodotto per il giornale “Bandiera Rossa”

La morte di Elettra Deiana è stato un  grande dolore per tutte le compagne e compagne della nostra organizzazione che hanno avuto modo di conoscerla, di apprezzarne le qualità e con cui hanno svolto un intenso lavoro e militanza politica.

Aveva aderito alla sezione italiana della Quarta Internazionale all’inizio del 1970, partecipando attivamente alla sua attività e ai movimenti sociali che hanno segnato tutto il decennio delle grandi lotte operaie, giovanili e delle donne Nel 1978 era entrata a far parte della segreteria dell’organizzazione che dal 1979 avrebbe assunto il nome di Lega Comunista Rivoluzionaria. Trasferitasi a Milano dove allora aveva sede la Direzione nazionale della organizzazione insieme al suo compagno Edgardo Pellegrini un dirigente storico della sezione, per tutti gli anni ’80 ha avuto un ruolo decisivo nella attività della LCR, assumendo vari incarichi tra cui quello di dirigere il settore lavoro, sviluppando poi un’intensa attività e produzione teorica nel movimento femminista. Quando nel 1989 la LCR confluisce in Democrazia Proletaria, mantenendo l’appartenenza alla Quarta Internazionale, Elettra è la compagna che entra a far parte della Segreteria del partito. La militanza nel comune riferimento all’Internazionale continua ancora agli inizi degli anni ‘90 fino alla formazione del partito della Rifondazione Comunista. Da allora continuerà con Elettra una forte attività all’interno del nuovo partito anche se le strade e i suoi riferimenti politici si sono differenziati da quelli della corrente Bandiera Rossa.

In Rifondazione Elettra assumerà importanti incarichi fino ad essere eletta alla Camera nella ristretta pattuglia (11 deputate/i) che il partito riesce e portare nel 2001 in Parlamento. Sarà rieletta nelle elezioni del 2006 e nei due anni di questa legislatura breve lavorerà in molte occasioni, specie sul terreno dei movimenti e della pace, con i  due compagni parlamentari che fanno parte di Sinistra Critica. La scissione di Rifondazione successiva alla sconfitta del 2008, la vedrà militare in SEL e poi in Sinistra Italiana, facendo parte della sua Direzione Nazionale fino a pochissimi anni fa.

Una lunga ed indefessa attività politica di grande qualità quella di Elettra, la cui scomparsa lascia un vuoto e una grande tristezza per tutte/i quelle/i  che con lei hanno avuto comuni percorsi politici. Nelle scorse settimane l’avevamo cercata invano per chiederle di partecipare al convegno che stiamo preparando per ricordare Livio Maitan nel centenario della sua nascita.

Purtroppo non sarà presente. Ma vogliamo ricordarla proprio insieme a Livio con questa foto del 1979 alla presidenza del convegno che si svolse a Torino nel maggio, poco prima delle prime elezioni europee, con la partecipazione di numerose delegazioni internazionali, che aveva come titolo “Una strategia di lotta per la classe operaia, i giovani e le donne contro l’Europa dei capitalisti, per l’Europa dei lavoratori”.

Elettra Deiana con Livio Maitan durante un’iniziativa della Lega Comunista Rivoluzionaria in occasione delle Elezioni Europee del 1979

“Le donne cambiano i tempi”

“L’orizzonte della libertà femminile incrocia quello della libertà dal capitale. Anche questo, come quello della mediazione femminile col mondo, un nodo difficilmente eludibile se veramente si vuole ribaltare il tempo della vita e del lavoro dal nostro punto di vista”. Riproponiamo un articolo di Elettra Deiana pubblicato su Bandiera Rossa, testata storica della nostra organizzazione, n. 2, marzo 1990 [♀]

Nel dibattito delle donne che si occupano di lavoro e fanno riferimento al valore della differenza di genere, corre più o meno esplicita un’intuizione importante, potenzialmente feconda: i contenuti relativi ai tempi, alle modalità del lavoro delle donne, alla loro collocazione e al loro ruolo nel mercato del lavoro, non possono più essere considerati come aspetti accessori, parti aggiuntive di contratti o di dispositivi legislativi che, viceversa, continuano ad avere al centro un’impostazione neutra e asessuata del lavoro e per ciò stesso privilegiano, quando non assolutizzano, collocazione e ruolo del soggetto maschile.

Con la proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Le donne cambiano i tempi”, presentata recentemente, le donne del Pci sembrano voler affrontare con radicale parzialità questo problema, indicando la necessità di superare un calendario del tempo incentrato sulla divisione sessuale del lavoro che continua a penalizzare fortemente le donne.

Un’intuizione feconda

Il calendario dei tempi di vita e di lavoro, osservano le donne comuniste, ordinato e normato secondo una, almeno in apparenza, razionale scansione lineare – tempo per riposare, tempo per lavorare, tempo per divertirsi, nell’arco della giornata; tempo per crescere, per studiare, per lavorare, per pensionarsi nell’arco dell’esistenza – non solo ha riguardato, nella sua definizione storica, gli uomini – e non sempre tutti – ma si è retto sull’occultamento del “disordine” dei tempi delle donne, sulle “loro disponibilità a, e capacità di, non già mettere in sequenza attività e bisogni, bensì combinarli assieme”.

Così oggi le donne, con l’entrata massiccia nel mercato del lavoro, vivono combinando tempi e ritmi diversi: quelli rigidi e scanditi dalla produzione e quelli lenti, imprevedibili della cura, continuando ad accumulare su di sé un’infinità di incarichi e mansioni tipici della sfera riproduttiva e garantendo così la possibilità stessa di scansione regolare del calendario del tempo maschile.

Alle donne che hanno “fame di tempo”, desiderio di un tempo liberato per la vita, le comuniste propongono lo strumento legislativo “per cambiare i tempi dal punto di vista delle donne”.

Non è impresa da poco, perché questo dovrebbe significare un ribaltamento di ottica e di valori, un progetto capace di ridisegnare complessivamente, a partire dal soggetto donna, l’intreccio tra tempo della produzione, tempo della riproduzione, tempo della libertà, ponendo le premesse per un superamento della divisione sessuale del lavoro, restituendo visibilità e valore sociale al lavoro di cura, liberando tempo per una qualità della vita più ricca e articolata sia per le donne sia per gli uomini.

La proposta delle comuniste

Ma la proposta delle comuniste, che pure parte da grandi premesse analitiche, da un’intuizione, come ho detto, feconda, si arena poi nelle strettoie di contenuti e di percorsi politici che sono mollo al di qua delle intenzioni dichiarate e che potrebbero risolversi in una semplice operazione di razionalizzazione dell’uso della manodopera femminile.

Gli strumenti individuati sono sostanzialmente i seguenti:

– alcuni congedi (per motivi familiari e personali) utilizzabili sia dalla lavoratrice, sia dal lavoratore;

– una riforma delle attuali leggi, per rendere più difficile alle aziende il ricorso al lavoro straordinario e notturno;

– la riduzione dell’orario settimanale a 35 ore;

– la richiesta ai Comuni di una ridefinizione degli orari dei servizi urbani, oggi pressoché coincidenti con gli orari di lavoro delle diverse categorie.

Con questi obiettivi si può veramente ridisegnare il tempo/i tempi delle donne?

Prendiamo, per esempio, la questione della riduzione dell’orario di lavoro che è relegata all’articolo 12. Le comuniste la considerano come uno dei tanti aspetti, praticamente sullo stesso piano di materie come la regolazione delle ferie, gli anticipi sulla liquidazione eccetera.

E d’altra parte, anche collocando diversamente questo aspetto nel contesto della legge, il fatto stesso di attestarsi su un livello di riduzione (le 35 ore) ormai accettato come traguardo più o meno prossimo da tutti i sindacati europei, ne chiarisce lo scarso spessore strategico, da un punto di vista femminile.

Come si fa infatti a ragionare in termini di trasformazione della società senza rimettere in discussione proprio la rigidità del calendario del tempo maschile, fondato su una presenza pressoché totalizzante degli uomini nei luoghi di produzione?

Proprio un significativo abbattimento strutturale degli orari del lavoro produttivo, che ne depotenziasse in prospettiva il valore sociale e liberasse materialmente tempo per gli uomini potrebbe creare alcune condizioni (non uniche, ma certamente indispensabili) perché si avviasse un processo di rimescolamento e ricollocazione, tra i due sessi, dei tempi della produzione, della riproduzione, della libertà, ricodificando valore sociale e significato simbolico.

Ma c’è un altro aspetto nel testo, insieme più immediato e più preoccupante, che evidenzia i fortissimi limiti complessivi della proposta: limiti di progetto, ma anche di linea politica concreta.

Alcuni rischi immediati

Le donne comuniste, nell’avanzare la loro iniziativa, sembrano ignorare infatti le scelte politiche dominanti che vanno nella direzione dello smantellamento dello Stato sociale. Ciò pregiudica gravemente il carattere di alcune parti della proposta stessa, che potrebbero rivelarsi perfino dannose per le donne. Infatti in un conteso in cui i servizi (asili nido, assistenza sanitaria, assistenza per gli anziani, eccetera) non funzionano o sono insufficienti, mettere al primo posto la questione dei congedi parentali e familiari, come appunto fanno le comuniste, significa mettere in conto che le donne, usufruendone abbondantemente, continueranno, e in maniera crescente, a supplire alle carenze dei servizi pubblici, con ulteriore appesantimento di quel disordine che caratterizza il loro calendario di vita e di lavoro.

L’esperienza dei congedi previsti dalla legge sulla parità del 1977 dimostra infatti che sono soprattutto le donne ad usufruirne, non certo gli uomini, i quali o non possono, per le maggiori rigidità che pesano sul loro ruolo produttivo, o non vogliono, per l’orizzonte maschilista entro cui si muovono.

Così il rischio è che la proposta di legge non funzioni neanche sul piano della pura e semplice tutela del lavoro femminile. Altro che valore della differenza di genere! Un riferimento questo che rischia di essere depotenziato di qualsiasi valore e significato quando venga usato, come troppo spesso si fa, per servire da cornice di qualsiasi questione e proposta riguardante le donne.

Ridisegnare il tempo delle donne, affinché ciò sia il progetto di un soggetto donna, obbliga infatti non solo a pensare, a progettare, a ragionare in termini di contenuti; insieme obbliga a pensare, inventare i percorsi politici, i modi di realizzazione di un’efficace politica delle donne. È necessario che le donne diventino soggetto operativo dei propri desideri e progetti, in piena autonomia ed anche, laddove sia necessario, in rotta di collisione con gerarchie di valori, scelte politiche, prassi di rappresentanza e di mediazione degli uomini.

Un progetto tutto da costruire

I processi di affidamento a meccanismi di potere e di decisionalità neutra, cioè maschile, continuano ad operare nei luoghi della politica neutra, come i sindacati, i partiti, i gruppi istituzionali.

Senza spezzare questo meccanismo, senza avviare più forti e autorevoli processi di politica femminile, di relazioni tra donne, di patto tra le donne, difficilmente potranno essere aggrediti realmente nodi di Fondo come è quello della divisione sessuale del lavoro.

Nello stesso tempo questo nodo rimanda al contesto sociale in cui oggi la divisione del lavoro si colloca.

Le donne comuniste, nei testi di presentazione della legge, parlano molto di “rivoluzione culturale” di necessità di “scandire il tempo della vita in modo più consono a tulle le esigenze della vita umana” di “avere tempo, in ogni vita, in ogni giornata, per tutto ciò che si vuole”.

Viene da chiedersi dove vivano, come possano pensare davvero che le imprese si mettano a pensare a un’organizzazione del lavoro “che non sia modellata esclusivamente sulla produttività e sul profitto”, o che in questa società, senza che ne vengano modificate radicalmente le fondamenta, possano avviarsi processi di uguale valorizzazione del lavoro di produzione e di quello di cura.

Oggi, in una società dove misura uni versale di tutte le cose è il denaro, valore assoluto mantiene il lavoro che produce merci e reddito, quello di mercato cioè, quello maschile. E questo rimanda a un nodo di fondo su cui il dibattito delle donne, in piena autonomia, dovrà pure misurarsi: l’orizzonte della libertà femminile incrocia quello della libertà dal capitale. Anche questo, come quello della mediazione femminile col mondo, un nodo difficilmente eludibile se veramente si vuole ribaltare il tempo della vita e del lavoro dal nostro punto di vista.