Olocausto nucleare e armi di distrazione di massa
76 anni fa la seconda atomica della storia causò 35mila vittime a Nagasaki. Tre giorni prima, il 6 agosto, la prima bomba uccise 100mila persone. Da allora siamo tutt* sotto il fungo atomico
La superfortezza volante B-29 detta ‘Enola Gay’ sgancia il 6 agosto 1945 su Hiroshima Little boy, la prima bomba atomica usata per fini bellici, causando in pochi secondi 100 mila morti. L’esperimento viene ripetuto con Fat man, nomignolo della seconda atomica, il giorno 9 sulla cittadina di Nagasaki, provocando altre 35 mila vittime. La cerimonia di chiusura dei giochi olimpici di Tokio e la retorica sul record di medaglie italiano hanno oscurato un anniversario scomodo. Il Cio ha respinto al mittente, senza reazioni clamorose, la richiesta da parte dei sopravvissuti, (gli ‘hibakusha’, la cui età media si assesta ormai a 83 anni) e delle autorità di Hiroshoma di dedicare un minuto di silenzio al ricordo del primo bombardamento atomico della storia. Oggi, 9 agosto, il sindaco di Nagasaki, Tomihisa Taue, ha ancora una volta sollecitato il governo di Tokyo a ratificare il Trattato di non proliferazione nucleare, adottato nel 2017 da 43 nazioni ma non dal Giappone, l’unico Paese al mondo ad aver subito un attacco nucleare. Il premier nipponico Yoshihide Suga, presente all’evento, in un discorso simile a quello di tre giorni fa a Hiroshima, ha detto che il governo fornirà un contributo graduale alla riduzione degli armamenti nucleari a livello globale, senza però specificare i dettagli. Sul cenotafio sono iscritti i nomi delle 186 mila vittime, comprese quelle morte nel corso degli anni per le conseguenze delle radiazioni; 3.200 sono state aggiunte quest’anno, portando il totale dei morti causati dalla bomba di Nagasaki a 189.163, contro i 324.129 di Hiroshima. Secondo una ricerca della Nagasaki University, fino a giugno nel mondo erano presenti fino a 13.130 testate nucleari, un numero che non mostra alcun segnale di decrescita, malgrado l’aumento delle tensioni tra i paesi al mondo che sono dotati di arsenali atomici.
E, mentre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, twitta che «Solo la totale eliminazione delle armi nucleari garantirà di prevenire le incalcolabili sofferenze che queste possono causare», le tv di distrazione di massa come La7 mandano in onda pseudo-inchieste per giustificare la distruzione di massa targata Usa con la scusa che anche Hitler avrebbe auto un piano per distruggere Manhattan. «76 anni dopo la distruzione di Nagasaki – parla nel vuoto Guterres – continuiamo ad abitare all’ombra del fungo atomico». Tuttavia gli anniversari di Hiroshima e Nagasaki non sono contemplati dall’Onu come giornate di lutto: l’olocausto nucleare del ‘45 è una tragedia che riguarderebbe solo il popolo giapponese e piccole conventicole di pacifisti sparsi per il pianeta.
Asahi Shimbun, principale quotidiano nipponico, ricorda che nonostante la pandemia di Covid-19, i funzionari della città avevano anche accolto il presidente del Cio Thomas Bach a luglio per un tour dei siti commemorativi del bombardamento atomico, compreso l’Hiroshima Peace Memorial Park. Quella visita aveva illuso le istituzioni municipali, che credevano che quell’esperienza potesse indurre il Cio a spingere per accettare la richiesta della città: far fare un minuto di silenzio agli atleti olimpici il 6 agosto prossimo, giorno dell’attentato di 76 anni fa. Il presidente ad interim della Confederazione delle organizzazioni per le vittime della bomba atomica, Toshiyuki Mimaki, ha ammesso all’Asahi: «Sono deluso. Non pensavo che un breve momento di preghiera potesse incontrare obiezioni da parte di qualcuno. E’ un peccato che (Bach, ndr) sia venuto all’Hiroshima Peace Memorial Museum e tuttavia non gli sia venuta voglia di chiedere un momento di silenzio». Il comitato organizzatore di Tokyo ha affermato che alla base della decisione ci sono varie ragioni, come il fatto che già la cerimonia di chiusura prevista l’8 agosto preveda già un segmento di commemorazione per le vittime di tragedie storiche. Sempre secondo la stampa giapponese, il sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui ha inviato una lettera al Cio il 28 luglio scorso, invitando gli atleti al villaggio olimpico a raccogliersi in una preghiera silenziosa alle 8:15, l’ora del bombardamento atomico.
L’era degli armamenti nucleari, proliferati negli arsenali di vari stati dal ‘45, è arrivata nel corso della Guerra Fredda all’astronomica cifra di circa 70.000 testate, per lo più in mano a Washington e Mosca. «E questo è avvenuto nonostante che fosse poi stato firmato nel 1968 il Trattato di Non Proliferazione, che richiede ai paesi firmatari d’impegnarsi per il disarmo e per l’uso dell’energia nucleare solo a fini pacifici – spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell”Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, IRIAD – con la fine del bipolarismo gli arsenali nucleari si sono ridotti per quantità di testate, ma non dal punto di vista qualitativo. La ricerca di una maggiore precisione e potenza, nonché il miglioramento dei vettori rimangono una politica seguita da tutte le potenze nucleari, come nel caso dei missili ipersonici, altra nuova frontiera della sfida militare».
Oltre 13.000 testate, secondo IRIAD, continuano a permanere negli arsenali e quasi 4.000 di esse sono immediatamente operative, «pronte a distruggere il mondo. Se poi consideriamo che l’adozione di sistemi d’intelligenza artificiale in questo settore, pur offrendo elevate capacità di analisi ed elaborazione dati, aumenta il rischio di un conflitto dati i margini di errore e le vulnerabilità delle tecnologie informatiche, che potrebbero causare un conflitto che distruggerebbe l’umanità».
A preoccupare i ricercatori e i pacifisti è la permanenza dell’opzione nucleare all’interno dei documenti strategici delle grandi potenze e anche della NATO, che ne ha recentemente ribadito l’importanza affermando l’“impegno a mantenere un mix appropriato di capacità di difesa nucleare, convenzionale e missilistica per la deterrenza e la difesa” (Comunicato del Consiglio Nord Atlantico, Bruxelles 14 giugno 2021).
La Quarta riunione ministeriale dell’Iniziativa di Stoccolma per il disarmo nucleare (Madrid, luglio 2021) ha visto i tre copresidenti (i ministri degli Esteri di Germania, Spagna e Norvegia, Heiko Maas, Arancha Galez Laya e Anne Linde) lanciare un pubblico appello per ridurre in quantità apprezzabile il numero di testate e per “una nuova generazione di accordi sul controllo degli armamenti” strategici. Il ministro tedesco Maas ha dichiarato che “dobbiamo costruire su questo ora, attraverso passi chiari con cui gli Stati dotati di armi nucleari adempiono al loro obbligo e responsabilità di disarmare”.
Come si può notare, anche paesi alleati NATO e filooccidentali richiedono a gran voce un cambio di passo decisivo per il disarmo nucleare, visto che dopo mezzo secolo dalla firma del TNP l’obiettivo finale è ancora lontano ed imprecisato nei tempi. Non è un caso che da parte di oltre 120 paesi, stanchi delle lentezze e delle ambiguità delle potenze nucleari, sia stato poi approvato all’ONU nel 2017 il TPNW, che prevede un disarmo nucleare immediato da parte degli aderenti.
Il TPNW, entrato in vigore quest’anno, «purtroppo vede l’assenza tra i firmatari anche dell’Italia, peraltro firmataria del TNP, ma che ospita in Italia (basi di Aviano e Ghedi) decine di testate di bombe statunitensi B-61, destinate ad un’eventuale guerra tattica di teatro, da combattere in Europa, cioè a casa nostra», sottolinea Simoncelli. Questa dotazione di bombe B-61 presso alcuni paesi europei è uno dei motivi ostativi ad un dialogo con Mosca, la quale procede anch’essa nel rinnovo del proprio arsenale nucleare.
E’ necessario, secondo IRIAD, che i colloqui e le trattative tra le potenze nucleari, in particolare tra Stati Uniti e Russia, riprendano dopo un lungo periodo di silenzio. Altrettanto importante è che il governo italiano, anche con il sostegno della società civile, avvii un’azione il più possibile condivisa per impedire un’accettazione passiva della realtà degli arsenali nucleari, che costituiscono una grave minaccia alla sicurezza internazionale.
Una delle questioni è che la lotta per il disarmo, in questa fase, sembra essere appannaggio solo di cerchie di pacifisti e non riesce a diventare a pieno titolo parte di una piattaforma articolata di rivendicazioni politiche e sindacali, e di un piano di transizione eco-socialista. Questo è uno dei temi che Sinistra anticapitalista proverà a portare nelle discussioni sull’agenda del prossimo autunno. [checchino antonini]