Oggi a Prato
Omicidi bianchi. I dati della guerra di classe sono terrificanti e passano inosservati mentre vengono tagliati gli istituti di controllo. Impossibile non chiamare in causa anche i gruppi dirigenti confederali. Di fronte a un fatto come quello di Prato che coinvolgeva l’opinione pubblica più larga e richiedeva uno sciopero di dimensione generale, neppure ci hanno pensato a promuoverlo [Franco Turigliatto]
Oggi saremo tutte e tutti (fisicamente od idealmente) a Prato, a piangere la morte di una giovane lavoratrice, ma insieme a lei quella di tante lavoratrici e lavoratori che ogni giorno cadono sul lavoro; ma saremo a Prato anche per denunciare l’inaccettabilità delle morti, anzi degli assassini sul lavoro, l’inaccettabilità di un sistema, quello capitalista, che in nome del profitto, della concorrenza, produce una strage infinita; saremo in piazza infine per riaffermare la nostra volontà di non rassegnarci, ma di chiedere e lavorare perché il movimento operaio, il movimento sindacale metta al centro della sua azione una mobilitazione di civiltà che sia all’altezza dello scontro sociale, umano, di classe in atto.
La morte di Luana D’orazio ha avuto, a differenza di tante altre morti quotidiane di lavoratrici e lavoratori, di cui non sono fatti conoscere neppure i nomi e tanto meno le loro storie personali, una grande copertura mediatica, una copertura mediatica che molto poco ha avuto a che fare con la denuncia delle condizioni in cui si lavora e si muore nei luoghi della produzione, quanto a una ulteriore insopportabile strumentazione mediatica della sua figura e delle sue immagini, quasi un altro scempio della giovane vittima.
I dati della guerra di classe sono terrificanti e passano inosservati, anzi banalizzati, come fossimo di fronte a una fatalità insuperabile o peggio ancora, a responsabilità individuali e non all’organizzazione e alle regole del sistema economico e alle scelte politiche praticate nel corso degli anni. L’indifferenza e l’ipocrisia della classe dominante e dei partiti politici che ne gestiscono gli interessi e le istituzioni pubbliche sono impressionanti. Abbiamo avuto modo di conoscerle ancor più durante lo svolgimento della pandemia in corso.
L’ultima relazione dell’Inail spiega che gli infortuni sul lavoro sono 642 mila all’anno (ma la cifra è superiore, perché ormai molti di quelli meno gravi, neppure vengono denunciati sotto la pressione e il ricatto dei padroni); e sono quasi 200.00 le imprese in cui gli infortuni nell’anno sono stati almeno due. Il bilancio è spaventoso: 3 morti al giorno per una somma complessiva di 1072 morti in media all’anno.
Dall’inizio dell’anno sono morti 218 lavoratrici e lavoratori, ad aprile 57. Se poi si calcola anche coloro che sono morti in itinere, cioè mentre stavano andando o tornando dal lavoro si sale a 435. E poi è necessario calcolare anche tutte/i coloro che per il loro lavoro sono morte/i per effetto della pandemia, le centinaia di medici, ma anche le/gli altre/i operatrici/tori sanitari, oppure sapere, ma di questo proprio non se ne parla mai, che la mortalità tra le impiegate e gli impiegati della distribuzione nell’ultimo anno è salita del 60%.
Se il decreto legislativo del 2008 in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, pur con molti limiti ed incertezze, andava comunque nella giusta direzione, e se per qualche anno è sembrato che gli incidenti e le morti sul lavoro conoscessero una inflessione (in parte però questo rifletteva anche la drastica riduzione delle attività produttive, dovuta alla grande crisi economica mondiale che in Italia si manifestava proprio a partire da quell’anno), ben presto le dinamiche si sono di nuovo invertite per effetto di una serie di atti molto concreti su cui le responsabilità criminali dei padroni e dei loro governi sono palesi e vanno denunciate con forza. Sono questi tutti responsabili diretti degli omicidi sul lavoro.
Il personale degli Istituti pubblici (Inail, Dipartimento di prevenzione delle ASL, Ispettorato nazionale del lavoro) che sono chiamati a esercitare il controllo sulle imprese e i luoghi di lavoro, è stato ridotto progressivamente fino a punte del 20, 25%!
In altri termini i padroni sono stati lasciati volutamente liberi di fare tutto quello che volevano, sapendo che le possibilità di un controllo erano per loro del tutto minime.
Contemporaneamente le modifiche al diritto del lavoro, lo stravolgimento dello Statuto dei lavoratori, la distruzione dell’articolo 18, la precarizzazione del lavoro, e quindi le possibilità del ricatto padronale non solo nei confronti di chi cerca disperatamente un lavoro, ma anche verso le stesse RLS, in altre parole la sempre più dispiegata mano libera delle direzioni aziendali sull’uso della forza lavoro, hanno fatto il resto. Chi comanda in azienda, senza controlli e senza una reale forza sindacale di contrasto, è il padrone e i risultati si vedono sia in termini di condizioni, di lavoro, di sfruttamento e quindi anche di incidenti e di omicidi quotidiani. Sul tema della sicurezza la protervia padronale arriva ormai a licenziare un lavoratore dell’Ilva, colpevole solo di aver condiviso un video di una nota attrice italiana.
Impossibile non chiamare in causa però anche i gruppi dirigenti sindacali delle grandi Confederazioni che in questi anni hanno assecondato ed accettato le scelte liberiste, che sono passati da compromesso a compromesso a perdere col padrone, subordinandosi sempre più alle logica del mercato capitalista; dirigenti la cui bussola da tempo è ormai, non quella della mobilitazione delle classi lavoratrici, ma quella della ricerca di una gestione comune e collaboratrice con la forze della Confindustria. Chi ha questo orizzonte non può essere capace e tanto meno volere condurre una campagna e una mobilitazione attiva e permanente per combattere gli omicidi sul lavoro. Così, non solo si organizza direttamente con uno dei padroni (l’ENI, la multinazionale dell’energia) lo stesso, per altro poco interessante dal punto di vista della mobilitazione di classe, concertone del Primo maggio, ma neppure si pone al centro di quella giornata, svilita non solo e non tanto dalla pandemia, ma dalle scelte confederali negli ultimi anni, il problema della sicurezza, quando nei due giorni precedenti 5 lavoratrici e lavoratori sono caduti.
Di fronte a un fatto come quello di Prato che coinvolgeva l’opinione pubblica più larga e richiedeva uno sciopero di dimensione generale, neppure ci hanno pensato a promuoverlo.
Davvero c’è del marcio in Danimarca e il lavoro per ricostruire una mobilitazione unitaria della classe lavoratrice e un movimento sindacale di classe all’altezza delle terribile offensiva di un capitalismo, in crisi, ma più che mai violento, c’è molto da fare.
Per questo bisogna essere a Prato oggi.
Come scrive Eliana Como in un accorato articolo: “Per Luana, ma anche per Mattia, Flamour, Natalino, Mauro, Antonio, Pierluigi, Gianni, Maurizio, Emanuele, Lidio, Luca, Roberto, Michele, Guglielmo, Salvatore, Francesco, Massimo, Hamid, Ruggero…”