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10 euro avvelenati per gli insegnanti

di Matteo Saudino

La proposta della Ministra Madia di aumentare di ben 10 euro il salario mensile degli insegnanti italiani (con cui fare una ricarica telefonica o comprare un paio di ciabatte da mare) non deve stupire, in quanto è in piena continuità con le politiche sulla scuola portate avanti dal governo Renzi. L’esecutivo, infatti, in piena subalternità al dogma liberista della riduzione della spesa pubblica, considera complessivamente la scuola statale una spesa da ridurre e non un investimento per rafforzare la democrazia e la cittadinanza.

L’istruzione deve essere funzionale al sistema economico e produttivo, pertanto serve una scuola snella d’eccellenza per pochi e per tutti gli altri una scuola-fabbrica che costruisca acritici allievi e bulimici consumatori digitali. Per far ciò la scuola della Repubblica va completamente trasformata e da Berlinguer alla Giannini l’obiettivo è sempre stato lo stesso: smantellare la scuola orizzontale e egualitaria fondata dalla nostra Costituzione, usando il leitmotiv della meritocrazia, dell’efficienza e dello stare al passo delle sfide globali. La volgare proposta della Madia è un piccolo tassello di tale impalcatura. Il salario basso per tutti i docenti, anche figlio illegittimo della femminilizzazione della professione, è, infatti, una mossa per portare gli insegnanti ad attivarsi nella competizione per accedere ai miseri fondi destinati al merito, i quali tra l’altro non hanno quasi nulla a che fare con l’impegno, la passione e la competenza con cui un professore insegna la propria disciplina, ma rispondono ad una logica quantitativa e produttivista, secondo la quale i migliori professori sono quelli che fanno più progetti, trovano più fondi o rendono la scuola più visibile sul territorio e sui mezzi di informazione. I 10 euro sono una consapevole elemosina con cui, ancora una volta, il potere gioca la carta del divide et impera e prova a vedere quale sarà la reazione dei lavoratori, consapevole che con l’imposizione della buona scuola verticale e aziendale ha, di fatto, distrutto molte delle resistenze dei docenti. Anche il questo caso sarà il tempo a dirci chi avrà ragione: i lavoratori della scuola sapranno aprire una nuova stagione di mobilitazione per il salario e per la democrazia oppure accetteranno e subiranno tale nuova umiliazione? Le poche reali e concrete prese di posizione contro il merito di questi mesi fanno presagire nulla di buono. Il rischio è di scannarci per dividerci la torta avvelenata che ci tira in faccia il governo o più probabilmente il risultato sarà quello di mangiarla per inerzia o per rassegnazione. La via della lotta per avere più torte di qualità per tutti sembra distante, ma spero di sbagliarmi. Come facciamo a non capire che la scuola non deve essere un luogo di competizione e di carriera, ma una comunità di cooperazione e crescita collettiva. Servono sanzioni per gli eventuali fannulloni o incompetenti e non medagliette e pochi euro in più per i presunti migliori.

Migliori in cosa e in base a quali criteri? Migliori ad obbedire? Ad usare la Lim? Migliori perché hanno un certificato informatico? La premialità produttiva dei sedicenti top docenti della scuola è un’ideologia perversa, tanto amata dai fedeli e credenti del mercato, che pensano che basti stimolare la competizione tra gli individui per costruire un mondo migliore (per chi?), che sta portando e porterà alla trasformazione radicale del sistema scolastico italiano, il quale anziché essere migliorato e potenziato in senso democratico e giusto, diventerà sempre più un bene di lusso per pochi e un bene mediocre per i più. La direzione imboccata da vent’anni è superare il modello di scuola della nazione, per edificare una scuola dei territori al servizio delle esigenze capitalistiche territoriali.

Loro la chiameranno scuola moderna, del futuro e delle opportunità, noi dobbiamo avere la lucidità per capire che sarà la scuola delle divisioni sociali e della reiterazione delle differenze e ingiustizie.