De Tomaso, ex Pininfarina, chiude per riaprire in Cina

di Adriano Alessandria
Si chiude qua la storia della Pininfarina. Le notizie giornalistiche parlano della De Tomaso acquistata da una società cinese, ma per i torinesi si tratta della Pininfarina, storica carrozzeria per auto sportive. La cessazione definitiva dell’attività industriale di questo marchio è parte della più generale contrazione produttiva del distretto dell’auto torinese; competenze, know how e punti di eccellenza compresi.
Per un metalmeccanico come me, è anche la fine di un’esperienza sindacale. Una fabbrica molto sindacalizzata e combattiva, un punto di forza della Fiom nel territorio.
La ristrutturazione nella produzione dell’auto, non ha lasciato scampo ai due prestigiosi marchi di carrozzeria che operavano nello stesso territorio. L’altro marchio è la Carrozzeria Bertone, acquisita poi da Fiat, che oggi produce auto Maserati.
Quando la produzione in Bertone era già cessata e tutti i lavoratori erano in cassa integrazione, alcuni di loro per qualche periodo sono andati a lavorare in Pininfarina.
Ora i lavoratori di De Tomaso, ex Pininfarina, di prospettive non ne hanno. A lungo la loro fabbrica è stata “sul mercato” nella speranza che qualche industriale o una “cordata”, vi investisse e facesse ripartire una produzione. Più volte è parso possibile. Ogni volta le speranze si sono dissolte dopo balletti di capitali disponibili insufficienti o a piani industriali evanescenti.
Ora è avvenuto quello più volte visto nella regione. Una qualche multinazionale – poco importa la sua nazionalità – compra il marchio (in taluni casi, il brevetto) e va a produrre altrove.
La prospettiva di produrre altrove invece non è contemplata per chi perde il lavoro in De Tomaso e nel suo indotto.
Questi lavoratori non più occupati in un territorio drasticamente colpito dalla crisi industriale, possono solo bearsi delle mistificazioni del governo che evidenzia le assunzioni alla Sata/Fca di Melfi, ma tace sulle tante fabbriche che non hanno più futuro produttivo.
Doveva andare così?
La rappresentanza sindacale in De Tomaso ha costantemente mobilitato i lavoratori. La Fiom regionale si è fatta carico di perseguire un futuro produttivo. Costantemente sono state sollecitate a un interessamento le istituzioni locali e regionali.
Veramente non si poteva fare altro?
Di fronte alla chiusura di un’azienda e alla disperazione dei tanti che vi perdono il lavoro, anche in questa vicenda il tutto si è svolto con tranquilli presidi nei pressi di qualche istituzione, tentativi di coinvolgimento della cittadinanza e delle istituzioni per poi essere impotenti quando la proprietà aziendale decide. E in quell’impotenza, non resta che chiedere alle istituzioni la concessione di qualche ammortizzatore sociale.
E’ quella l’unica prospettiva che i rappresentanti dei lavoratori, che i sindacati sanno dare ai lavoratori che vivono lo spettro della disoccupazione? Perché anche il sindacato deve avvallare l’idea che a decidere è il padrone e i lavoratori possono solo esercitare pressione sulle sue decisioni? Perché nelle iniziative sindacali contro una chiusura di fabbrica, anziché sentire rivendicare l’esproprio dei mezzi di produzione di chi decide di chiudere, si sentono solo i lamentii di chi non potrà più sfamare i figli o pagare il mutuo?
Abbiamo assistito a troppe chiusure e perdite di posti di lavoro vedendo i soliti rituali che ogni volta si rivelano insufficienti e non costruiscono i necessari rapporti di forza.
Spesso si fa notare che non tutti gli interessati, a volte pochi, partecipano alle iniziative sindacali contro le chiusure. Ma se troppo spesso un rituale si rivela inefficace, come può essere attrattivo e partecipato? Come pretendere la partecipazione a iniziative che si ritengono inutili?
E’ una colpa lasciare l’educazione dei lavoratori all’ideologia dominante che fa apparire naturale quello che naturale non è: che le decisioni dell’impresa le prende il padrone, la proprietà, gli azionisti.
Il sindacato, i rappresentanti sindacali devono affermare che un’azienda, i suoi quadri, i lavoratori sono patrimonio del territorio, a essi, solo a essi spettano le decisioni sulla gestione.
Con quel presupposto e quella chiarezza, con i lavoratori si costruisce la difesa del posto di lavoro, si decidono gli obiettivi e le forme di lotta.
E’ una prospettiva poco realistica? Al momento irrealistici si sono dimostrati i rituali che non hanno impedito le chiusure e i licenziamenti.
Ora della De Tomaso nel territorio restano comunque gli stabilimenti, gli impianti, le macchine, gli impiegati, gli operai e i quadri, tutti con il loro sapere e la loro professionalità. Impegnare l’amministrazione pubblica in un progetto produttivo è un modo per difendere il territorio. La decisione del prodotto da fare non può che essere frutto di una discussione pubblica e democratica, che riconnettendo la partecipazione offra prospettive diverse da quelle che l’imprenditoria privata ha dato sinora.