Un venerdì nero per il mondo del lavoro

di Franco Turigliatto

Per usare un eufemismo, venerdì 20 febbraio non è stata una giornata particolarmente favorevole per le classi lavoratrici.

Il governo Renzi è andato dritto per la sua strada (contro i lavoratori e a vantaggio dei capitalisti), annunciata fin dalla sua costituzione un anno fa e dal decreto Poletti sull’apprendistato e sul lavoro a termine del 20 marzo2014.

Con i decreti legislativi varati ieri dal Consiglio dei Ministri, nei fatti lo Statuto dei Lavoratori è cancellato, scompaiono quelle tutele strappate con le grandi lotte degli anni’60, che hanno costituito il quadro dei diritti su cui per 40 anni il movimento operaio e sindacale ha potuto agire.

Una sconfitta pesantissima: l’articolo 18 non esiste più, d’ora in avanti qualsiasi lavoratore sarà sempre più ricattabile e la sua condizione sarà sostanzialmente quella di precario a vita; tutti sotto il giogo del contratto a tutele crescenti, mentre restano perfettamente in piedi le tante forme dei contratti precari scesi da 47 a 45, per non parlare delle norme che liberalizzano i licenziamenti collettivi.

E non basta, perché i decreti di Renzi estendono il “lavoro accessorio” (quello con i voucher) fino a 7000 euro, distruggono ogni certezza delle mansioni per le quali sei stato assunto, liberalizzano il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori con ogni mezzo.

Non c’è stato forse un secolo di lotte dei lavoratori per superare questa condizione, per dare sicurezza di lavoro e di vita a ciascun salariato? Non era stato forse sottolineato il grande progresso sociale ed umano realizzato costituito dai diritti del lavoro conquistati nel secondo dopoguerra in tutta l’Europa?

Tutto è cambiato; si torna alla “modernità”, ovverosia all’ottocento, perché i padroni hanno sempre concepito questi diritti, come una (per loro) penosa parentesi provvisoria che doveva essere chiusa appena i rapporti di forza lo avessero permesso. Questo e non altro era il sogno del presidente della Confindustria Squinzi ed oggi il suo governo, il governo dei padroni, presieduto dal giovane dalle maniere spicce, lo realizza appieno. L’editoriale del Sole 24 ore già annuncia che questo è solo il primo passo, ma che bisognerà fare anche il secondo e il terzo…

E a chiarire e confermare la natura profondamente reazionaria revanchista dei decreti arriva il plauso convinto di Maurizio Sacconi, che vede finalmente attuate le “riforme” che invano cercò di adottare quando era ministro del lavoro dei governi Berlusconi.

Era possibile resistere a questo disegno criminoso della coppia Renzi e Squinzi. Questo autunno sembrava possibile; lo chiedevano milioni di lavoratori che scioperavano e scendevano in piazza, mettendo in difficoltà il governo; sembrava di sì il 25 ottobre a Roma, poi il 14 novembre e ancora il 12 dicembre, per richiamare le tre grandi mobilitazioni contro JOBS Act.

Forse non è sufficiente denunciare la protervia del governo, ma bisogna anche capire cosa non funziona all’interno del movimento sindacale, cioè dello strumento storico del movimento dei lavoratori che deve costruire l’iniziativa collettiva contro l’attacco delle forze padroni. Lasciamo da parte CISL e UIL che da molto tempo ormai sono legate mani e piedi ai governi. Guardiamo in casa CGIL, la più grande organizzazione di massa del paese che in autunno ha ancora dimostrato forte capacità di mobilitazione: forse qualcosa non funziona, forse non basta dire come anche ieri ha fatto Susanna Camusso che i decreti governativi sono “il via libera ai licenziamenti e alla precarietà”. Se non fosse una questione fin troppo seria verrebbe da riprendere la vecchia battuta di Totò: “Lui me ne ha date tante, ma io quante gliene ho dette”.

Purtroppo non è solo questo: la direzione della CGIL avrebbe avuto la forza (e la base dei lavoratori lo chiedeva) di dare continuità all’autunno, di dire chiaramente al governo che avrebbe continuato la lotta e di passare a gennaio dalle parole ai fatti per mettere sotto assedio questo governo antioperaio.

Invece la CGIL ha riunito la sua direzione alla vigilia di Natale senza nulla decidere su come andare avanti, lasciando così mano libera al governo di varare il primo decreto legge del 24 dicembre; ha reiterato l’operazione questa settima, quando per la seconda volta, la sua direzione si è rifiutata di indicare qualunque vero percorso di lotta.

A questo punto il governo sapeva di avere la strada sgombra e non aveva certo la necessità di tenere in considerazione le modeste proposte della sinistra PD né quelle delle commissioni di Camera e Senato che pure avevano censurato la stesura del decreto governativo.

La conclusione è drammatica: purtroppo i lavoratori non devono solo fronteggiare la violenza del governo, ma anche subire la subordinazione aperta e totale della CISL e quella mascherata, ma obbiettiva della CGIL e della UIL che denunciano, ma nulla fanno di quanto andrebbe fatto.

Siamo quindi di fronte a una terribile contraddizione che stringe la classe lavoratrice, contraddizione che non sembra facilmente superabile.

Da una parte i sindacati di base e le correnti di classe all’interno della maggiore confederazione che vorrebbero chiamare alla lotta i lavoratori su un programma radicale, ma che non hanno la forza e il consenso di massa.

Dall’altra la Cgil che invece avrebbe ancora la forza per costruire la mobilitazione operaia necessaria e polarizzante verso tutti gli strati popolari, ma che non lo vuole fare perché significherebbe rompere con orientamenti ormai pluridecennali, rompendo con la subordinazione alle forze capitaliste ed aprendo un durissimo scontro sociale. E’ proprio questo che l’apparato burocratico non vuole fare. E purtroppo, fino ad ora almeno, anche la FIOM non ha saputo reagire accettando invece il percorso della Confederazione e della Camusso.

Tutti gli attivisti sindacali consapevoli della gravità della situazione e che hanno a cuore le sorte della classe lavoratrice, siano essi militanti dei sindacati di base o della CGIL, devono lavorare con tutte le loro forze per superare questa contraddizione, attivando la massima capacità unitaria, con determinazione e con intelligenza tattica, per non piegarsi alla rassegnazione e alla sconfitta, alla difesa, per altro impossibile, solo del proprio ambito organizzativo, ricercando tutti i terreni possibili per riaprire la lotta, per incalzare anche i gruppi dirigenti e per sfruttare tutte le occasioni in un’ottica di mobilitazione ampia e generale.

Inoltre, d’ora in poi l’attività sindacale sarà sottoposta ad una duplice micidiale tagliola, quella dell’accordo del 10 gennaio 2014 e quella delle norme del JOBS ACT.

Per questo i diversi soggetti sindacali e sociali che hanno realizzato la giornata del 14 novembre devono ricostruire l’iniziativa unitaria ed avanzare una proposta di lotta e comuni obiettivi per la classe lavoratrice, quella ormai non più garantita (anche se mai lo è stata totalmente), quella precaria, quella molto precaria e quella totalmente disoccupata.

Ma la giornata di ieri è stata molto difficile anche per le notizie che arrivavano da Bruxelles dove era in corso il durissimo braccio di ferro che oppone ormai da tre settimane il governo greco da una parte e dall’altra i suoi carnefici, le istituzioni europee dei capitalisti e delle banche. Governo greco che il voto del 25 gennaio e anni di lotta hanno chiamato ad affermare i diritti contro il massacro dell’austerità che imperversa da anni.

Quelle istituzioni continentali hanno scatenato la loro guerra sociale contro il popolo greco e contro tutti i popoli di Europa. In questo scontro da una parte c’è il diritto al futuro delle classi popolari europee, dall’altra le rendite e i profitti dei lupi voraci, degli sciacalli e dei vampiri (mi perdonino questi degnissimi animali per l’uso allegorico deteriore che ne faccio), cioè dei capitalisti, dei banchieri e degli speculatori (per non parlare dei loro servi politici, tra cui spicca come al solito per la sua faconda ma rivoltante ipocrisia il giovane rappresentante italiano). Costoro, sostenuti dai loro media, hanno una sola finalità: mantenere i cappi politici e finanziari europei che strangolano le classi lavoratrici, sconfiggere il tentativo di rompere queste catene; sconfiggere il popolo greco e Syriza, farla recedere, per dimostrare che non esiste altra via, per stroncare altri paesi (prima fra tutti la Spagna) che volessero mettersi su questa strada; affermare che tutti si devono rassegnare.

Le condizioni in cui avviene il confronto tra il governo greco e i capitalisti europei sono terribili e ogni giudizio sull’esito, che vedrà lunedì un nuovo delicato passaggio con le proposte di riforma del governo di Syriza, non può che essere molto cauto, perché siamo lontani dal teatro del dramma: in ogni caso il giudizio non può spettare in primo luogo che al popolo greco, alla classe lavoratrice di quel paese.

Anche perché la partita non si chiude in una sola giornata o in una sola trattativa, ma sarà ancora assai lunga, e riguarderà tutta una fase.

Il giornale La Repubblica, nella sua pelosa ipocrisia ha riassunto bene quali fossero le squadre in campo: “La partita era 18 contro uno (tutto l’eurogruppo contro la Grecia). Qual’è stato il risultato? Hanno vinto, ottenendo molte più cose di quante ne hanno concesse – come accade sempre tranne che nelle favole – i più forti: Jeroen Dijsselbloen e la Germania. Anche Atene però, data la disparità di forze in campo, può permettersi di vedere il bicchiere mezzo pieno…”

Il problema è che quel tipo di competizione è completamente a vantaggio dei 18; bisognerà cercare di cambiare la natura di gioco ed il campo in cui si lotta: in altri termini la partita decisiva si deve giocare nelle prossime settimane e mesi sul terreno della lotta sociale, dove la forza dei lavoratori può e deve esprimersi. In ogni caso in Grecia esiste una situazione più favorevole del passato per lo sviluppo della lotta. I lavoratori sanno che oggi le mobilitazioni non si troverebbero di fronte l’apparato repressivo e le orecchie sorde dei governi di centrodestra o di centrosinistra, ma piuttosto un governo che può ascoltare e metterne a frutto la spinta e il sostegno.

E quando parliamo di necessità della lotta sociale non parliamo solo della Grecia, ma di tutti i campi e di tutte le piazze dell’Europa.

Molti in Italia fanno semplicemente il tifo per Syriza, come fosse una partita di calcio; ma non lo è; è piuttosto una lotta di classe che ha e deve avere una valenza internazionale. Per questo siamo pienamente impegnati sia a costruire la solidarietà con le lotte e le rivendicazioni del popolo greco, sia in una lotta internazionalista solidale e comune delle classi lavoratrici europee contro il ricatto del debito e per la distruzione dell’austerità.