Un bilancio delle mobilitazioni dell’autunno

E’ stato un autunno caldo o tiepido?

di Nando Simeone

Le violente politiche di Austerity portate avanti dal governo Renzi in sintonia con le ricette dell’Europa della Troika hanno spinto consistenti settori della società alla mobilitazione e alla lotta. Sono stati i settori tradizionali più combattivi, metalmeccanici, scuola, precari e studenti, a riempire le piazza e spesso a coinvolgere anche altri settori del mondo del lavoro.

Il governo con la complicità di Confindustria, attraverso il Jobs Act, la controriforma della “Buona Scuola”, il blocco dei contratti per la quasi totalità dei lavoratori, i continui licenziamenti ed il dilagare della precarietà, ha provocato uno scontro durissimo non solo contro i lavoratori ma anche contro la burocrazia sindacale. Renzi con il suo progetto populista-bonapartista è intenzionato a liquidare il sindacato, per questo lo scontro con la burocrazia è stato e sarà molto duro!

I soggetti sociali che hanno animato le mobilitazioni più significative dell’autunno sono state sostanzialmente due: il sindacato confederale, in particolare la CGIL e la coalizione sociale che, con la parola d’ordine dello sciopero sociale, ha messo insieme precari, partite iva, studenti, “vecchi” e giovani lavoratori non sindacalizzabili, occupanti di case, immigrati, centri sociali e sindacalismo conflittuale.

E’ nella scuola che è partita la prima ed importante mobilitazione con gli studenti insieme ai settori del sindacalismo di base (Cobas e CUB) e del “Sindacato è un’altra cosa-opposizione Cgil”. Il 10 di ottobre, dunque, in oltre 50 piazze, abbiamo visto tanti studenti delle medie superiori ed anche una discreta partecipazione del personale docente e non mobilitarsi contro la “buona scuola” e contro il Jobs Act per darsi di nuovo appuntamento il 14 di novembre.

Contemporaneamente il gruppo dirigente della CGIL, di fronte agli attacchi ed ai continui sfottò di Renzi, decide di indire una manifestazione nazionale a Roma. Evento eccezionale, visto che l’indicazione di svolgere una mobilitazione contro il governo a guida PD, partito da sempre principale se non unico riferimento della dirigenza CGIL, rappresenta un’importante novità, un conflitto, una rottura che contribuisce ad approfondire la crisi del sindacato.

Alcune centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, giovani, donne e pensionati hanno invaso le strade di Roma riempiendo la tradizionale piazza dei lavoratori di S. Giovanni.

La preparazione della mobilitazione è stata preceduta da fermate spontanee nelle fabbriche, scioperi e manifestazioni locali della Fiom, con l’inasprirsi delle lotte delle aziende che chiudono, prima fra tutte quella dei lavoratori delle acciaierie di Terni. C’è stato il contributo delle iniziative dei sindacati di base, con gli scioperi della logistica, che hanno dimostrato che ancora si può vincere, e poi le iniziative di lotta nella scuola.

La grande manifestazione del 25 ottobre è stato il segnale che qualcosa ha iniziato a muoversi in profondità nella classe lavoratrice, alcune crepe si sono aperte nel consenso al governo Renzi e soprattutto si è manifestata una volontà di uscire dalla rassegnazione disperata. L’aspetto più interessante è che quella mobilitazione ha mostrato l’esistenza di grandi spazi politici e sociali per la costruzione di un movimento di massa di opposizione alle politiche del governo Renzi.

La natura contraddittoria della burocrazia sindacale ha messo in scena un copione molto classico, da un lato la necessità di mobilitare e dall’altro il timore che possa “sfuggire di mano”; è all’interno di questa contraddizione che si è mosso il gruppo dirigente della CGIL. Nel comizio conclusivo del 25 ottobre Susanna Camusso ha volutamente perso l’occasione di proclamare uno sciopero generale vero dal palco di fronte a centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori evocando solo una vaga continuazione della lotta “anche con lo sciopero generale”, evitando accuratamente di indicarlo come naturale estensione e sviluppo della riuscita della mobilitazione, ma subordinandolo ad altri inutili momenti di confronto con il governo e, soprattutto, a un deleterio tentativo di costruire la prosecuzione della lotta “unitariamente” con Cisl e Uil.

Nel mese di novembre il vuoto di iniziativa politico-sociale lasciato dal gruppo dirigente CGIL è stato parzialmente colmato sia dalla coalizione dello “sciopero sociale” che dalla iniziative della FIOM.

Dopo mesi di preparativi e mobilitazioni locali il #14N, giornata dello sciopero sociale generalizzato, è arrivato e come annunciato, almeno in 25 città, si è manifestato contro il governo Renzi, il suo Jobs Act, la sua concezione di Buona Scuola, contro austerità e privatizzazione dei Beni Comuni e contro la legge di stabilità. Non abbiamo certamente visto il blocco del paese e la mobilitazione straordinaria e prolungata indispensabile a sconfiggere il governo, tuttavia l’esperimento della sciopero sulle 24 ore è riuscito. Le decine di iniziative in tante città d’Italia hanno dato il senso, dopo anni, della ripresa su larga scala del conflitto sociale.

Il 14N è stata una importante giornata di lotta che ha visto finalmente insieme precarie/i, lavoratrici e lavoratori, studenti, occupanti di casa che scendono in piazza insieme a movimenti sociali, sindacati di base e FIOM a rivendicare dignità del lavoro, reddito e diritti. Un successo evidente che avrebbe potuto innescare una dinamica ancora più profonda e radicale se solo la FIOM da una parte e l’USB dall’altra avessero deciso di convergere nella giornata del 14. Il gruppo dirigente FIOM ha invece scelto di spezzettare lo sciopero di 8 ore, il 14 novembre al Nord con manifestazione a Milano ed il 21 al Centrosud con manifestazione a Napoli, articolazione probabilmente dettata più dalle esigenze di visibilità del proprio leader Maurizio Landini che dalla ricerca di una convergenza possibile nell’ottica dell’approfondimento e della radicalizzazione del conflitto. Altro discorso riguarda l’USB con la scelta negativa di autoisolarsi, prima con il defilarsi dalla coalizione dello sciopero sociale che, dopo tanto tempo, era riuscita nell’intento di costruire una unità d’azione con l’insieme dell’articolata galassia del sindacalismo di base, sinistra Cgil compresa e, successivamente, con la convocazione in piena solitudine di uno sciopero generale per il 24 ottobre in aperta contrapposizione alla mobilitazione della CGIL. Lo sciopero e le manifestazioni, prodotto di un percorso basato su rotture e contrapposizioni, non poteva certo portare ad adesioni significative sia nello sciopero che nelle manifestazioni.

Contemporaneamente il gruppo dirigente della CGIL ha proclamato lo sciopero generale per il 5 dicembre. La successiva disponibilità manifestata dalla sola UIL di coindire lo sciopero generale spingerà le due organizzazioni confederali ad un ulteriore spostamento della data dello sciopero per il 12 di dicembre.

Lo sciopero è comunque riuscito, malgrado tutto e con manifestazioni numericamente rilevanti in alcune città, tenendo conto che l’indicazione della mobilitazione generale arrivava solo nove giorni dopo l’approvazione del Jobs Act e che la Cgil, in alcuni territori, non si è spesa per questa scadenza con la stessa energia con cui aveva organizzato la manifestazione nazionale del 25 ottobre. E’ riuscito questo sciopero nonostante le ripetute manovre del governo Renzi per mettere all’angolo la Cgil con la collaborazione della stampa “amica”.

Lo sciopero ha, dunque, coinvolto diversi milioni di lavoratori che hanno risposto alla lotta da parte di due grandi organizzazioni sindacali, in primis la Cgil (la Cisl non ha scioperato, ma la Uil ha dimostrato di avere buone presenze in alcune città); dato che dovrebbe far riflettere quei settori di sindacalismo di base che hanno scelto di non inserirsi in una dinamica di lotta che coinvolge i settori più avanzati della classe lavoratrice e milioni di lavoratori. Nonostante l’egemonia dei vertici dei sindacati confederali si aprirebbero spazi per tutte le componenti del sindacalismo conflittuale se solo questi ultimi fossero capaci di inserirsi nelle contraddizioni esistenti. Unica eccezione positiva è la scelta operata da Si Cobas e Adl Cobas che hanno deciso di scioperare il 12 dicembre mentre le aree dei precari e dei centri sociali, pur non partecipando ai cortei della Cgil, hanno comunque scelto la giornata del 12 come giornata di lotta mettendo in campo azioni dimostrative.

Un bilancio delle lotte dell’autunno è necessario per trarne insegnamenti per il futuro prossimo. Il primo dato è che la maggiore disponibilità alla lotta dei settori tradizionali del mondo del lavoro sono accolte ed organizzate dalla CGIL malgrado la sua perdita di credibilità e gli ultimi accordi bidoni firmati con la controparte. Altra caratteristica peculiare della CGIL è che nei momenti di mobilitazione emergono i settori più combattivi presenti nell’organizzazione i quali contribuiscono a dare credibilità alla mobilitazione stessa, pensiamo, ad esempio, al ruolo della FIOM, a quello del “Sindacato è un’altra cosa- opposizione CGIL” ed anche ad una consistente rete di delegati presenti nei posti di lavoro che ancora continuano a mantenere un’opzione confusamente di classe. Quando questi settori entrano in azione le loro pratiche spesso costituiscono un elemento di contraddizione con la burocrazia sindacale; solo costruendo una direzione alternativa capace di entrare in sintonia con i settori più combattivi della classe si possono strappare quei lavoratori all’egemonia dei vertici sindacali. In quest’ottica l’orientamento politico del sindacalismo di base rimane centrale!

Altro elemento da analizzare è il ruolo che hanno svolto gli studenti. Sicuramente gli studenti delle medie superiori hanno animato le piazze dell’autunno, svolgendo un ruolo molto importante, sopratutto il 10 di ottobre insieme agli insegnati e in particolare il 14 N, in forma minore il 25 ottobre e nelle giornate dello sciopero generale del 12 dicembre; ciò che più ha colpito è stata la grande assenza nelle mobilitazioni degli studenti universitari, da sempre un soggetto sociale con un ruolo cruciale, vuoi come detonatore di vere e proprie rivolte sociali, vuoi come elemento di radicalizzazione delle lotte.

Come mai questa assenza? Possiamo ipotizzare che la sconfitta dell’Onda anomala, il movimento studentesco del 2008 e l’entrata a regime dell’università azienda abbiano ha agito negativamente nella capacità di mobilitazione degli studenti universitari. Un dato sicuramente negativo che ha pesato significativamente in tutte le mobilitazioni dell’autunno.

L’autunno ha visto moltissime lotte di settore, di aziende in crisi ed anche mobilitazioni generali che hanno però sofferto sia della divisione e della frammentazione delle sigle sindacali che della difficoltà a far convergere soggetti sociali “diversi tra loro”. Ricomporre quei mondi che faticano ancora a trovare una convergenza su parole d’ordine unificanti quali quello del lavoro tradizionale, che si mobilita e lotta quando le organizzazioni sindacali come la Cgil muovono i loro apparati (raccogliendo una buona disponibilità degli stessi lavoratori) e il mondo dei precari, dei lavoratori “atipici” e degli studenti, che si mobilitano con le aree più radicali di quella sinistra sociale che va dai luoghi occupati al sindacalismo di base e che con la parola d’ordine dello sciopero sociale aveva animato  importanti mobilitazioni il 14 novembre. Solo ricomponendo questi due mondi si potrà costruire un grande movimento di massa che potrebbe sottrarsi al controllo delle burocrazie sindacali.

Dare continuità all’autunno diventa una priorità politica. Il governo continua con la sua aggressione al mondo del lavoro ed ora è il momento dei lavoratori del pubblico impiego di subire campagne denigratorie funzionali al restringimento dei diritti e del salario mentre, contemporaneamente, si prepara la privatizzazione delle ultime aziende pubbliche rimaste. Tutto ciò obbligherà la dirigenza Cgil ad adottare una politica più conflittuale nei confronti del governo; di certo non possiamo “attendere” le reazioni dei vertici del sindacato, è urgente superare settarismi reciproci e diffidenze, è urgente che il variegato mondo del sindacalismo conflittuale e dell’antagonismo sociale ritrovi una capacità di iniziativa politica e sociale nell’ottica della promozione del conflitto di classe; non abbiamo scelta, in alternativa saremo tutti alle mercé dei vertici confederali.