Bancari, il riuscito sciopero del 30 gennaio

Il riuscitissimo sciopero dei bancari svoltosi venerdì 30 gennaio è una conseguenza logica, e prevedibile, dell’attuale situazione del Paese.

L’ABI (Associazione Bancaria Italiana) ha disdettato in anticipo il Contratto nazionale il settembre 2014, dando un primo segnale del suo irrigidimento, lamentando l’eccessiva onerosità del contratto (e l’ultimo contratto era stato definito dai sindacati “difensivo”, cioè fatto per perdere il meno possibile).

Lo sciopero è stato indetto da 8 sigle sindacali, a dimostrazione che se ne è vista l’importanza dopo il primo incontro con la parte datoriale, presentatasi con un memorandum molto duro, che praticamente metteva mano a tutti i punti presenti in un contratto nazionale di lavoro.

Praticamente si è adottato il “metodo Marchionne”: svilire il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, subordinando tanti punti, non solo retributivi, al risultato d’impresa, e ragionando azienda per azienda, il tutto supportato da un rapporto di sufficienza con i sindacati.

E’ una logica conseguenza del clima politico; se Renzi appena insediato si esprimeva col famoso “ce ne faremo una ragione” in merito alle prime critiche sindacali, ora i datori di lavoro sanno di avere un’ottima sponda in questo governo che adotta il liberismo estremo; in future mediazioni del governo si avrà l’impegno dimostrato, e che ancora dimostra, per esempio all’ILVA.

Nel memorandum veramente si sfrutta ogni occasione offerta dall’attuale legislazione, oppure tenendosi nel vago ci si riserva di sfruttarla. E’ citato quindi l’art. 8 del decreto legge 138/11 che permette di derogare al Contratto, al fine dichiarato di (testuale) “semplificare le procedure sindacali”.

Si esclude che, viste le prospettive, ci possano essere automatismi che aumentino il costo del lavoro. Anche il contributo al TFR verrebbe diminuito (si immagini la condizione dei colleghi più giovani). Si anticipano regole meno stringenti per appalti, cessioni rami d’azienda, parlando anche di rapporti di lavoro autonomo per i colleghi nelle filiali, praticamente a partita IVA. C’è un ipocrita richiamo al “favorire l’occupazione” (ma è occupazione o puro sfruttamento?). Naturalmente si vuole mano libera anche sugli orari.

Spulciando questo memorandum maturano naturalmente tutte le motivazioni che hanno determinato lo stato di agitazione del comparto, ed il problema sarà mantenere unite le sigle sindacali nelle rivendicazioni, non impossibile se sarà avvertito da tutti il pericolo, molto vicino al punto di non ritorno, della mazzata che aspetta tutti i lavoratori bancari, non solo retributivamente ma proprio della concezione del lavoro subordinato che si affronterà.

Rimanendo in tema bancario si nota l’attenzione dedicata al settore dal governo quando per decreto legge si è imposto alle banche popolari la trasformazione in Spa; pur senza entrare approfonditamente nella questione, ricordiamo che la “materia bancaria” è molto delicata, ogni intervento incauto può avere gravi conseguenze, ed il decreto legge (con un infondato carattere di urgenza, ma comunque firmato da Napolitano) sembra proprio incauto.

Ma, visti i consistenti acquisti di azioni della Banche popolari messi in atto subito prima del varo del decreto dal finanziere Davide Serra, il fondatore di Algebris Investments, grande amico e sostenitore di Matteo Renzi, il decreto è tutt’altro che improvvisato e incauto…