Dall’orrore nazista dell’Isis alla barbarie «moderata»
Dal “Manifesto” riprendiamo un articolo largamente condivisibile di Marco Bascetta sul “Terrorismo diffuso” e sulle risposte barbariche alla barbarie. Aggiungo solo una considerazione suggerita da alcuni interventi ascoltati in dibattiti radiofonici: Bascetta parla di stile più nazista che «medioevale». Mi preoccupa un po’ l’uso del termine nazista, che considera come eccezionale e unico quel regime, giustamente esecrato per i suoi crimini, ma di cui era inammissibile che avesse rivolto la violenza su una popolazione europea, mentre tutte le potenze coloniali si erano macchiate di analoghi crimini ma su popolazioni extraeuropee, “di colore”, quindi ignorati.
Anche il riferimento al Medioevo non mi convince: nel senso comune viene inteso soprattutto come medioevo islamico. In realtà la storia europea è costellata di crimini motivati sul piano religioso anche ben oltre il medioevo in senso stretto. Ci sono moltissimi casi di roghi che bruciavano vivi i dissidenti. Ad esempio a Ancona nel 1557 per ordine del papa Paolo IV furono uccisi in questo modo 25 “marrani”, cioè ebrei convertiti a forza al cattolicesimo, che erano stati scoperti a osservare nascostamente i precetti alimentari e sul riposo del sabato. Ed era un papa “riformatore”… Ben più noto il caso di Giordano Bruno.
Ma anche i protestanti non scherzavano: nel 1553 nella calvinista Ginevra era stato bruciato su un rogo, che durò oltre mezzora, un pensatore indipendente, Michele Serveto. E dopo molti processi per stregoneria arsero roghi anche nelle colonie puritane del Nord America.
Quindi – senza diminuire l’orrore per le azioni dell’IS, o per i precetti dell’Università coranica di Al Azhar, ricordiamoci di quanto per molti secoli sia stata impregnata di violenza contro le idee anche la nostra civiltà europea. (a.m. 5/2/15 da Movimento operaio)
Occorre davvero far ricorso a tutte le risorse etiche e razionali di cui disponiamo per non relegare un intero pezzo di mondo nelle tenebre della barbarie più efferata e auspicarne l’annientamento a qualsiasi costo, «danni collaterali» compresi.
La tentazione è forte. All’orribile morte tra le fiamme di Moath al-Kasasbeh, decisa magari «dal basso» dagli umori infami del popolo jihadista consultato sulla rete, fa seguito la reazione squisitamente kappleriana della monarchia di Amman, che fa immediatamente impiccare Sajida al-Rishawi, la terrorista detenuta nelle carceri giordane dal 2005 e che la Giordania era disposta fino a ieri a scambiare con il suo pilota, e un altro detenuto qaedista iracheno, Ziad al-Karbouli.
In realtà circolava voce che altri cinque detenuti sarebbero stati giustiziati, ma non è chiaro quale sia la proporzione della rappresaglia ritenuta adeguata dalla monarchia hashemita. Ci auguriamo inferiore a quella delle Fosse Ardeatine. Intanto da quel santuario di saggezza islamica «moderata» che è l’università coranica di Al Azhar si leva l’invito a «uccidere, crocifiggere e mutilare» i terroristi. Questo Islam potrebbe piacere perfino, per l’occasione, alla destra islamofoba.
Lasciando per un momento da parte ogni considerazione geopolitica, ci troviamo di fronte tutti gli elementi di una «guerra interfascista» (per usare l’espressione suggestivamente applicata da Franco Berardi Bifo alla guerra in Ucraina).
L’orrore abita diversi luoghi nel mondo, in proporzioni numeriche più o meno spaventose dal Pakistan alla Nigeria, pervade legislazioni, forme politiche e sociali di molti regimi fidati alleati dell’Occidente.
In un luogo specifico, però, quello militarmente occupato dall’Isis, l’orrore si è «fatto stato» senza diplomatici velami. Uno stato che esercita il suo potere in forme tanto feroci da far impallidire l’Afghanistan crudelmente tribale e «tradizionalista» del Mullah Omar. Vi si bruciano libri ed esseri umani in stile più nazista che «medioevale».
Questo stato deve essere cancellato dalla carta geografica, prestando però molta attenzione a che non se ne disperdano le spore. Ma è questa una ragione per tollerare la barbarie «moderata» che frequenta la city nel timore che possa diventare «estrema», probabilmente senza smettere di frequentarla?
Le ragioni economiche e geostrategiche non abbisognano, si sa, di giustificazioni morali. Ma il discorso pubblico e anche la retorica democratica non possono farne a meno. E tacere sui sistemi di brutale oppressione esercitati dagli alleati dell’Occidente in casa propria.
E’ di ieri la condanna all’ergastolo di centinaia di militanti del movimento che spodestò Mubarak in Egitto.
Non si vedono in giro per il mondo cartelli e magliette con la scritta «Je suis Moath».
Certo un pilota che bombarda, tutt’altro che chirurgicamente, i territori dominati dall’orrore è ben diverso da vignettisti assassinati per le loro opinioni ed eletti a simbolo della libertà di espressione, sebbene tutti vittime della medesima barbarie. Le bombe, questo è certo, non sono parole.
Eppure dovrebbero esserci, nonostante tutto, queste magliette e questi cartelli, perché la Convenzione di Ginevra, per non parlare dei più elementari principi di umanità, contiene diritti non meno importanti da difendere. E anche chi partecipa a una guerra, una volta prigioniero non può subire la sorte terrificante toccata al pilota giordano.
C’è un problema però.
Anche le vittime della rappresaglia giordana, e cioè di una logica fascista, meriterebbero la stessa attenzione. Capisco quanto sarebbe imbarazzante indossare una maglietta con la scritta «Je suis Sajida», una fanatica terrorista che ha partecipato a un attentato che ha provocato 60 morti, ma nel momento in cui non è più in grado di nuocere e diventa la pedina inerme e torturata di un mostruoso gioco di immagini, l’oggetto di una vendetta al servizio della propaganda hashemita, forse bisognerebbe avere il coraggio e lo stomaco di farlo.
Ma solo da quel momento in poi. Prima gli uomini dell’Isis, come già gli eserciti nazionalsocialisti, non possono che essere combattuti con le armi e i loro complici «moderati» e silenziosi costretti a gettare la maschera e a rendere conto delle proprie azioni.
Marco Bascetta