3. Perché la difesa della biosfera è così difficile tra gli anticapitalisti?

di Yves Dachy

Leggi il capitolo 1. Delle violenze della natura e del caso

Leggi il capitolo 2. Ecologia e politica

L’antropizzazione della biosfera

Le regioni occupate dall’uomo hanno subito visto le grandi specie animali (megafauna) massacrate dai primi migranti. Si conosce il caso del dodo dell’isola di Mauritius, un grasso piccione della taglia di un tacchino, incapace di volare, che i marinai di passaggio massacravano con un bastone. Ma in qualche decennio sono scomparse parecchie specie di uccelli di grande taglia. Predatori che accompagnavano gli uomini durante le loro migrazioni (topi, cani, gatti, vari insetti) o che furono introdotti apposta (conigli, volpi, lumache carnivore, rospo-bufalo, parecchie specie di gamberi d’acqua dolce americani, ecc., ed anche piante infestanti) hanno prolungato l’azione umana sopprimendo molte specie endemiche, il cui elenco non è finito, su tutti i continenti. Per la prima volta, degli uomini iniziano l’inventario dei disastri che hanno provocato.

Non si tratta più soltanto della megafauna distrutta qua e là, ma di un fenomeno antropico che incide sulla superficie del pianeta, giustificando la designazione di una nuova era: l’Antropocene. Un redattore della collezione Anthropocène (ed. duSeuil) pone il problema in questi termini: «Usciamo da condizioni biogeoclimatiche relativamente stabili durante gli 11.500 anni dell’Olocene [ultimo periodo dell’era terziaria] che fecero della Terra la madre delle civiltà umane. E ci lanciamo esponenzialmente sull’ignoto, verso condizioni nate due secoli fa con la rivoluzione termoindustriale, che il sistema Terra non aveva conosciuto in milioni di anni.»

Alcune specie come le termiti, le formiche, i muschi, le alghe, e molte altre modificano i suoli, l’ambiente, la fauna e la flora, e possono essere paragonate a fenomeni geologici massicci e superficiali. Altre specie come gli squali e i carnivori in generale, disciplinano la fauna e la flora, sopprimendo gli individui ammalati «anormali» o sovrabbondanti secondo lo schema classico. Tutte le specie vicine sopravvivono con vari adattamenti. Questo scenario ecologico funziona da milioni di anni e forma biocenosi che si evolvono assieme mantenendo il loro equilibrio. Negli anni 1950, i «guardiani» della grande pianura del Serengeti, fra Kenya e Tanzania (guardie armate contro i bracconieri, senza educazione ecologica) decisero che leoni, iene e licaoni erano un pericolo per i turisti ed iniziarono a distruggerli. Ci volle poco perché scoppiasse la maggiore epidemia mai conosciuta, perché i predatori di servizio, che le guardie ammazzavano, smettevano di consumare gli animali ammalati. I leoni e le iene si sono rimessi dal massacro, ma i licaoni sono rimasti rari e potrebbero sparire se le iene occuperanno la loro nicchia ecologica. Così agisce naturalmente l’uomo nella natura.

L’arrivo dell’uomo e dei suoi manufatti non permette che gli equilibri naturali durino. François Ramade dà i risultati dei lavori di quattro specialisti dell’argomento (Ecologie appliquée, 6° ed.): il ritmo delle scomparse va da 5.000 a 25.000 specie all’anno nelle foreste pluviali tropicali ed è da 1.000 a 30.000 volte superiore a quello che caratterizzò i periodi geologici «di estinzioni di massa». Queste cifre significano che, su scala dei tempi geologici, il periodo attuale «di estinzione di massa» è istantaneo. Il tasso di estinzione finale potrebbe superare il 95%, più grave delle estinzioni del Permiano-Triassico. È prevedibile che la maggioranza della popolazione umana mondiale non potrà adattarsi a questo ritmo sfrenato e sparirà pure essa, perché saranno state distrutte le sue risorse alimentari naturali.

Molto prima della definizione di una nuova era chiamata Antropocene, i naturalisti abituati agli studi sul terreno esprimevano facilmente le loro apprensioni il loro pessimismo. Durante un’escursione fra geologi e mentre iniziava una discussione per determinare la posizione stratigrafica del terreno sul quale stavamo, qualcuno disse «Ora siamo nel Cocacoliano», e andò a frugare in un fosso vicino. Poco dopo, tornò con una bottiglia di Coca cola dicendo «E poiché ogni anno le bottiglie sono diverse, i geologi del futuro potranno anche determinare lo strato annuo all’interno del Cocacoliano». Era soltanto una battuta, ma quanto mai significativa.

Pierre-Paul Grassé (1895-1985) fu il principale autore e direttore del Traité de zoologie in 38 volumi (iniziato nel 1940 e proseguito fino alla fine della sua vita). Poco prima di morire, scrisse: «l’Uomo sotto accusa: dalla biologia alla politica» (1980). Ornitologo, entomologo e fondatore di numerose riviste, evitava di esprimere un punto di vista eterodosso nelle sue attività accademiche. Però, in un opuscolo intitolato Réflexions sur l’aménagment de Parcs nationaux [Osservazioni sulla gestione dei Parchi nazionali], formulò queste testuali osservazioni alla fine degli anni 1960 (citato da F. Ramade): «Con lo sviluppo dell’industria e l’avvento della società scientifica, il degrado della natura accelera pericolosamente e la fauna sta andando verso l’estinzione. Se niente ostacola la devastazione, possiamo prevedere un momento in cui sulla terraferma sopravviveranno soltanto alcune piante alimentari, batteri, funghi e pochissimi animali antropofili. Non si tratta di una previsione poiché la marcia verso un mondo senza vita animale è davvero iniziata.»

Come per P.-P. Grassé anche per numerosi altri specialisti delle scienze della natura vale la stessa cosa: formulano correntemente discorsi convenzionali per il pubblico e le istituzioni che li assumono, ma in verità, grazie alle loro esperienze sul terreno e al loro vasto sapere, sono convinti che una catastrofe sta alla fine del nostro mondo frantumato dagli intrallazzi e dal lucro. P.-P.Grassé non sapeva delle opposizioni allo stalinismo e metteva assieme «marxisti» e stalinisti, dei quali denunciava la profonda corruzione. Non aveva letto «La Rivoluzione tradita». La sua cultura e la sua esperienza lo avevano portato al punto di rottura che descriveva in un modo particolare «Il piccolo dio non sta bene; è certo. Il male che rode il suo spirito, il più prezioso e più fragile fra i suoi beni, sembra essere la controparte delle conquiste materiali che ha realizzato» (Toi ce petit dieu. 1971)

L’esempio del saturnismo

Rimanendo nel quadro di una riflessione politica che tiene conto delle esperienze politiche del passato, e nella prospettiva di rivendicazioni e di lotte anticapitaliste, esaminiamo il caso di un tossico mal conosciuto: il piombo.

Un po’ di scienza. Il piombo è abbastanza facile da estrarre e da lavorare grazie alla sua concentrazione nelle rocce, come la galena che contiene l’86% di piombo, e del suo basso punto di fusione (327°C). Questo metallo duttile a grande densità compare negli scavi archeologici sin dall’Età del Bronzo, da 7.000 a 5.000 anni prima del presente. Ricordiamo incidentalmente che il bronzo non contiene piombo, è una lega 90/10 di rame e stagno. Si sapeva indurire il piombo tramite una lega con antimonio e arsenico, molto tossici. Dall’Impero romano fino ai nostri giorni, l’estrazione, il lavoro e la dispersione di oggetti di piombo non era un’attività marginale poiché si trova la traccia di un inquinamento planetario da piombo fin dal primo secolo della storia, osservato nelle carote di ghiaccio estratte dall’Inlandis artico. Gli Europei hanno sofferto di piombo a loro insaputa per 2.000 anni fino ai nostri giorni.

Dalla tarda Antichità fino ad oggi, il piombo era conosciuto per il suo legame con le malattie dei minatori e degli artigiani che lo lavoravano. Fu probabilmente la prima osservazione di una causa ambientale per una malattia. Fu anche la prima malattia professionale riconosciuta: il saturnismo, intossicazione da piombo, che non si deve confondere con la piombemia che misura il tasso di piombo nel sangue. Nel 19° secolo fu scoperta la tossicità del cristallo di vetro, molto diffuso sotto forma di caraffe e bicchieri. È un vetro lucido un po’ giallo, che contiene piombo fino al 40% della massa. Gli alcoolici acidi che rimangono in una caraffa in cristallo di vetro diventano tossici con la diffusione del piombo nel liquido! La prima legislazione sul piombo è apparsa in Svizzera (1914), vietando la fabbricazione e l’uso di tubi in piombo per la distribuzione dell’acqua potabile.

Questo metallo non ha nessuna funzione biologica nota. Si vive meglio senza piombo perché è tossico a qualsiasi concentrazione. E’ un veleno cumulativo che si fissa progressivamente nell’organismo, come il DDT. Questa tossicità funziona anche con gli invertebrati e le piante, che scarseggiano o scompaiono nei siti altamente inquinati in metalli pesanti (fino a mille volte la concentrazione dei suoli naturali per il piombo e lo zinco). Il piombo non è biodegradabile e non si conosce neppure alcun comportamento di difesa degli organismi contro di lui. E’ un forte biocida negli ambienti colpiti dall’acidificazione antropica. Ingerito, è messo in sospensione dall’acidità dell’apparato digerente e si diffonde nell’organismo dove si fissa in certi organi e nelle ossa. Se l’intossicazione si ferma, viene in parte eliminato, ma persistono i danni sulla salute. Però i botanici conoscono suoli naturalmente carichi di metalli pesanti, o inquinati da attività metallurgiche, in particolare zinco, cadmio e piombo, chiamati «suoli calaminari». Questi siti ospitano almeno 4 piante particolari che possono formare prati spessi. Nonostante la loro abbondanza su questi suoli, queste piante possono mancare per centinaia di chilometri prima che se ne trovi un’altra porzione sempre su suolo calaminare (Lemoine&Pauwels, La pollution créatrice de biodiversité. Revue Espèces, juin 2014). Esiste anche almeno una pianta endemica (Viola calaminaria) che cresce soltanto sui suoli naturalmente calaminari.

Il piombo è stato disperso nella natura per lo più dalle armi da guerra e dai pallini da caccia. Uno studio dell’Institut national de la recherche agronomique (INRA), concentratosi in un dipartimento negli anni 1990-2000, ha mostrato che circa 45.000 tonnellate di piombo si sono aggiunte ai suoli forestali ed agricoli del Nord-Pas-de-Calais, senza considerare il piombo che è stato lavato e trascinato verso i mari. Questa enorme massa di metallo tossico sparsa nell’ambiente di un unico dipartimento deriva in maggior parte dalle munizioni usate o abbandonate durante parecchi scontri.

Nelle donne, il piombo supera la barriera della placenta e si accumula nel feto. I reni dei bambini espellono soltanto il 50% del piombo ingerito, mentre un adulto in buona salute può espellerne dall’ 80% al 95%! Non esiste soglia di tolleranza perché il piombo può accumularsi fino ad un tasso molto elevato se l’inquinamento è permanente. L’intossicazione nei bambini avviene all’inizio senza mostrare sintomi. Gli effetti, sopratutto: anemia, diminuzione delle capacità intellettive, disturbi comportamentali, perdite dell’udito si fanno sentire più tardi, anche se il bambino ha cambiato comportamento e habitat. Negli ambienti sociali colpiti, i bambini non erano seguiti per il saturnismo. Quando un bambino mostra segni di deficienza mentale, negli ambienti poco istruiti si dice che è «ritardato» e raramente in tali ambienti si conduce un’indagine sulle origini di tale «ritardo». I medici osservano sul momento i sintomi di una patologia della persona e sono raramente formati per collegare condizioni di vita, ambiente e origine sociale del paziente, e ancora meno disponibili a spostarsi ed osservare l’ambiente dove il paziente vive. Malattie che sono le conseguenze di una piombemia elevata possono essere curate senza che venga diagnosticato il saturnismo e che siano cercate le cause ambientali di una piombemia elevata. In caso di decesso, la causa indicata della morte – cancro, insufficienza renale, ecc. – può risultare da una piombemia elevata, e le informazioni che permettono di rivelare il saturnismo sono distorte quando la presenza del piombo nell’organismo non viene segnalata. Tale era la situazione del saturnismo fino alla fine del 20° secolo.

Un po’ di politica. Gli edifici costruiti prima del 1949 contenevano vernici a basso costo che comprendevano piombo fino al 95% del peso. La loro vendita fu vietata nel 1949, ma il decreto non toglieva le vernici già presenti negli edifici abitativi. Nelle abitazioni vetuste e spesso umide, scampate alla guerra, le vernici si scrostavano e si ammucchiavano ai piedi delle pareti, sui suoli mai puliti delle parti comuni. Queste scaglie di piombo quasi puro hanno un sapore dolce e i bambini piccoli le cercavano per succhiarle! I figli della borghesia non risiedono in habitat umidi con vernici che si scrostano. «La malattia delle vernici» (il saturnismo infantile) colpiva soltanto i quartieri abitati dai poveri e dagli immigrati dei trenta gloriosi.

Esistono aneddoti che valgono più di un lungo discorso. Nella città di Rouen (Seine-Maritime, Francia) i giornali regionali degli anni 1970 e 1980 davano molta importanza alle intossicazioni da piombo che colpivano bambini piccoli. Questi casi di saturnismo furono seguiti dai media in modo aneddotico e superficiale, come se solo il caso fosse all’origine dei drammi. Per via del mio lavoro professionale, ero informato sulle cause del saturnismo nei quartieri degradati, ed anche sull’assenteismo dei servizi sociali. In una riunione di militanti, avevo proposto che venisse affrontato l’argomento del saturnismo, spiegandone la dimensione sociale. Subito un militante esclamò: «E no! Non cominciamo a parlare di malattie! Ci sono i medici per questo!». Stranamente nessun militante presente pareva conoscere la causa e il peso sociale del saturnismo. Non credevano che la difesa dei poveri contro il saturnismo fosse una componente delle lotte sociali. Per loro, questa «malattia» era di competenza di un «servizio sociale» o di un medico, e noi avevamo «altro da fare». Poiché il mio intervento era stato furiosamente interrotto, la proposta logica che lo concludeva (conoscere, intervenire) fu respinta. Per anni ho notato comportamenti simili sulla base di una cultura frammentaria. Solo i militanti della Confederazione sindacale delle Famiglie (CSF) della CGT prendevano in considerazione queste informazioni e capivano il «carattere di classe» del saturnismo infantile perché erano a contatto con lavoratori poveri.

Abuso di linguaggio

Poiché alcuni ecologisti degli anni 1970 avevano diffuso analisi superficiali e parole d’ordine pittoresche («Risparmiate l’acqua. Lavatevi i denti con un bicchiere d’acqua»), vari militanti avevano presto respinto tutto ciò che evocava «l’ecologia». Dal 1970 è passato del tempo. Però, nel 2013, in un congresso provinciale di un’organizzazione anticapitalista, fu respinta la prospettiva di organizzare attività «ecologiste». Ma la biosfera danneggiata dal capitalismo va verso un futuro che piange lacrime di sangue. Ecco perché le lotte dette «ecologiste» e le lotte sociali diventano indissociabili.

Per colpa di un abuso di linguaggio, e alcune incomprensioni rispetto all’ecologia scientifica, è stata innalzata una barriera artificiale tra l’ecologia e le lotte sociali. Una conseguenza di queste posizioni è il fatto che gli anticapitalisti raramente organizzano riunioni pubbliche su questi argomenti nonostante dichiarazioni radicali: «La crisi ecologica, di cui lo sconvolgimento climatico è la manifestazione più preoccupante, rappresenta una minaccia senza precedenti per l’umanità e la biosfera. Si profila una catastrofe irreversibile.» (l’Anticapitaliste, settimanale del NPA, Francia, n. 237, maggio 2014). La rarità delle azioni pubbliche organizzate dagli anticapitalisti su questi temi li pone sotto una cappa d’invisibilità oppure lascia credere, a torto, che questi argomenti non gli interessano, come si sente dire nelle riunioni di naturalisti e nei laboratori.