1. Delle violenze della natura e del caso

di Yves Dachy

L’installazione dell’uomo sulla Terra non è stata un gioco da ragazzi!

Limitati dai caratteri elaborati in coevoluzione con le altre specie: l’ambiente solido, le acque e l’atmosfera, e confrontati a cataclismi che hanno sconvolto a più riprese la biosfera, i mammiferi occupano oggi il solo pianeta abitabile del sistema solare.(2) Vulnerabili ma fortunati, i nostri antenati hanno resistito a numerose convulsioni della natura dalla fine del Cambriano (545-500 milioni di anni fa), periodo segnato dall’apparizione dei Cordati, antenati dei vertebrati, dai quali sono emersi i mammiferi. Da allora si sono succedute cinque crisi ambientali gravi, con avvenimenti parossistici nei quali la nostra stirpe ha sfiorato la scomparsa almeno due volte: 245 e 66 milioni di anni fa.

Otto milioni di anni fa, una crisi climatica trasformò l’Africa orientale in una savana in seguito a una modifica del regime dei monsoni. Questo cambiamento climatico locale ridusse numericamente la popolazione preumana. Oltre alla perdita di una copertura arborea, questa era confrontata a un modo di vita pericolosamente precario. La ricerca di cibo sufficiente e la difesa contro i predatori richiedevano nuovi adattamenti. La risposta, estesa su migliaia di anni, fu uno sviluppo del cervello, una bipedia adatta alla marcia e alla corsa, unica tra i Primati e notevolmente economa in energia, una disposizione del sistema venoso nei piedi che facilitava ad ogni passo il riflusso del sangue verso il cuore, una dentatura onnivora e una posizione del busto e del foro occipitale che favoriva l’osservazione dell’ambiente e il riposo dei muscoli del busto e delle cosce in posizione eretta. Noi, Primati, eravamo diventati definitivamente bipedi, liberando le braccia per nuove attività.

A queste trasformazioni biologiche e morfologiche si sono aggiunti l’apprendimento di armi e nuovi utensili e l’invenzione di un linguaggio, supporto di cultura, memoria e diffusione delle conoscenze. Questi avvenimenti, dove una pressione della selezione agiva sulla vita quotidiana, hanno permesso nuovi progressi che si andavano diversificando. Citiamo sommariamente: scoperta di nuove risorse alimentari e di tecniche per accedervi, come il bastone da scavo per la ricerca dei tubercoli, invenzione delle tecniche di pesca, fabbricazione di panieri e di sacchi, usi tecnici e non solo più alimentari dei materiali di origine animale (pelli, tendini, ossa), caccia e difesa collettive, diversi usi del fuoco, che fu una grande scoperta tecnologica dell’umanità, organizzazione tribale e, forse, già le prime costruzioni difensive contro i predatori e le intemperie. Nell’ultimo milione di anni, i nostri antenati procedevano ad azioni simboliche o economiche, come seppellire i morti, portare gioielli e truccarsi, scambiare merci.

Alla fine di questa evoluzione sociale, la nostra specie aveva operato una rottura maggiore con la preminenza dell’innato sull’acquisito, accrescendo le nostre capacità cognitive e le nostre facoltà di apprendimento. Ormai, i grandi predatori, incubo dei nostri antenati, avevano buone ragioni per girare al largo da noi. Ma soprattutto, abbiamo evitato la trappola della specializzazione in una nicchia ecologica. Una tale opzione, sarebbe stata un vicolo cieco, come è stato per gli altri ominidi, scomparsi di recente o attualmente viventi: scimpanzé, bonobo e gorilla, rifugiati in foreste che si restringono sotto l’azione di quest’altro ominide: l’uomo!

Ne seguì un nuovo choc evolutivo, che portò a comportamenti sociali che annunciavano le future civiltà. Per la prima volta, uomini si raggruppavano al di là delle famiglie e formavano gruppi organizzati e armati, occupavano siti che annunciavano la comparsa delle città, fabbricavano armi da getto più efficaci, inventavano trappole, disponevano di specialisti fabbricanti di utensili e di una gerarchia che organizzava le attività sociali.

Questi processi, che si sono estesi su migliaia di anni, non sono tutti datati chiaramente dagli archeologi, ma presentano il concatenamento degli avvenimenti che si sono succeduti per due milioni di anni, con una netta accelerazione negli ultimi 100.000 anni. La comparsa della nostra specie è molto recente. Conosciuto da 120.000 anni (35.000 in Europa) Homo Sapiens è emerso da una molteplicità di varietà (i Neantropi) alcune delle quali sono sussistite fino ai nostri giorni, possibili germogli di nuove specie se sapiens non si fosse sparso su tutti i continenti dando vita a una mescolanza di tutte le popolazioni negli ultimi millenni.

Con capacità cognitive ormai estese, ormai paragonabili a quelle dell’uomo contemporaneo, eravamo pronti per un’avventura sociale decisiva: la conquista del pianeta!

Camminare e pensare

Lasciando la loro culla africana, molte migrazioni successive sono arrivate nel Medio Oriente, porta aperta sull’immensità dell’Europa e dell’Asia. Gruppi diventati sedentari, circa 12.000 anni fa hanno sviluppato l’addomesticamento di piante e animali. (in particolare grano e pecore) nella regione che gli archeologi chiamano la «Mezzaluna Fertile» nell’area del Tigri e dell’Eufrate (attuale Irak).

Il sorgo fu probabilmente la prima graminacea selvatica sfruttata nell’Africa Orientale da 100.000 anni, e addomesticata più di recente. Ma la più grande scoperta fu l’addomesticamento del grano (una graminacea) che non ha cessato di aumentare il rendimento dei suoi raccolti. Altri gruppi umani, in Cina, riuscirono ad addomesticare il riso (un’altra graminacea), poi, in America centrale, il mais (ancora una graminacea). Oggi, il 75% dell’alimentazione si basa sulla coltivazione di piante modificate dalle pratiche di coltivazione, e quattro tra loro (grano, riso, mais e sorgo) sono le principali fonti dell’alimentazione umana.

Ingegnosi, diventavamo capaci di affrontare le diversità del clima, dall’equatore al circolo artico. La capacità di immagazzinare risorse alimentari e di proteggerle dai parassiti permise una sedentarizzazione che favoriva una crescita della popolazione, fonte di nuove migrazioni. Diversificando i nostri territori, cessavamo di essere minacciati in quanto specie da una crisi locale, come accadde con la civiltà minoica nel Mediterraneo, distrutta da terremoti, eruzioni vulcaniche e invasioni 3.000 anni fa. Allo stesso modo, i pastori del grande Sahara un tempo verdeggiante, cacciati dalla desertificazione, dovettero rifugiarsi sulle coste circa 5.000 anni prima della nostra epoca. Avevamo vinto una nuova battaglia con la nostra capacità di resistere alle crisi ecologiche, epidemiologiche o climatiche, estendendoci su più continenti. La nostra specie era diventata perenne e resistente a crisi e particolarità regionali a volte estreme (vulcanismo, desertificazione, ambiente glaciale) che non potevano più minacciare la totalità della nostra specie. Questa mostrava anche capacità di modificazioni fisiologiche, come l’adattamento all’altitudine con la modifica delle caratteristiche del sangue dei montanari delle Ande e degli altipiani dell’Himalaya.

Un’assicurazione sulla vita: la sedentarizzazione

Superato lo stato incerto di cacciatori-raccoglitori, i gruppi umani non erano più esseri deboli e male armati che racimolavano il loro cibo e temevano ancora i predatori dalle zanne bianche.Eravamo diventati capaci di sviluppare un’attività agricola pianificata collettivamente, fu la prima rivoluzione neolitica, prima età dei coltivatori e potente fattore di sedentarizzazione. Questa novità si è trasmessa lentamente all’insieme dell’Europa e del resto del mondo con lo stesso risultato: un aumento della produttività del lavoro e una migliore garanzia di sicurezza alimentare e sociale. Per la prima volta, una ripartizione delle risorse, la costituzione di provviste e una protezione collettiva delle donne gestanti, dei malati e dei feriti erano possibili. Apparvero allora le prime guerre per appropriarsi del prodotto del lavoro altrui, conflitti impossibili quando i cacciatori-raccoglitori consumavano giornalmente il prodotto delle loro raccolte. Fino all’inizio del 20° secolo esistevano ancora gruppi di cacciatori preneolitici in particolare in Asia, Australia e Sudamerica.

Con l’accesso alla proprietà di oggetti e territori ambiti, le guerre sono esistite fino ai nostri giorni. All’inizio del 19° e 20° secolo, ad esempio, gli abitanti della Tasmania e dell’estremo sud dell’Argentina, che non conoscevano i metalli, sono stati metodicamente sterminati fino all’ultimo dai nuovi arrivati di origine europea.
In Europa, la nostra stirpe ritrovò il cugino Homo Neanderthalensis dal quale ci eravamo separati circa 700.000 anni prima. Assieme ad altri ominidi estinti di recente in Europa dell’Est, gli archeologi hanno trovato indizi di coabitazione tra neandertaliani e sapiens, della quale esistono tracce leggibili nel nostro DNA. L’uomo di Neanderthal scomparve durante l’ultima glaciazione, senza che si sappia se fu vittima del ritorno di un clima temperato o di uno scontro con Homo Sapiens!

Alla fine di una lunga evoluzione punteggiata di crisi pericolose, la nostra specie, sopravvivente e sola, si vedeva consegnato,nel bene e nel male, il destino di un pianeta lussureggiante che l’aveva generata.

Una Terra sotto influenza

Il moto pressoché circolare della Terra intorno alla sua stella (stagioni poco marcate) e la debole inclinazione del suo asse (buona ripartizione dell’energia solare), fanno del nostro pianeta un astro ideale per la stabilità dei biotopi. Un Sole regolare, con una lunga durata di vita, come il 60% delle stelle, che gravita lontano dal buco nero centrale in una zona tranquilla, a uguale distanza dai due bracci densi e tumultuosi della galassia, permette che il pianeta non subisca forti choc termici, elettromagnetici o gravitazionali.

La stella più vicina al sistema solare, Proxima Centauri, è una nana rossa (12% della massa del Sole), situata alla rispettabile distanza di 4,22 anni luce dal Sole. Non diventerà una gigante rossa, non esploderà, e si allontanerà dal sistema solare entro 33.000 anni. Nessun astro osservato nel nostro ambiente galattico si dirige verso il sistema solare.

Nessuna nube di polvere o gas si trova in prossimità del Sole. Gli astronomi hanno molte garanzie che nessuna influenza pericolosa di origine galattica verrà a interferire con il sistema solare nei prossimi millenni. Grazie a tutte queste circostanze eccezionali, la nostra specie è pervenuta al suo stato attuale. Ormai, modificazioni gravi che incidano sulla superficie del pianeta – a eccezione di disastri naturali localmente catastrofici – potranno avere solo una origine antropica! Questo rafforza la necessità di una organizzazione sociale internazionale e internazionalista in opposizione totale alle devastazioni capitaliste.

La vita in società promuove decisioni favorevoli alla maggioranza

In questo secondo decennio del 21° secolo, la sottile pellicola gassosa che ci ospita presenta una temperatura media annuale vicina a 15°C al livello del mare, temperatura media che è stata bruscamente modificata al rialzo nel 20° secolo dalle emissioni di gas carbonico a effetto serra.

Questa garantisce una larga fascia temperata umida in ciascun emisfero, dove il 70% della superficie continentale del pianeta è dissodato, coltivato, urbanizzato. I gas dell’atmosfera bloccano la maggior parte dei raggi solari, in particolare quelli ultravioletti, e i raggi cosmici molto carichi di energia. Questi degradano il DNA, favoriscono la mutazione delle cellule (cancri), e accelerano l’invecchiamento degli individui. La nostra atmosfera assicura una meteorologia globalmente favorevole all’agricoltura sulla maggior parte delle terre emerse e coltivabili. Garantisce una speranza di vita compatibile con la costituzione di società umane capaci di evoluzioni culturali e tecnologiche su millenni.

Noi non siamo la sola specie che vive in società, ma noi soli possiamo operare scelte ideologiche o modificazioni comportamentali che si esprimono periodicamente in rivoluzioni tecnologiche e sociali.

Siamo anche la sola specie capace di condurre guerre intraspecifiche (che riguardano solo la nostra specie), con terribili devastazioni per la biosfera e noi stessi! L’acquisizione di un cervello pensante ci ha offerto la possibilità di agire sulla natura e sulla nostra natura. Sottomessi passivamente per molto tempo a leggi della natura che non comprendevamo, in alcuni millenni siamo passati sotto il giogo di comportamenti e direttive emanate da minoranze privilegiate, politiche , religiose o militari, generalmente alleate per la difesa dei propri privilegi. Purtroppo, è attraverso questo filtro che la dimensione animale della nostra specie si è antropizzata.

Dopo Hiroshima, Nagasaki e centinaia di prove nucleari effettuate sulla terra, sotto terra,nello spazio o sotto le acque, la nostra specie è costretta a difendersi contro sé stessa, su scala mondiale. Abbiamo accumulato un materiale nucleare sufficiente a sterminare parecchie volte gli Ominidi sparsi sul pianeta. La vecchia massima latina: «Se vuoi la pace prepara la guerra» non corrisponde più alle libertà conquistate dalla nostra specie ancora in preda al nazionalismo. Per sopprimere definitivamente il pericolo nucleare, la nostra società dovrà procedere a una rivoluzione che sopprima i rischi derivanti dalla sua divisione in classi sociali antagoniste.

Gli effetti perversi dell’antropizzazione

Gli agronomi riscontrano una riduzione mondiale del potenziale dei suoli coltivati, degradato dalla riduzione o sparizione della biodiversità, avvelenato dai pesticidi, che peraltro esistono solo dal 1945, dall’inquinamento da azoto e dall’acidificazione dell’atmosfera e delle acque, collegati all’improvviso eccesso di CO2. Rimane da verificare se questo degrado evidente dei suoli coltivati è una tendenza a lungo termine, o un avvenimento puntuale ancora mal compreso (eccesso di fertilizzanti?). L’erosione non dominata (non controllata) di una parte delle terre, porta via le particelle fini e gli elementi organici; le penurie di acqua e cattive scelte di coltivazioni hanno aperto la porta a dure restrizioni alimentari che continuano in una parte del mondo: come per caso, quella dove vivono i contadini più poveri, vittime degli scambi ineguali Nord-Sud, e che conoscono la scandalosa morte per fame. Con la continuazione di una gestione capitalistica del pianeta, che non prevede alcuna azione preventiva di protezione dei suoli poiché non redditizia a breve termine, è prevedibile il suo allargamento.

Certe opzioni imposte o scelte derivano da manipolazioni egoistiche o da una bestialità burocratica esemplare. Compaiono in paesi dove il dibattito sociale è inesistente a causa di dittature patologiche, liberiste o religiose (spesso tutte e tre assieme). Ad esempio, la Libia e l’Arabia Saudita attingono dalle loro riserve di acqua fossile (potabile!) non rinnovabile, per coltivare grano in deserti torridi, con un massiccio apporto di fertilizzanti, dato che le sabbie sono costituite per l’essenziale da granelli di quarzo sprovvisti di materia organica, e irrigazione dispendiosa sotto un sole rovente, fino all’esaurimento delle falde (30 anni).

L’eccessiva irrigazione dilava i fertilizzanti dai suoli e costringe ad apportarne altri. Un altro grave problema, vera bomba a scoppio ritardato, è l’uso massiccio di certi OGM nell’agricoltura. Ha indotto rapidamente una tolleranza al glifosato, molecola attiva del principale diserbante sistemico (il suo nome commerciale più noto è Roundup) da parte di piante infestanti o messicole, che giustamente sono le meno benvenute nelle coltivazioni. Nel mondo, siamo a circa 200 specie vegetali riconosciute più o meno resistenti al glifosato! Abbiamo introdotto nell’ambiente geni nocivi che si diffondono nella vegetazione senza saperne prevedere le conseguenze.

Salvare la qualità agronomica delle terre

La «rivoluzione verde» del 20° secolo, realizzata a colpi di fertilizzanti e pesticidi, della quale eravamo tanto fieri, ha precipitato il collasso della biodiversità nelle zone coltivate, a causa dell’avvelenamento dei suoli. Numerosi organismi vivono in simbiosi o procedono a scambi indispensabili con altri organismi sotterranei che possono essere invisibili a occhio nudo e le cui fruttificazioni sono chiamate«funghi» dagli abitanti. Il corpo dell’essere che ha prodotto i «funghi», il micelio, è raggiunto dai fertilizzanti distribuiti in superficie, e le piante alle quali è legato ne soffrono. Da un altro lato, un declino massiccio della fauna riduce la densità naturale dell’impollinazione. La scomparsa acceleratadegli impollinatori selvatici, dagli anni 1990, prepara profonde trasformazioni regressive della flora con numerose gravi conseguenze. Da più di 100 milioni di anni , le piante floreali e gli insetti si sono adattati reciprocamente nel processo dell’impollinazione. Per un botanico, un fiore è una pista di atterraggio per gli impollinatori. Il fiore si segnala con i suoi colori, la sua taglia, il suo profumo e le ricompense nutritive che può offrire in compenso all’apporto di polline. Con la scomparsa degli impollinatori, le numerose specie vegetali non hanno alternative, e subiranno una crisi mondiale con scomparsa di specie (certe piante molto antiche, come le resinose, sono impollinate dal vento).

Le specie vegetali segnano, con la loro scomparsa o la loro improvvisa abbondanza, i cambiamenti profondi introdotti nella composizione dei suoli. Gli europei nati negli anni 1960 o prima ricorderanno i fiordalisi, ora eliminati dai nitrati, mentre i papaveri (nitrofili) diventati abbondantissimi arrossano le campagne in primavera. Un serio pericolo ci minaccia: se la biodiversità continua a collassare al ritmo attuale, non potremo più coltivare certe piante senza il ricorso a metodi di impollinazione artificiale. In Cina, la follia produttivista della burocrazia cinese ha già eliminato gli insetti dalle campagne cinesi al punto che dei frutteti devono essere impollinati manualmente per non rischiare di non raccogliere quasi alcun frutto!|

Questa pratica dissennata assomiglia all’uso che è stato fatto degli antibiotici dalla loro comparsa: un uso massiccio da parte di medici, veterinari e allevatori. La penicillina del dott. Alexander Fleming fu vista come un miracolo. Nel più piccolo ambulatorio si faceva appello a «la penicillina» (ne esistono varie molecole differenti). Il risultato di un tale comportamento è spaventoso. In meno di 30 anni sono comparsi bacilli resistenti alla penicillina, poi altri poliresistenti a vari antibiotici di nuove generazioni. Arriviamo a una situazione dove le tecniche pasteuriane sembrano segnare il passo! La moltiplicazione e la diversità di bacilli antibioresistenti favoriscono un ritorno della tubercolosi che era quasi sradicata e diventa un fenomeno di massa in India, in Cina e in Russia, con un ritorno di focolai in Africa. Il fenomeno è accentuato nei paesi poveri e sovrappopolati. Infine, la persistenza di guerre, la corruzione, e il saccheggio distruggono l’accumulazione primitiva del capitale e mantengono i locali di cura e le pratiche mediche a un livello disastroso nelle regioni povere.

Una nuova minaccia: l’uso massiccio di fertilizzanti e la produzione di biocarburanti

Di fronte a una riduzione dei rendimenti, che è debole ma che fa loro paura, gli agricoltori aumentano l’apporto di concimi in proporzioni tali che l’inquinamento da azoto aumenterebbe del 25% entro il 2050, mentre potrebbe essere ridotto fino al 50% senza modificare sensibilmente i rendimenti globali. Con una tale crescita dell’inquinamento da azoto e fosfati, l’eutrofizzazione (proliferazione di alghe nitrofile), finora conosciuta nelle acque dolci inquinate, comincia a invadere i mari, peraltro in via di acidificazione per eccesso di CO2 disciolto. Tale fenomeno di inquinamento da azoto generalizzato, aumenta nel mar Baltico e nel mar Giallo a est della Cina a causa di un uso eccessivo da parte dei paesi rivieraschi sotto le pressione dei commercianti di concimi, liberi nei loro traffici. In questi mari appaiono zone immense quasi sprovviste di esseri viventi per mancanza di ossigeno, il che blocca l’estrazione di CO2 atmosferico nelle regioni marine inquinate.

Con la domanda di cereali in crescita (+1,4% all’anno) e metodi di coltivazione costosi in mezzi tecnici, bisogna in teoria aumentare il raccolto mondiale di cereali di 1 miliardo di tonnellate entro il 2050. Con il consumo crescente di terre per attività diverse dalla produzione di cereali per alimentazione, sembra impossibile rispondere a questa domanda nel prossimo futuro. Manca un orientamento politico fermo a favore della produzione cerealicola. Le principali derive sono l’artificializzazione delle terre e la produzione di agrocarburanti. Il biodiesel (o biogasolio, o diester in Francia) è il prodotto della trasformazione di vegetali contenenti saccarosio o amido: barbabietola, canna da zucchero, soia, grano, mais, ecc. Il bioetanolo (o agroetanolo) è un biocarburante utilizzato nei motori a benzina. È di composizione prossima al biodiesel e fabbricato a partire dalle stesse piante coltivate, più un’aggiunta di benzina di origine fossile. Il futuro sta probabilmente in allevamenti su grande scala di batteri o di alghe che producano direttamente bioetanoli sfruttando l’energia solare.

Ricordiamo infine lo sviluppo incessante dell’allevamento con apporto di vegetali coltivati, perché i ricchi occidentali amano la carne (100 kg di alimentazione animale a base di soia, mais, orzo, fieno coltivato, ecc. danno un kg di carne da macello!).

Consumo di biodiesel carburante EMHV in Mtep

Continenti 2009 2010 2011
Europa 9,36 10,72 10,84
America del Nord 1,01 0,75 2,68
AmericaLatina 1,23 2,47 2,94
Asia-Pacifico 0,68 0,82 0,73
Africa 0 0 0
MONDO 12,28 14,76 17,20

 

Consumo (in Mtep*) di etanolo carburante

Continenti 2009 2010 2011
Europa 2,35 2,87 2,98
America del Nord 20,74 25,07 25,77
AmericaLatina 11,48 12,49 10,83
Asia-Pacifico 1,48 1,75 1,94
Africa 0,05 0.07 0,05
MONDO 36,04 42,25 41,57
Mtep (miliardi di tonnellate equivalenti petrolio)
Il carburante EMHV (estere metilico di oli vegetali) è un «biodiesel» europeo, chiamato Diester in Francia, derivato dalla trasformazione della colza e del girasole

Da un altro lato, le superfici coltivate sono ridotte dall’urbanizzazione, dai trasporti e, in una visione mondiale, dalla costruzione di laghi artificiali, particolarmente distruttivi nelle pianure. Tali questioni centrali, che esigono misure preventive, sono soffocate dalle rivendicazioni immediate che motivano di più le organizzazioni politiche e sindacali. Le burocrazie sindacali non si metteranno contro la loro base, sostenendo la necessità di misure preventive senza interesse immediato per i coltivatori, oppressi da debiti, imposte e raccolti ineguali. Pochi contadini, che utilizzano concimi chimici e ottengono buoni raccolti, accetteranno di ridurre la quantità dei componenti tecnici utilizzati, soprattutto quando le lobby capitalistiche li incalzano perché aumentino la quantità utilizzata. La sola soluzione efficace di salvataggio, consiste nel nazionalizzare le industrie di produzione di componenti tecnici agricoli per ridurre alla fonte il sovraconsumo di questi prodotti.

Quando fa caldo

Evoluzione dei costituenti dell’atmosfera Prima dell’arrivo della vita(3,5 a3,8 Md anni) Terra attuale
Gas carbonico (CO2) 98% 0,03%
Diossigeno (O2) 0,1% 21%
Diazoto (N2) 1,9% 78%
Pressione atmosferica allaaltitudine zero 60 bar 1,0 bar**
1 bar = misura attuale della pressione atmosferica al livello del mare
Fonte: James Lovelock: «Le nuove età di Gaia» (modificato)

Notiamo la forte diminuzione del tasso di CO2 e l’aumento del tasso di ossigeno dopo la comparsa degli esseri viventi. Il carbonio del CO2 è stato trasformato in rocce calcaree da organismi marini che hanno rilasciato molto ossigeno. I depositi calcarei terrestri – karst, marmo, travertino, ecc. – derivano da antichi depositi marini lasciati sui continenti.

Dal 1960 al 2000 (in quarant’anni!) il tasso medio annuale di CO2 è aumentato del 37% e sta per raddoppiare rispetto all’epoca preindustriale. Stiamo raddoppiando il tasso atmosferico dell’emissione naturale di CO2 da parte dei vulcani. Il tasso di ossigeno O2, dipende dalla fotosintesi dei vegetali, principali produttori di O2. La distruzione delle foreste primarie e il sovraconsumo di O2, preso nell’atmosfera dalla combustionedi energia fossile, pone la questione della stabilità del tasso atmosferico di questo gas vitale.

La temperatura media annuale della superficie del pianeta, in diminuzione sulla scala dei tempi geologici, media mondiale sempre superiore a 0°C, ha permesso che l’acqua si trovi in abbondanza allo stato liquido. L’ultima glaciazione è scesa fino alle latitudini di Berlino e New York per circa 70.000 anni. Il ritorno a un clima temperato è iniziato 11.000 anni fa. Le foreste e la fauna risalirono verso il Nord seguendo il fronte del disgelo. I geologi valutano che, senza l’intervento antropico, potremmo essere prossimi a un nuovo periodo freddo, come confermato dalla durata dei precedenti cicli glaciali. Si vede che una debole modificazione delle temperature medie annuali provoca grandi effetti sulla superficie del pianeta. Lo si constata nella nostra epoca con un aumento delle temperature medie vicino a 2°C, dall’inizio della rivoluzione industriale alla fine del 20° secolo. Tale aumento della temperatura media mondiale sembra debole e impercettibile dagli individui, ma già si associa ad avvenimenti «naturali» giganteschi, i cui danni non potranno più essere compensati finanziariamente da nessun governo in un prossimo futuro.

Uragani e tifoni che da secoli si formavano in condizioni meteorologiche precise, non sconfinavano mai dalla fascia compresa tra i tropici. Ora si spostano verso zone dove erano sconosciuti nell’emisfero Nord, aumentando la loro potenza e frequenza. Secondo le comunicazioni del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (GIEC/IPCC), gli esperti non vedono soluzione a breve termine per ridurre lo sconvolgimento climatico. Secondo le loro previsioni, il futuro appare oscuro già solo su scala di una generazione umana! Le conclusioni del GIEC sono discutibili perché è sotto il controllo dei governi liberisti: immaginate per un solo istante che il GIEC metta in discussione gli apporti capitalisti dei nostri industriali produttori di CO2! Per ragioni di buona diplomazia, previsioni pessimiste non sono fatte proprie da nessun governo, ma nessuno rifiuta più la loro probabilità, il che è una novità. Ancor più, le previsioni del GIEC diventano più pessimistiche senza essere sconfessate da un solo governo. Ma non vieneattuata alcuna misura governativa all’altezza delle proiezioni del GIEC, soltanto promesse di misure che sono la confessione di un ritardo importante e cumulativo. Ciò che si chiama «lasciare marcire il ramo sul quale si è seduti ».

L’effetto inerziale

Il cambiamento climatico, che riguarda masse imponenti di acqua e di gas, sarà lanciato a pieno regime se l’umanità è incapace di ridurre o fermare in tempo, cioè adesso, le crescenti produzioni industriali di gas serra, e la rimessa in sfruttamento di giganteschi giacimenti di carbone e lignite. La massa dell’atmosfera non cambia e quindi il tasso di gas serra presente nell’atmosfera può solo continuare ad aumentare a ogni aggiunta. I meteorologi paragonano l’effetto inerziale che riguarda il clima a una petroliera a pieno carico che naviga a velocità di crociera. Questa deve obbligatoriamente cominciare a rallentare 30 km prima del suo attracco, e soprattutto non lasciare che il suo motore continui a spingerla,con il rischio di essere incontrollabile e fracassarsi! I piloti della nave sanno calcolare il rallentamento della loro nave in funzione della sua velocità, della sua massa e della potenza del suo motore. Non cominciano a rallentare quando la nave è sull’ostacolo, ma anticipano. Senza anticipazione, e passata una certa soglia del cambiamento dinamico del clima, nessun ritorno indietro sarà più possibile! Su questi punti bisogna chiedere conto ai partiti, agli eletti e a quanti pretendono di governarci, se è ancora vero il detto «Governare è prevedere»! Nessun programma, nessuna prospettiva di progresso sulla questione del clima senza riduzione conseguente dei gas serra!

Il cambiamento climatico si autoalimenta con vari processi. Il più inquietante e facile da capire riguarda: rilascio di metano → aumento delle temperature oceaniche → nuovo rilascio di metano → nuovo aumento delle temperature, ecc. A questo si aggiungono altri fenomeni come l’aumento degli incendi di foreste, e savane → inquinamento dell’atmosfera → riduzione dell’albedo globale del pianeta (albedo= rigetto verso lo spazio del calore ricevuto) + inquinamento delle calotte polari e dei ghiacciai, che captano più calore → aumento delle superfici marine di bassa profondità che riscaldano il permafrost [terreno gelato in permanenza in Siberia, Alaska, ecc. NdT] → nuovo rilascio di metano , ecc. Questi fenomeni, una volta avviati, proseguono senza intervento umano. Nessun partito e nessun governo ha una coscienza chiara delle precauzioni che l’effetto inerziale impone nella crisi climatica in corso. L’effetto inerziale implica una precauzione. In base a questa sono preparati in anticipo i vaccini contro l’influenza, tenendo conto delle mutazioni virali prevedibili.

Anche se l’umanità cessasse totalmente di emettere gas serra (possiamo sognare) e cessasse anche di avvelenare la biodiversità, di ridurre la biomassa vegetale tagliando le foreste primarie, il cambiamento climatico continuerebbe e potrebbe amplificarsi per un tempo lunghissimo sulla scala di una vita umana, per il semplice effetto inerziale, e perché non si sa come sottrarre la parte eccedente di gas serra nell’atmosfera.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze – è la posizione generale degli specialisti – non possiamo impegnarci di più su questa via perché non è abbastanza sicura. Ma tra un solo decennio sapremo se la catastrofe è evitabile, con osservazioni incrociate delle politiche e del cambiamento climatico indotto. Ad ogni modo, le nostre legittime esitazioni non riguardano più la realtà del cambiamento climatico (i revisionisti sono scomparsi), ma sul ritmo del suo progredire e sulla comparsa del momento in cui l’accelerazione del cambiamento climatico comincerà a distruggere l’ambiente a nostre spese e senza ritorno indietro. Non sappiamo quando il cambiamento climatico comincerà a «imballarsi», perché non sappiamo, ad esempio, a partire da quale tasso di CO2 sciolto negli oceani, questi saranno saturi e cesseranno di assorbire i gas serra che si accumuleranno più velocemente nell’atmosfera.

L’incubo del metano

Un rilascio massiccio di metano, mai osservata da quando le navi solcano i mari, si constata in certe regioni oceaniche dall’abbondanza di bolle di metano che arrivano in superficie. Se il metano che passa allo stato gassoso si mescola lentamente nelle acque, si scioglie e le bolle non sono visibili in superficie. Se appaiono bolle per osservatori posti fuori dalle acque, è perché il volume di metano rilasciato per unità di superficie è aumentato. Ciò significa un aumento della temperatura delle acque o una modificazione delle correnti con apporto di acqua calda che scioglie il metano solidificato sui fondali (si parla di idruri o idrati di metano, perché sott’acqua il metano si combina con l’acqua dalla quale poi si separa passando allo stato gassoso).

Nel 2008, ricercatori svedesi hanno scoperto una vasta zona di rilascio di idruri di metano a nord della Siberia, nell’oceano Artico. Scriveva OrjanGustafsson: «Le emissioni erano tanto intense che il metano non aveva il tempo di dissolversi nell’acqua di mare, e raggiungeva la superficie in grosse bolle». Francoeur L.-G ,La bombe méthane est amorcée). Dopo queste prime osservazioni, altre zone di rilascio di metano sono state scoperte in altri oceani. Quanto al metano contenuto nel permafrost terrestre, il suo rilascio non si vede a occhio nudo, bisogna misurarlo nell’atmosfera al di sopra del suolo. Una parte del permafrost è sottomarino ed è il più carico di metano. Si è accumulato durante l’ultima glaciazione, poi è stato ricoperto dall’innalzamento delle acque all’inizio dell’ultimo periodo interglaciale nel quale viviamo.

Gli specialisti della crisi detta del Permiano-Triassico (245 milioni di anni fa) la più violenta conosciuta, pensano che fu accelerata da un rilascio massiccio di metano. I resti del Permiano-Triassico si ritrovano su diversi continenti allo stato di sedimenti molto fini, il che suggerisce un violento trasporto aereo in seguito, forse, a un gigantesco impatto. Non ci sono prove dell’impatto, che resta una ipotesi, ma si sa che il 95% dei gruppi zoologici conosciuti sulle terre del Permiano scomparve bruscamente. È quanto basta perché gli specialisti abbiano scelto di chiudere l’era Primaria alla fine del Permiano e di aprire l’era Secondaria all’inizio del Trias, conservando tra i due il Permiano-Triassico. Perché alla fine del Permiano è successo un grande avvenimento. Se si tratta di un bolide che ha colpito la Terra, la sua traccia (astroblema) può essere stata cancellata dalla tettonica delle placche se la meteora ha colpito una zona di subduzione (regione dove una placca scivola sotto un’altra). I geologi accordano all’insieme del Permiano-Triassico una durata di 5 milioni di anni, il tempo che c’è voluto perché si ricostituissero delle popolazioni di animali e piante. È probabilmente il tempo che sarà necessario per ricostituire una biosfera opulenta come quella che vediamo deperire.

Questa visione di un rilascio massiccio «terrorizza», secondo la loro stessa espressione, gli specialisti incaricati delle osservazioni sul metano. Sanno che miliardi di tonnellate di idrati di metano attendono a bassa profondità nell’oceano Artico e nel permafrost dell’Alaska. Lo sfruttamento industriale dei noduli polimetallici che comincia al largo della Nuova Zelanda attaccherà depositi di idrati di metano mescolati ai noduli nelle piane abissali del Pacifico.

È raro che dei capitalisti esprimano timori sulle conseguenze delle loro attività. Solo i lauti profitti li interessano, quali che siano le conseguenze. Per questo bisogna congratularsi con i pochi capitalisti giapponesi che hanno per la prima volta espresso pubblicamente i loro timori. Poiché il metano è un potente gas serra (da 20 a 30 volte più potente del CO2 nel sequestrare la radiazione infrarossa), il suo sfruttamento per compensare l’arresto delle centrali nucleari in Giappone dopo la catastrofe di Fukushima non è una buona idea. Infine, il suo rilascio involontario in occasione dell’estrazione dei noduli polimetallici rischia di essere quello che il colera è per la peste!

La crisi del Permiano-Triassico ha visto temperature che hanno causato un forte aumento della quantità di vapore acqueo nell’atmosfera (anche il vapore acqueo è un gas serra). Questo surriscaldamento è correlato nel tempo con giganteschi ammassi basaltici sulla litosfera (parte solida della superficie terrestre). Sono i trappi [pianori basaltici NdT] presenti su tutti i continenti e provenienti da epoche diverse. I trappi del Deccan in India, che datano dalla rottura del Cretaceo-Terziario (65,5 milioni di anni) e che sembrano appartenere a uno stesso contesto di sterminio di massa, coprono una superficie uguale alla Francia, con uno spessore di basalto di 2.000 metri.

Non si conosce ancora chiaramente il fenomeno che ha scatenato i trappi. Potrebbe essere l’impatto di bolidi abbastanza massicci da destabilizzare il mantello o spaccare la litosfera e scatenare riversamenti basaltici di faglie per molti millenni. L’attuale crisi del clima della Terra, imita le crisi non parossistiche del passato, ma a una velocità da 100 a 1.000 volte superiore, poiché nelle crisi passate ci sono voluti da 5.000 a 50.000 anni per realizzare quello che noi abbiamo messo in moto in due secoli, rompendo vari meccanismi naturali garanti della stabilità della biosfera e della composizione dell’atmosfera.

Un rilascio massiccio di metano sarà sopportabile?

Le crisi climatiche del quaternario si sono ripartite su quattro glaciazioni seguite da deglaciazioni ugualmente ripartite, il tutto su 1,8 milioni di anni. Queste crisi derivavano da modificazioni periodiche della posizione della Terra rispetto al Sole, senza apporto artificiale di gas serra. L’arrivo massiccio di CO2 antropico e di altri gas pericolosi spiega il riscaldamento delle acque oceaniche che si dilatano ed erodono le coste. Tale aumento delle acque oceaniche non rappresenta un pericolo per la nostra specie, una cui piccola parte dovrà traslocare verso terre più alte. L’aumento delle acque marine non è una preoccupazione maggiore degli anticapitalisti. Ma illustra la realtà del cambiamento climatico e della sua crescita poiché l’innalzamento del livello dei mari non è regolare ma si accelererà con l’entrata in scena dello scioglimento dei ghiacci polari. Durante il 21° secolo, il livello dei mari aumenterà da 0,50 cm a 1 metro entro il 2100 (Conferenza dell’ONU sul clima. Doha. 2012). Per la prima volta da due secoli, un abitante in riva al mare può constatare il fenomeno, senza strumenti, su tutte le coste.

Ma la crisi che inizia sarà lenta e serena come è stato per l’ultima glaciazione del Quaternario, quando gli ominidi continuavano a diversificarsi mentre occupavano il sud dell’Europa, l’Asia e anche l’Australia? Gli specialisti del clima, e anche ecologisti scientifici pongono apertamente l’interrogativo: «sopravviverà l’uomo?».

Se si eccettuano pubblicazioni alimentari che blaterano su un tema che si vende bene, [la domanda] è dal 1995 argomento di pubblicazioni scientifiche fondate. È la scoperta affinata della crisi del Cretaceo-Terziario che ha accelerato la consapevolezza che un incidente potrebbe devastare la terra.I manuali alimentano la questione con una certa audacia, poiché una tale domanda era considerata fuori discussione nell’ambiente della ricerca e simile alla fantascienza quasi fino alla fine del 20° secolo. I precursori lucidi di questo dibattito non mancano. La loro appartenenza politica a organizzazioni da tempo scomparse non diminuisce l’interesse delle loro analisi, spesso pionieristiche e pertinenti nel contesto scientifico dell’epoca. Non è infatti necessario agitare il drappo rosso in tutti i paragrafi anche se il discorso è sostenuto da una visione anticapitalista. Ci si potrà riferire a una delle ultime opere, per molti aspetti premonitrice, di René Dumont: Un monde intolérable – le libéralisme en question, pubblicato nel 1988. La presa in considerazione dei capitoli pertinenti di questi contributi, tra i più competenti del loro tempo, avrebbe potuto evitare un certo ritardo preso dagli anticapitalisti, in maggioranza cittadini e poco aperti a osservazioni naturalistiche.

Come un granello di sabbia nell’universo

I pianeti favorevoli alla comparsa della vita sembrano rari nella parte della Via Lattea dove sono osservati, dalla scoperta del primo esopianeta nel 1959, centinaia e prossimamente migliaia di pianeti extrasolari. Per ora, i pianeti osservati sono principalmente giganti gassosi come Giove. È la novità e la debolezza delle nostre capacità di osservazione attuali che favoriscono la scoperta di pianeti giganti piuttosto che di pianeti tellurici cugini della Terra. Secondo il gruppodi esplorazione e controllo del satellite Keplero, primo osservatorio spaziale specializzato nella ricerca degli esopianeti, l’analisi statistica dei dati fa apparire che la nostra galassia conterebbe circa 5 miliardi di altre Terre (primi risultati delle prime osservazioni!). I piccoli pianeti a superficie rocciosa e/o oceanica come la Terra, sono per lo più troppo lontani (ghiacciati) o troppo vicini (surriscaldati) alle loro stelle per rispondere ai parametri necessari allo sviluppo di organismi quali li conosciamo sulla Terra. Dato che osservatori di esopianeti sono già in costruzione o in fase di prova, possiamo attenderci a breve scadenza scoperte fondamentali che precisino meglio il nostro posto nell’universo. Ma l’idea perversa che la Terra e l’uomo sono al centro dell’universo appartiene al passato. Non si dice mai abbastanza che le impalcature ideologiche e oppressive dei testi sacri sono radicalmente smentite da un programma di insegnamento scientifico elementare.

Siamo i soli idioti nell’universo?

Da 100 anni inviamo onde elettromagnetiche (radio, TV) nello spazio alla velocità della luce. Tali onde portano informazioni dettagliate sulla nostra arroganza, rapacità ed estrema violenza. Poniamoci la domanda: perché mai una civiltà extraterrestre, detta «avanzata» da certi autori, dovrebbe mettersi in contatto con una specie intelligente emergente che pratica sul proprio pianeta il saccheggio su grande scala (colonialismo), sanguinose politiche di dominazione (imperialismo), e sistemi ignobili di sfruttamento del lavoro(schiavitù, sfruttamento capitalista) e in più la distruzione della biodiversità e il saccheggio delle risorse naturali? E che cosa pensare di una specie che si è autoproclamataHomo sapiens, sapendo che queste parole significano in latino«uomo saggio» o «uomo sapiente»? Su una dozzina di film nei quali dei terrestri incontrano degli alieni, solo Le jour où la Terre s’arrêta [Ultimatum alla Terra] nelle sue differenti versioni del 1951 e 2008, e Rencontre du troisième type [Incontri ravvicinati del terzo tipo] non presentano gli extraterrestri come esseri demoniaci venuti per sterminarci! Questo dà un anticipo dei presupposti che animerebbero i nostri ambasciatori se per caso si stabilisse il contatto. Sarebbero le guerre stellari che sognava il Presidente Ronald Reagan (Progetto di difesa strategica o IDS, chiamato anche Star Wars dallo stato maggiore americano – niente a che vedere con l’omonimo film) in un delirio di dominazione imperialista totale nel 1983? Oppure sarebbe lo stabilimento di una «Nuova Frontiera» della quale parlava il futuro Presidente americano John Fitzgerald Kennedy in un discorso di investitura il 15 luglio 1960: «Siamo davanti a una nuova frontiera. Al di là di questa frontiera si estendono i domini inesplorati della scienza e dello spazio, dei problemi non risolti della pace e della guerra»?

L’11 gennaio 2007, la Cina ha distrutto uno dei propri satelliti di comunicazione utilizzando un missile antimissile. Per i dirigenti cinesi si trattava di mostrare i muscoli quando gli Stati Uniti moltiplicano i passaggi di satelliti a bassa altitudine sulla Cina. Era la risposta della Cina agli Stati Uniti, poiché un documento rivelato da Edward Snowden riporta che gli Stati Uniti avrebbero dichiarato alla Cina – in termini prossimi a una diplomazia di guerra – che «si riservano il diritto,in conformità alla Carta delle Nazioni Unite e al diritto internazionale, di difendere e proteggere i propri sistemi spaziali con un largo ventaglio di opzioni, da quella diplomatica fino a quelle militari». In occasione della sua dimostrazione, il missile cinese ha inquinato un’orbita vicina con 2.500 detriti che si aggiungono a oltre 100.000 oggetti già abbandonati in orbita alla periferia della Terra, senza riguardo per la sicurezza dei satelliti di tutte le nazionalità, della stazione spaziale internazionale e delle prossime. Si conferma, tra incidenti e dichiarazioni, che i progetti di conquista spaziale esprimono una visione di dominazione imperiale. Parodiando Elisée Reclus (1830-1905), geografo e comunardo, che aveva osservato che le prime carte geografiche erano sempre carte di stati maggiori disegnate da spie («La geografia serve soprattutto a fare la guerra») possiamo dire oggi «Anche la conquista spaziale serve a fare la guerra».

La Terra in pericolo

La possibilità che una crisi naturale cataclismica colpisca la Terra è unanimemente riconosciuta da astronomi e geologi dagli anni 1990, dopo 23 anni di vivace controversia. Un bolide di 10-14 km di diametro ha colpito la Terra 65,5 milioni di anni fa nello Yucatan (Messico). Si è formato un astroblema (cratere d’impatto) da 240 a 300 km di diametro, preludio a un’estinzione di massa di specie, estesa verosimilmente su 30.000 anni, con cause climatiche, vulcaniche, e meteoriche. L’astroblema, in parte immerso nel golfo del Messico, è stato cartografato, scannerizzato per via aerea e studiato sul terreno. La sua qualità di astroblema è provata.

Questi pericoli aleatori sono difficili da parare allo stato attuale della nostra tecnologia: Ma gli specialisti ritengono che la scommessa è affrontabile a breve scadenza con l’adattamento della tecnologia disponibile e la costruzione di osservatori specializzati per individuare i bolidi in avvicinamento alla Terra. Laboratori creati ultimamente lavorano sulla prospettiva di evitare una catastrofe cosmica secondo una procedura ancora in discussione. Si tratta di individuare in tempo i bolidi geo-incrociatori (che incrociano la rotta della Terra attorno al sole con il rischio di incontrarci; sono migliaia di grandi dimensioni). Uno o più missili eserciterebbero una pressione sufficiente e ben collocata su una meteora colpevole per modificare la sua traiettoria e perderla nello spazio. Nell’ultimo decennio, due bolidi sono passati tra la Terra e la Luna, cioè a una distanza infima rispetto alle immensità cosmiche! Uno di essi era abbastanza grande da ridurre una grande capitale a un massa di pietrame. Nel luglio 1994, la maggiore componente della cometa Shoemaker-Levy, che si era scissa sotto l’influenza gravitazionale di Giove, aveva prodotto sulla superficie visibile del pianeta gigante una depressione che avrebbe potuto contenere la Terra. Alla fine dell’anno 2014, un bolide sfiorerà il pianeta Marte….La vicinanza nel tempo e nello spazio di questi avvenimenti ha sollecitato alcuni politici a riflettere su una strategia di difesa del pianeta contro gli asteroidi erranti per il sistema solare. È la prima volta che la precarietà del nostro pianeta è presa in considerazione nel suo insieme sulla base di informazioni scientifiche e di bilanci assegnati per studiarne i parametri!

L’evoluzione delle conoscenze in questi ambiti ha due conseguenze maggiori:

  • 1) Per la prima volta i governi prendono in considerazione il pericolo cosmico dopo la scoperta dell’astroblema dello Yucatan, l’allarme del 2003 e la fine spettacolare della cometa gigante Shoemaker-Levy che si è inabissata nella densa atmosfera di Giove davanti agli osservatori del mondo intero.
  • 2) Dall’altro lato emerge l’idea che la nostra specie è presa nella morsa tra il pericolo cosmico e il pericolo antropico di autodistruzione, la cui violenza e rapidità sembra non abbiano alcun precedente naturale (riscaldamento dell’atmosfera in brevissimo tempo).

Una domanda inquieta si cristallizza – senza opposizione – negli ambienti abituati a trattare questi argomenti. Possiamo cominciare a contenere il disastro di origine antropica che si manifesta sulla Terra, modifica il clima, distrugge la biodiversità e spreca le risorse limitate offerte dal pianeta? È questo il vero problema che si pone all’umanità, nel momento in cui possiamo ancora agire, prima di trovarci, mani e piedi legati, davanti alla potenza delle forze che abbiamo suscitato. E le popolazioni? Potranno capire le ragioni delle drastiche misure preventive che finiranno per essere prese, quando anche organizzazioni anticapitaliste sono ancora allo stadio di chiedersi se «l’ecologia» è parte integrante dei loro programmi.

Leggi il capitolo 2. Ecologia e politica

Leggi il capitolo 3. Perché la difesa della biosfera è così difficile tra gli anticapitalisti?