Soppressione delle province e tagli all’occupazione
di Andrea Martini
Sono in arrivo gli effetti devastanti della legge di stabilità e di tutte le altre misure di taglio al pubblico impiego.
La legge di stabilità, infatti, taglia 1 miliardo alle province e alle aree metropolitane per quest”anno e prevede un ulteriore taglio di 2 miliardi per il 2016 e uno di 3 nel 2017
A tutto ciò si aggiungono le conseguenze occupazionali della trasformazione delle province in enti non elettivi e amministrativamente di minore rilevanza (la cosiddetta “riforma Del Rio”). Oggi i dipendenti delle province italiane sono circa 32.000 (nelle province non metropolitane) e, secondo quanto previsto dalla legge, saranno tagliati per la metà. Nelle aree metropolitane i dipendenti attuali sono 12.000, che subiranno un taglio del 30%. Dunque 16.000 posti in meno nelle province che si aggiungono ai 3.600 soppressi nelle aree metropolitane. Quasi 20.000 lavoratrici e lavoratori da ricollocare.
A questi tagli, che riguardano il personale a tempo indeterminato direttamente dipendente dalle province, deve aggiungersi la perdita del posto di lavoro (peraltro senza neanche un’ipotesi di “ricollocazione”) di tutti i precari (tempi determinati e collaboratori a progetto) e di tutti i dipendenti (anche di quelli stabilizzati) delle società “partecipate” e delle Camere di commercio, per un totale difficile da quantificare con esattezza, ma non inferiore ad altri 8.000-10.000 lavoratrici e lavoratori.
E come “ricollocare” questo personale, in un pubblico impiego sottoposto ad una politica di tagli generalizzata, a piante organiche sempre più in via di contrazione, a blocco del turn over?
Infine, questa serie di tagli avrà un ulteriore effetto indiretto sul mercato del lavoro. Infatti la cosiddetta “politica attiva del lavoro” (i Centri per l’impiego, cioè ciò che resta dei vecchi Uffici di collocamento, privatizzati dal centrosinistra alla fine degli anni 90 del secolo scorso), ora sottratta alle province, non si sa ancora a chi andrà affidata né, tanto meno come verrà gestita. Si tratta di uno dei tanti capitoli ancora non scritti del Jobs Act. La previsione più facile è naturalmente quella che si vada ad un’ulteriore privatizzazione e alla soppressione del residuo di collocamento pubblico.