L’Anticapitaliste, intervista a Franco Turigliatto
Nei giorni scorsi il giornale settimanale “L’Anticapitaliste”, del Nouveau Parti Anticapitaliste (francese) ha intervistato il nostro compagno Franco Turigliatto sulle mobilitazioni in corso nel nostro paese. L’intervista è stata pubblicata nell’ultimo numero (il 269, del 18 dicembre 2014). Riportiamo qua sotto la traduzione in italiano dell’intervista, che è stata raccolta da Alain Krivine.
Qui si trova la versione originale in francese
Italia, “qualcosa è cambiato, ma il cammino resta ancora molto difficile”
Qual è stata l’importanza delle mobilitazioni del 12 dicembre?
Dopo anni di totale passività delle grandi organizzazioni sindacali di fronte alle politiche di austerità portate avanti dai governi padronali (Berlusconi, Monti, Letta) c’è stato finalmente uno sciopero generale contro le misure dell’attuale governo Renzi, composto maggioritariamente dal Partito Democratico, da un partito di centro e dal cosiddetto Nuovo centro destra; nei fatti si avvale anche del sostegno di Forza Italia di Berlusconi, anche se formalmente questo partito è all’opposizione. E’ il governo dei padroni, allineato con le politiche della Troika europea, al di là della propaganda demagogica di Renzi.
Lo sciopero è stato indetto dal maggiore sindacato la CGIL e dalla UIL (i dirigenti di queste due formazioni hanno la tessera del PD) ed ha avuto un indubbio successo di partecipazione, con manifestazioni di massa in 54 città (40.000 a Milano e Torino; più di 20.00 a Roma e Napoli). L’altra grande organizzazione sindacale, la CISL, ultrafilogovernativa, non ha partecipato allo sciopero.
Lo sciopero arriva dopo due mesi di mobilitazioni. In primo luogo le lotte per la difesa del posto di lavoro dei lavoratori di molte aziende (in particolare metalmeccaniche) che ristrutturano e licenziano; poi la grande manifestazione nazionale del 25 ottobre della CGIL a Roma che ha visto la partecipazione di molte centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori; e lo sciopero molto combattivo del 14 novembre indetto dai metalmeccanici della FIOM/CGIL nel centro nord del paese (al Sud e nelle isole lo sciopero si è svolto in altra data) con grande corteo a Milano fortemente antigovernativo.
Lo stesso giorno si è svolto il cosiddetto “sciopero sociale”, cioè lo sciopero dei sindacati di base, dei movimenti sociali, dei lavoratori precari e degli studenti con manifestazioni in decine di città.
E’ in questo contesto di lotta e con un governo che attacca direttamente i diritti dei lavoratori e gli stessi apparati sindacali, che i dirigenti di CGIL e UIL, hanno dovuto indire lo sciopero.
Quali sono le linee d’attacco del governo e dei padroni?
Al centro c’è la nuova legge sul lavoro (il cosiddetto Jobs Act), che distrugge completamente i diritti dei lavoratori nelle aziende, diritti garantiti dallo Statuto dei Lavoratori del 1970, una delle conquiste di quella grande stagione di lotta del movimento operaio italiano: viene data ai padroni piena libertà di licenziamento, di spionaggio dei lavoratori, di riduzione delle loro qualifiche, per garantire la totale ricattabilità e sfruttamento della forza lavoro per i profitti delle aziende.
Poi c’è la legge di stabilità e di bilancio che combina due tipi di misure, un grande regalo ai padroni, con una forte riduzione delle tasse per le aziende e nuovi tagli alla spesa sociale dello Stato, delle Regioni e dei Comuni.
E’ in atto poi un processo di privatizzazione della scuola pubblica che mentre “assicura” la regolarizzazione al lavoro di una parte dei precari, ne lascia definitivamente a casa una parte ancora più consistente.
Infine c’è un decreto che si chiama “Sblocca Italia”, che dà mano libera alla speculazione edilizia e alla distruzione ambientale dei territori.
Siamo di fronte a un’accelerazione delle politiche dell’austerità, a una corsa del governo verso le politiche già messe in atto in Grecia.
Che significato potrà avere tutto ciò sulla politica italiana e sulla ricomposizione del movimento operaio?
Il nodo di fondo è se questo movimento di lotta continuerà dopo la giornata del 12, se potrà essere duraturo, rimettendo in discussione le politiche del governo. Dopo anni di grande passività qualcosa è cambiato, ma la strada per la ricomposizione di un movimento operaio organizzato e combattivo è ancora molto difficile, così come siamo ancora lontani dalla ricostruzione dell’unità tra i diversi movimenti e tra le generazioni.
Questo processo è tanto più necessario per riuscire a fronteggiare non solo l’azione dei capitalisti che vogliono una società sconfitta, disgregata e inattiva, ma anche per battere le presenze sempre più minacciose della Lega Nord di Salvini (che ha avuto una svolta nazionalista e agisce ormai in pieno accordo con il FN francese) e delle estreme destre loro alleate, che in questa decomposizione della società sperano di costruire le loro fortune razziste, reazionarie e antidemocratiche.
Qual è stato il ruolo dei partiti, dei sindacati e dei “movimenti sociali”?
I grandi partiti ufficiali che hanno costituito in questi anni i governi sono tutti (a partire dal PD) i gestori dell’austerità. Le forze della sinistra sono deboli e divise, anche se sono in corso tentativi di unità e di ricomposizione, a partire dalla formazione della Lista Tsipras alle elezioni europee che ha superato di un soffio lo sbarramento del 4%. Per ora prevalgono le difficoltà, anche perché la maggiore formazione, Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) di Vendola, ricerca strategicamente l’unità col PD; Rifondazione comunista si è molto indebolita negli anni ed è divisa al suo interno.
Inoltre gran parte di questa sinistra è ancora fortemente dipendente o legata all’apparato della CGIL o alla sua componente di sinistra della direzione della FIOM.
La direzione burocratica della CGIL ha la pesante responsabilità di aver avallato per anni le politiche liberiste e quindi anche delle sconfitte del movimento dei lavoratori. E’ stata costretta ora a prendere l’iniziativa, probabilmente cercherà ancora di dare un minimo di continuità alla mobilitazione, ma è difficile pensare che si faccia carico di un movimento complessivo all’altezza dello scontro in atto, anche perché il suo obiettivo primario è tornare a garantirsi un “tavolo di concertazione” cioè un ruolo di mediazione con il governo, salvaguardando il suo apparato e la sua credibilità tra i lavoratori, trovando compromessi che limitino i danni. Questa linea si è espressa nella piattaforma rivendicativa del 12 dicembre, molto generica, che non chiedeva il ritiro tout court delle misure governative.
La battaglia per dare continuità alla lotta su una piattaforma chiara e radicale e per la convergenza tra movimento operaio e movimenti sociali è quella che sta conducendo la mia organizzazione, Sinistra Anticapitalista.
Esistono raggruppamenti classisti nei sindacati e fuori?
All’ultimo congresso della CGIL si è formata al suo interno una piccola, ma significativa ed attiva corrente di sinistra che si chiama “Il sindacato è un’altra cosa- opposizione in CGIL”, presente in tutte le categorie, ma in particolare tra i metalmeccanici.
Poi ci sono diversi sindacati di base, la cui capacità di azione e di mobilitazione pur politicamente importante è però limitata. Ci sono state prove di iniziative unitarie (per esempio nella giornata del 14 novembre tra queste forze), ma in molte di loro prevale ancora uno spirito settario di autodifesa che si è caratterizzato nella scelta molto sbagliata di non partecipare allo sciopero del 12 dicembre, separandosi quindi dalla grande massa dei lavoratori che hanno scelto di mobilitarsi in questa giornata cruciale. Con questa impostazione politica, è difficile scalfire le posizioni degli apparati sindacali maggioritari.
Che ne è di Beppe Grillo e del suo movimento, soprattutto alla luce di questa mobilitazione?
Il Movimento 5 stelle è la principale forza di opposizione parlamentare; conduce nelle istituzioni significative battaglie democratiche, tra cui quella contro la il Jobs Act. E’ una forza che conosce oggi difficoltà pur riscuotendo ancora forti consensi elettorali. Oltre ad avere una gestione padronale e verticistica dei suoi due capi, il M5 stelle è una forza che non si esprime sul piano sociale, nelle lotte e nelle mobilitazioni; semplicemente non ne ha la comprensione. Molti dei suoi elettori partecipano ai movimenti sociali e di certo erano in piazza il 12 ma il partito in quanto tale è impossibilitato per la sua natura di classe e politica (né di destra, né di sinistra) e la sua strategia ad essere un soggetto attivo nella costruzione di una mobilitazione sociale, tanto più quella della classe lavoratrice. Non è certo un suo problema ricostruire il movimento dei lavoratori. Anzi le sue fortune elettorali sono venute dalla combinazione rabbia/passività sociale.
La ricostruzione di un movimento operaio e sociale forte è più che mai un compito delle sinistre di classe.