12 dicembre, SCIOPERI AUSPICABILI, SCIOPERI GENERALI E SCIOPERI FATTIBILI
di Sinistra Anticapitalista Vicenza
Nel faticoso e zoppicante percorso da noi intrapreso per promuovere una convergenza d’azione fra le varie realtà attive sul territorio, la proposta di intervenire con un volantino unitario in occasione dello sciopero del 12 ha scatenato un vivace dibattito. Il fatto che siano emerse posizioni assai divergenti rispetto alle modalità con cui rapportarsi a questa scadenza, è stata un’utile opportunità per elaborare la riflessione seguente.
“Il Consiglio nazionale USB ha dato un giudizio pesantemente negativo delle confuse iniziative di sciopero che le confederazioni complici stanno mettendo in campo in queste settimane, (…) con il solo intento di rappresentarsi come conflittuali alla vigilia del voto per le RSU. Tali iniziative vengono lanciate dopo aver condiviso tutte le scelte economiche e di riorganizzazione produttiva e di smantellamento della P.A. fin qui operate per far pagare la crisi ai lavoratori e alle famiglie italiane (…). Il Consiglio nazionale USB invita le lavoratrici e i lavoratori pubblici a diffidare di scioperi che non indichino con precisione obbiettivi, responsabilità e piattaforma politica. Tali scioperi più che inutili sono dannosi.”
Si può essere fondamentalmente d’accordo con le valutazioni dell’ USB riguardo allo sciopero CGIL pur divergendone di fatto? Sì. Infatti, le diversità di veduta non sono certo sul carattere strumentale, sulla limitatezza, sull’ambiguità con cui la centrale sindacale ha indetto tale scadenza. E nemmeno sulla suicida gestione con cui la sta affossando. Su questi elementi non ci piove. Ma ugualmente, e forse proprio a causa di queste sue debolezze, non riteniamo che una tale scadenza la si debba solo stigmatizzare denunciandone i soli pateracchi .
Le nostre divergenze, quindi, riguardano le modalità più opportune con cui approcciarla. Ovvero, se è più utile serrare i ranghi ed affermare categoricamente la propria pur legittima alterità o se, invece, per la ripresa di una dinamica di classe risulterebbe più proficuo cogliere quelle potenzialità oggettive e soggettive che un pur sifatto contesto può innescare ed intervenire per cercare quantomeno di metterle a valore. Se intendiamo contrastare l’attacco in corso ed iniziare a muoverci per provare a rivitalizzare la stagnante passività di classe, riteniamo più proficuo quest’ultimo atteggiamento.
Naturalmente, tale impostazione non implica alcuna concessione e non dispensa il benché minimo credito alla politica delle direzioni burocratiche. Nemmeno indirettamente. E né tantomeno avvalla il loro intenzionale depotenziamento di quella voglia di riscatto che la classe operaia inizia timidamente a esprimere. Dunque, più che fermarsi alla doverosa denuncia dei fattori negativi che compromettono l’efficacia dell’iniziativa stessa, consideriamo più vantaggioso concepirla in una prospettiva più articolata, di necessaria ripresa del conflitto di classe. Cioè non tanto per quello che attualmente è o che si vorrebbero che fosse . Ma per la dinamica che potrebbe contribuire a mettere in moto. Perché le ingiustizie ci sono, si vivono e la volontà di reagire è pur sempre un’esigenza latente e sentita negli strati più sensibili della classe. E spetta a noi utilizzare tutte le occasioni trainanti per poterla fare esprimere nel modo appropriato ed espanderla conseguentemente. E’ compito nostro cogliere ogni opportunità per favorire un processo di ricomposizione di classe che inneschi un cambio di tendenza. Utilizzare all’uopo gli ambiti ed i contesti più appropriati per stimolare il confronto e lo scontro, per allargare la platea e ribadire l’urgenza di una radicale inversione di rotta. A nostro avviso è questo l’approccio che può creare le premesse affinché si generi una spinta propulsiva per la ripresa di un’azione collettiva di contrasto. Per favorire un percorso idoneo a sensibilizzare settori significativi di lavoratori per poi slegarli dall’influenza ormai residuale degli apparati sindacali. Ma soprattutto che renda credibile una strada alternativa a quel grosso della classe tuttora ingabbiato in un rinunciatario scoramento.
Tutto questo non crediamo possa venir promosso standosene al di fuori dei contraddittori processi in corso, attendendo il contesto ideale o promuovendo la mobilitazione perfetta per proprio conto.
Oppure preservando il proprio pur significativo patrimonio di resistenza riducendosi al lato pratico, nel rivendicare solo uno sterile ed altero arroccamento. Un autoisolamento che rischia di non mettere a frutto nemmeno la propria potenzialità d’incidenza.
Ogni diffidente ritrosia rischia perciò di trasformare la doverosa contrapposizione senza sconti con i vertici sindacali in uno stridente rapporto fra avanguardia sindacale radicalizzata ed il resto della classe da radicalizzare. O, quanto meno, in un sostanziale, seppur regale, isolamento della prima.
La seconda, invece, in assenza di una stringente presenza non addomesticata e di uno stimolo propositivo proprio nel momento in cui inizia timidamente a coltivare aspettative di rivalsa, si ritroverà poi da sola ad elaborare l’ennesima iniziativa inconcludente. Di certo aggiungerà un’ulteriore motivazione alla propria rassegnazione ed una conferma in più al proprio ripiego. Difficilmente farà un ulteriore balzo in avanti.
All’ opposto invece, ritenere che un tale slancio si possa concretizzare compiutamente fra una decina di giorni solo grazie ad un’opportuna pressione, è un po’ come voler far ripartire un auto a corto di benzina, semplicemente spingendola con più forza.
“La situazione sociale del paese si è rimessa in movimento. (…). Questa ripresa di parola sociale e del mondo del lavoro ha notevolmente modificato il quadro politico: (…) ha visto l’emergere di un soggetto collettivo che ha posto la necessità e l’urgenza di abbandonare le politiche di austerità e di mettere al primo posto il tema del diritto al lavoro e al reddito. E’ così riemersa con forza (…) la necessità di piegare il funzionamento dell’economia al soddisfacimento dei bisogni sociali. La ripresa del conflitto sociale è la più grande novità politica di questa fase e il lavoro per il suo allargamento, la sua qualificazione ed in definitiva la sua vittoria costituisce il principale terreno di intervento politico del PRC. A partire da queste lotte è avvenuta una rottura tra le forze del movimento operaio organizzato e il PD. (…) La CGIL dichiara uno sciopero generale contro un governo presieduto da un esponente (…) di ‘centrosinistra’. Si tratta di un fatto assai rilevante che apre una grande opportunità e pone in modo diretto la necessità di costruire una sinistra unitaria esterna al centro sinistra che risponda positivamente alla domanda di giustizia sociale e di alternativa che le lotte esprimono. In questo quadro auspichiamo e ci impegniamo affinché nasca un percorso di costruzione di una soggettività politica che sappia dare una risposta al ‘bisogno di sinistra’ che proprio le lotte hanno messo così platealmente in evidenza. (…) La DN ritiene necessario che il partito tutto lavori per:
(…) la costruzione di iniziative di dibattito e di confronto tra i soggetti protagonisti del conflitto in vista dello sciopero generale del 12 dicembre, la piena riuscita dello sciopero generale del 12 dicembre. IL 12 DICEMBRE BLOCCHIAMO IL PAESE. SCIOPERIAMO TUTTE E TUTTI.“ (Rifondazione Comunista documento della Direzione approvato il 23 novembre 2014)
Quindi, i lavoratori e gli strati popolari sono in grado di attuare uno sciopero così ampio, compatto e duro da invertire la dinamica dello scontro di classe? Dalle piazze e dalle stanze della CGIL straripano obiettivi rivendicativi mediamente all’altezza di tale nome? Siamo in presenza di un crescendo di lotte e mobilitazioni a cui poter dare uno sbocco conseguente? Abbiamo di fronte un movimento dei lavoratori coeso, consapevole della propria forza perché ha messo a frutto un bagaglio significativo di esperienze? E’ possibile far affidamento su un livello organizzativo strutturato, articolato e sufficientemente rappresentativo dell’insieme della classe atto a reggere una tale prova?
No, non crediamo proprio ci siano in giro così tante rose e fiori.
A dirla tutta, oggi l’indizione di uno sciopero generale non sarebbe nemmeno da porsi. E non tanto perché la devastante offensiva borghese in corso non lo renda necessario. Nel contesto attuale la ricerca di un rapporto di forza così impegnativo non è proponibile perché la classe lavoratrice dimostra una capacità di difesa dei propri interessi alquanto arretrata. Non sussistono le premesse per una mobilitazione che ponga sul tappeto la questione del governo e del potere, qual è in effetti uno sciopero generale. Non c’è in campo una motivazione, una struttura organizzativa né una forza tali da poter paralizzare l’intero paese e dimostrare la centralità produttiva dei lavoratori. Il quadro odierno non è propriamente paragonabile a quello della stagione contrattuale del 1979, per esempio.
Ergo, ogni pressione che voglia riqualificare come possibile sciopero generale la scadenza del 12 o che la stigmatizzi in quanto negazione dello stesso, risultano alquanto speculari nella loro comune astrazione. Entrambe, vittime di pur lodevoli aspirazioni, non fanno i conti con una realtà tutt’altro che pronta ad affrontare una prova di forza così determinante. Tutt’altro che idonea a promuoverne la dinamica contrappositiva che dovrebbe mettere in moto. Ambedue poi, fanno difetto della medesima impostazione metodologica e prospettica: non riescono a calibrare le concrete potenzialità esistenti e, quindi, evitano di rapportarsi ad esse. Facendo anticipazioni auspicabili o pronunciando dinieghi inappellabili, disattendono ogni opportunità per portarle a maturazione. Non favoriscono le condizioni per farle sfociare, questa volta sì, in un effettivo sciopero generale.
Evidentemente, per aprire nuove prospettive, l’impegno appassionato di dieci giorni non basta e il defilarsi stizzito certamente non aiuta.
Oltre a queste considerazioni generali di metodo, sono anche le specifiche di fase che ci inducono a ritenere quanto mai opportuno spenderci visibilmente in questa scadenza: cogliere i tratti caratterizzanti e le dinamiche possibili di questa fase per riuscire a portare in scena il nascente potenziale di opposizione .
Fra il volontarismo ideale del dobbiamo farlo diventare un vero sciopero generale e l’altezzoso diniego del è un’ iniziativa controproducente perché non all’altezza della situazione, si può interporre una proficua linea d’intervento che parta da una valutazione realistica dell’ effettivo livello dello scontro di classe, della capacità di reazione dell’insieme dei lavoratori, dell’attuale radicamento e credibilità che i settori di avanguardia sindacalizzata possono vantare, della profondità con cui parole d’ordine alternative possono penetrare quantomeno nei settori di classe più avanzati e nei comparti industriali più significativi. In pratica, si tratta di articolare una possibile e fattibile modalità d’azione. Puntare, cioè, a capitalizzare il dinamismo emergente in tutti quei contesti, seppur parziali, che possano diventare terreno utile per incentivare una convergenza delle resistenze in atto, promuovere un fronte di resistenza e trainare una ripresa della combattività. Con tutto il portato di complessità dialettica, contraddittorietà apparente ed incertezza frustrante che questo voler allargare sempre più la mobilitazione sociale comporta.
Ultimamente lo abbiamo ripetuto e sottolineato con insistenza: assistiamo ad una ripresa di coraggio rivendicativo, seppur incerta e timida. Le ultime mobilitazioni si sono allontanate da quel clima testimoniale da riserva indiana. Ed in generale, il governo è in sofferenza di credibilità. Le aspre vertenze in corso aprono squarci palpabili di un contesto più favorevole per la ripresa delle lotte. Senza enfatizzarne la portata, è comunque un dato da ponderare per decidere dove stare il 12. Se valga la pena o meno partire anche da qui per offrire un maggior respiro, un’ulteriore continuità ed una radicalizzazione appropriata a questi primi sintomi di risveglio sociale.
E non crediamo proprio si corra il rischio di favorire la dirigenza sindacale se si coglie questa occasione per intercettare quei lavoratori sensibili alla chiamata della CGIL ed evidenziarne loro i forti limiti. Per ribadire l’inderogabile necessità di sostituire la concertazione emendativa con la conflittualità pagante. Per cominciare a veicolare ad una platea più ampia una prospettiva
Per carità, la scadenza del 12 non è proprio la pietra angolare dello scontro di classe in Italia. Non rappresenta certo il momento cruciale di definizione dei rapporti di forza tra proletariato e capitale. Però un ulteriore stimolo al risveglio sociale potrebbe anche favorirlo. A nostro avviso questo dipende dal ruolo che le avanguardie di classe intendono giocare al suo interno e dentro le scadenze a venire.