Napoli : Il circolo dedicato a Libero Villone

 villone-page-0Napoli, in via Metastasio, nel quartiere popolare di Fuorigrotta, dal giorno 16 giugno c’è un insegna con il logo di Sinistra Anticapitalista e l’indicazione “Circolo Libero Villone”. E’ il nostro circolo che abbiamo voluto dedicare ad un compagno napoletano, troskijsta dagli anni ’30, perseguitato dal fascismo, emarginato dal PCdI, protagonista delle quattro giornate di Napoli, tra i promotori della scissione di Montesanto e la ricostruzione della CGL rossa, fondatore dei GCR. Per l’occasione abbiamo chiamato due storici napoletani: Giuseppe Aragno e Francesco Soverina che hanno ricostruito il ruolo della sinistra comunista, bordighista e troskijsta, nell’insurrezione antinazista ed antifascista delle quattro giornate. Un sunto dei loro interventi saranno resi pubblici tra breve. Abbiamo anche raccolto le testimonianze di alcuni compagni e compagne che lo hanno conosciuto e che riportiamo di seguito.

Umberto Oreste

Non è agevole riepilogare in poche battute i tratti salienti e le caratteristiche peculiari di una figura come Libero Villone. In primo luogo per la vastità delle conoscenze e la profondità dei temi a cui rivolgeva la sua attenzione. Qualcosa che in Libero Villone assumeva, per così dire, un carattere endemico e che lo indusse ad esercitare il suo ruolo di ordinario di Storia e Filosofia presso il Giambattista Vico di Napoli con un rigore esemplare e un vasto approfondimento tematico che poi sfociavano in una proposta didattica altamente qualificata. In breve un insegnamento sempre sostenuto da un bagaglio culturale di assoluto valore, anche se il tutto, piuttosto che essere proposto con un linguaggio esoterico rivolto agli iniziati, veniva decodificato in termini semplici e assolutamente comprensibili anche ai non addetti ai lavori. Certo l’attività didattica di Villone non suscitò solo riscontri favorevoli ed encomi incondizionati; e non per il valore didattico e le risultanze disciplinari, quanto per le l’impianto ideologico delle sue lezioni che alcuni vollero vedere come ispirate ad una costante impostazione marxista-rivoluzionaria. Qualcosa di non ben definito ispirato ad una sorta di caccia alle streghe in miniatura che nell’Italia democristiana e bacchettona degli anni 50 portò ad una “indagine ministeriale” per accertare le eventuali devianze del reprobo, anche se il tutto si risolse in una bolla di sapone.

Ancora più significativa si configura l’attività politica di Villone, se è vero che si trovò ad operare in un periodo in cui lo stalinismo la faceva da padrone nel movimento operaio per cui chiunque osava dissentire dai dogmi non sempre convincenti che provenivano dall’insindacabile centro moscovita veniva redarguito con estrema durezza e magari etichettato con gli epiteti più insultanti. In questo contesto tutt’altro che agevole Villone seppe dimostrare acume politico e intuito anticipatore, per cui si orientò sin dalla fine degli anni trenta a considerare come chiarificatrice la riflessione di Trotckij, il cui contributo teorico gli parve sin da allora capace di cogliere nel segno e di mettere a fuoco i misfatti dello stalinismo per tutto quanto concerneva la conduzione dello Stato sovietico e l’orientamento imposto al movimento comunista internazionale.

Convincimenti di fondo che accompagneranno tutto il prosieguo della sua vita politica e che lo indurranno ad essere parte attiva nell’insurrezione delle 4 giornate di Napoli – dove svolse un ruolo propositivo tra le forze che si muovevano con un progetto politico che andava oltre la semplice mobilitazione spontanea delle masse popolari locali – e essere parte attiva nella fondazione degli organismi trotckijsti in Italia sin dalla fine degli anni 40, nelle cui file militò sino agli ultimi giorni della sua vita.

Insomma un esempio lucido e coerente di rigore ideologico e di intransigenza militante che, a ragion veduta, si configura tuttora come un esempio teorico e metodologico per quei giovani che anche oggi si affacciano all’agone politico e all’impegno sociale.

Aldo Bronzo

 

Anche se la nostra sensibilità e il nostro modo di porci nei confronti della politica erano molto diversi, riconosco oggi in vecchiaia di aver contratto un debito di riconoscenza con Libero Villone. Libero frenò la mia militanza giovanile frenetica e la propensione a gettarmi nei movimenti a corpo morto con una lezione di fondo. La lezione riguardava l’importanza di fermarsi a riflettere e non solo su ciò che accadeva nel mondo, ma anche su ciò che era accaduto e che rappresenta l’antefatto del presente. L’abitudine a insegnare, e in modo particolare a insegnare la storia, rendeva le spiegazioni non solo chiare ma anche capaci di mettere a fuoco i problemi, le cose essenziali e che era utile comprendere. Ricordo alcune lezioni sui congressi della Terza Internazionale che non ho più dimenticato e che mi sono serviti come griglia di lettura di una parte importante della storia del movimento operaio del Novecento. A volta le lezioni erano un po’ troppo lunghe e puntigliose, ma Libero riusciva a tenere desta la mia attenzione tra un volantinaggio e l’altro e nel clima surriscaldato della fine degli anni Sessanta. Credo che sia stato quasi un miracolo della forza delle narrazioni, quello di essere riuscito a non farsi sfuggire le briglie del cavallo imbizzarrito dell’iper-attivismo di una giovane donna che costringeva ad ascoltare.

So perfettamente che Libero Villone non era solo un insegnante di storia del movimento operaio, era stato anche un militante attivo e coraggioso ma, quando io lo incontrai, l’egemonia stalinista in Italia lo aveva già respinto agli estremi margini della politica e aveva fatto maturare in lui uno scetticismo sul presente e sulle sue prospettive, che a quei tempi (più o meno nei tempi intorno al ’68) mi sembrò insopportabile. Le polemiche che ci avevano divisi non mi impedirono di accogliere la notizia della sua malattia, come una perdita non solo per me, ma soprattutto per me. Il fatto che per decenni quelli della mia generazione che l’hanno conosciuto abbiano continuato, di tanto in tanto, a parlare di lui testimonia il segno che ha lasciato nella sinistra radicale napoletana e talvolta anche in persone che non si riconoscevano nella parte in cui comunque Libero aveva deciso di restare fino alla morte.

Lidia Cirillo

Ci sono persone che non hanno bisogno di presentarsi, di parlare, di tirarla per le lunghe, di dare dimostrazioni di sé. Basta che entrino in una stanza in cui ci siano altri a discutere, che la loro personalità si impone a tutti. Hanno carisma.

Libero Villone fu un uno di questi. Era l’autunno del ’69. Io, concluso da poco il liceo a Venezia e rientrato a Cava de’ Tirreni, avevo preso contatto con i G.C.R. – Gruppi Comunisti Rivoluzionari, sez. it. della IV Internazionale. Mi ero recato a Roma, dove ero stato ricevuto da Livio Maitan, che mi aveva indirizzato alla compagna Lidia Cirillo di Napoli. Con due compagni di Cava stavo dunque a casa di Lidia, in Strettola Sant’Anna alle Paludi. Lidia non era sola. Con lei c’era di sicuro Aldo Bronzo, se non ricordo male anche Alberto Bivash ed Umberto Oreste. Cominciammo a ragionare sulle ragioni del nostro avvicinamento alla Quarta, di come eravamo venuti a conoscenza delle sue attività, cosa pensavamo di questo e di quest’altro argomento. La loro attenzione era volta a capire i nostri rapporti con il P.C.I. Noi, da buoni sessantottini, liquidammo l’argomento con poche battute denigratorie, buscandoci una cazziata severa da Aldo Bronzo, sferzante verso il giovanilismo piccolo borghese e la nostra spocchia pseudo rivoluzionaria. Se avessimo voluto contribuire alla prospettiva rivoluzionaria dei G.C.R., avremmo dovuto armarci di umiltà ed avere rispetto per la classe operaia, che si riconosceva in stragrande maggioranza nel P.C.I. Rispetto per quello che il P.C.I. rappresentava socialmente, non però per la burocrazia stalinista che lo dirigeva.

Bussò la porta, mi sembrò fosse arrivato un Abramo Lincoln redivivo. Era Libero. Alto, con una barba bianca, postura austera. Gli altri lo accolsero con reverenza. Appresi poi che Libero era di una “tendenza” ostile a Pierre Frank ed a Maitan. Lidia viceversa stava con Livio, come Alberto ed Umberto; Aldo no, lui seguiva Libero. Avevano tra loro perciò opinioni diverse e a volte contrastanti, in particolare sul Sessantotto. Tutti però mostravano quasi soggezione di fronte alla sua personalità.

Libero disse poche battute, grosso modo sulla falsariga delle posizioni di Aldo. Le condì con citazioni storiche, tra le quali alcune decisamente eterodosse per quei tempi. Ad esempio, citò Goebbels per la sua capacità di insinuare nelle masse calunnie come verità incontrovertibili. Un “comunicatore berlusconiano” ante litteram.

Villone poi ci salutò. Restammo quelli di prima. Così Lidia, Aldo e gli altri ci raccontarono della sua vita, della scissione di Montecalvario del P.C.I. del dopoguerra, dei suoi rapporti con Amadeo Bordiga e della sua considerazione aspramente critica verso il movimento studentesco, cosa che però non aveva impedito al vecchio professore di portare le sue coperte ai ragazzi che occupavano il Vico.

Incontrai Libero poche altre volte, al massimo un paio di volte. Dopo la sua morte, tuttavia, me ne parlarono ancora a lungo alcune compagne ed amiche che lo avevano avuto come docente al Vico. Titti Marrone ad esempio. Anche la mia amatissima Aurora Gentile nutriva venerazione per Libero.

Ma cosa criticava di più Libero del movimento studentesco? I suoi miti, il “sei politico”, il rifiuto della severità degli studi, quel “vogliamo tutto” senza contenuti puntuali, il look dell’eschimo e delle barbe a sottolineare un’appartenenza di mera “immagine”, tutta effimera. A suo avviso quel movimento era espressione di una piccola borghesia rampante, che non voleva saperne di scalare i gradini della propria affermazione sociale attraversando la fatica degli studi e del lavoro. Aveva ragione lui, nel ’69 era così.

Cari compagni, rammaricandomi di non poter essere con voi alla intestazione della vostra sezione al grande Libero Villone, mi complimento per la scelta e mi consento, sommessamente, di raccomandarvene gli insegnamenti.

Luigi Gravagnuolo

Non ho conosciuto di persona Libero Villone.

Ho aderito alla sezione italiana della Quarta nel 1969 partecipando a una prima riunione sul lavoro sindacale ed operaio nell’autunno di quell’anno e poi, nel marzo del 1970, al congresso dei CGR a Roma, che costituì un momento di rilancio dell’organizzazione dopo lo sviluppo straordinario delle lotte operaie dell’autunno caldo.

Libero sarebbe morto in quello stesso anno ed io non ebbi alcuna occasione per incontrarlo. Tuttavia il suo nome e la sua presenza politica era dominanti nelle discussioni a cui ebbi modo di partecipare in quel periodo, un punto fermo nell’organizzazione e della sua presenza a Napoli. Posso infatti ricordare i racconti del suo impegno politico e della sua attività intellettuale che, Livio Maitan ed altri compagni in più occasioni, mi fecero di lui, a partire dalle vicende della ricostruzione a Napoli di una CGIL di classe alla fine della guerra e della sezione della Quarta Internazionale in Italia e del suo costante spirito critico nelle riflessioni e nella definizione degli orientamenti politici e programmatici. Così come posso ricordare il dolore delle compagne e dei compagni per la grave perdita che l’organizzazione subiva con la sua scomparsa. Una figura quindi ben presente nella mia storia politica di giovane militante di allora.

Alle compagne e ai compagni di Napoli che lo vogliono ricordare dedicando il suo nome alla nuova sede dell’organizzazione e fortemente e positivamente impegnati nella costruzione del progetto di Sinistra Anticapitalista, i miei più fervidi ed affettuosi auguri.

Franco Turigliatto