Germania, trionfa Merkel e cola a picco il FDP

di Manuel Kellner (membro dell’Internationale Sozialistische Linke (ISL), una delle due correnti organizzate della sezione tedesca della IV Internazionale, collabora stabilmente ai Sozialistische Zeitung (SoZ) ed è stato consulente scientifico di Michael Aggelidis, deputato di Die Linke al Landtag della Renania del Nord-Westfalia prima delle elezioni regionali del 13 marzo 2012), traduzione di Titti Pierini

Merkel piccolaI partiti conservatori cristiano-democratici CDU/CSU e la cancelliera Angela Merker sono i vincitori delle elezioni federali tedesche. Con il 41,5% dei suffragi, hanno ottenuto il 7,7% in più rispetto alle elezioni federali del 2009. Sono dati che accompagnano l’impressione popolare di poter sfuggire alle conseguenze della crisi europea schierandosi con i più forti, accettando al tempo stesso la linea dura contro le popolazioni dell’Europa del Sud.

A questi si somma la debolezza dell’alternativa proposta dal SPD, espressa da Peer Steinbrück, candidato alla cancelleria del SPD. Quest’ultimo, un frigido tecnocrate, sostenitore dichiarato dell’agenda 2010 e simbolo dell’aspirazione all’agiata esistenza dei politici in buoni rapporti con il mondo degli affari, era incapace di far passare in modo credibile il messaggio del SDP, mirante a presentarsi quale campione della giustizia sociale. Il SDP guadagna comunque un 2,7%, arrivando al 25,/%.

Il 15% circa dei voti sono andati a partiti che non sono riusciti a superare lo sbarramento del 5%: il FDP fallisce con il 4,8%, al pari della recentissima Alleanza per la Germania (AfD) che ottiene il 4,7%, dopo aver incentrato la sua campagna sull’uscita dall’euro; quanto agli altri due partitini, il loro totale supera il 5%.

Dei 61,8 milioni di tedeschi aventi diritto al voto, ha votato il 71,5% (70,8% nel 2009). Pur se la candidatura di formazioni nuove può aver ridimensionato il peso dei disertori delle urne, l’astensione elettorale resta rilevante e attesta il grado di erosione della credibilità del sistema politico vigente.

L’insuccesso del FDP è spettacolare: pur riuscendo per un pelo a ottenere degli eletti con il 5% nel Land dell’Assia (elezione regionale parallela a quella federale), sprofonda a livello federale con al 4% dei suffragi, perdendo il 9,8% rispetto al 2009 e scomparendo dal Bundestag! L’immagine ben meritata di partito clientelare lo ha condotto alla catastrofe. I suoi 400.000 voti persi vanno per la maggior parte, a favore dell’AfD, che sottrae abilmente anche a Die Linke 300.000 voti e poco meno alla CDU/CSU… L’AfD ha nascosto abbastanza abilmente i suoi argomenti sciovinisti, pretendendo che l’uscita dall’euro sarebbe nell’interesse dei paesi europei economicamente perdenti… Die Link dovrebbe chiedersi se è stata in grado di articolare con chiarezza la propria opposizione alla politica dell’UE all’interno della Troika…

Un altro elemento clamoroso di queste elezioni è l’8,4% dei Verdi. Perdono solo il 2,3% dei voti rispetto alle elezioni del 2009 ma, dopo Fukushima e le grandi mobilitazioni del movimento antinucleare, i sondaggi li davano al 20% circa.

Il partito di sinistra (Die Linke) diventa la terza forza in parlamento, con l’8,6%. Nel 2009, Die Linke aveva ottenuto l’11,9% dei voti espressi: quindi, un arretramento del 3,3%…, si potrebbe parlare di una sconfitta. Tuttavia, di fatto, se l’è cavata bene, visto che nella primavera del 2012 era crollata sotto il 6% nei sondaggi e aveva poi perduto tutte le elezioni nei Länder della Germania ovest. Nel Land dell’Hesse, Die Linke rimane, superando per la terza volta lo sbarramento del 5%. Nei Länder dell’ovest, dove tra l’altro è ben più debole che non in quelli dell’est, essa supera mediamente il 5%. Si può quindi dire che Die Linke consolidi la sua posizione e stia rimontando elettoralmente, presentando una serie di rivendicazioni sociali, democratiche e antimilitariste, senza però formulare in modo chiaro un’alternativa complessiva al potere del capitale.

Che cosa faranno ora gli strateghi (o meglio i tecnici) dei partiti parlamentari? Nel Bundestag come nel Landstag dell’Hesse, l’insieme degli eletti del SDP, dei Verdi e di Die Linke sono la maggioranza, e questo consentirebbe loro di rovesciare la CDU/CSU della signora Merkel e costituire un governo. Ma il SPD e i Verdi non vogliono coalizioni con Die Linke. E se quest’ultima fa qualche apertura, sottolinea al contempo le profonde divergenze. Per governare insieme al SDP e ai Verdi a livello federale, Die Linke dovrebbe accettare la partecipazione della Bundeswehr, le forze armate tedesche, agli interventi militari nel mondo. Per il momento, è inimmaginabile. L’ipotesi più realistica sembra quindi quella di una “grande coalizione” CDU/CSU con il SPD. Sparisce così sempre più in Germania la tradizione di una contrapposizione sinistra-destra. D’altro canto, il dibattito su una futura collaborazione governativa del SPD e dei Verdi con Die Linke prosegue, in base dei risultati elettorali.

A qualche giorno dalle elezioni, in Germania il dibattito pubblico dei vari partiti ruota intorno alle conseguenze dei risultati e, ovviamente, alla coalizione governativa da insediare.

Per la CDU/CSU di Angela Merkel, il trionfo per il suo successo elettorale diventa relativo, a causa della perdita del partner privilegiato, il FDP. Nell’ultimo periodo prima delle elezioni, quest’ultimo aveva puntato su quello che si chiama in Germania “il prestito di voti” (Leihstimmen), proclamando che chi voleva la Merkel cancelliera doveva votare per il FDP. La CDU/CSU ha respinto la cosa, dichiarando che ciascun partito si batte per avere più voti possibili. E adesso, i cristiani-conservatori sono costretti a due opzioni di seconda o terza scelta, senza sapere se una di esse sarà realizzabile (altrimenti, occorrerebbe affrontare nuove elezioni), dal momento che entrambe imporrebbero loro dei compromessi, o in fatto di salario minimo (SPD), o in fatto di mutamento di indirizzo energetico (Verdi).

La penetrazione dell’AfD, che è quasi riuscita a raggiungere lo sbarramento del 5%, è pericolosa per i cristiani-conservatori. A leggere la lista dei dirigenti e dei candidati di questa formazione, vi si vedono docenti universitari, economisti e non, avvocati, medici, ecc. e quadri ad alto livello nelle imprese. L’AfD viene denunciata come una formazione di estrema destra camuffata, e non solo per la sua posizione anti-euro. Ad esempio, uno dei suoi manifesti si indigna contro “l’immigrazione nei nostri sistemi di protezione sociale”, tipico tema dell’estrema destra populista fascisteggiante e dei neo-nazisti. I capi dell’AfD replicano citando il programma della CSU bavarese, in cui è dato leggere la stessa miserabile e rivoltante intenzione. Ai cristiani-conservatori non può far piacere l’ipotesi che una nuova formazione politica possa fagocitare a medio termine voti alla loro destra.

Nel SDP, infuria il dibattito fra quanti si piegano di fronte alla soluzione “responsabile” di ridiventare partner di CDU/CSU, ma lo stesso candidato, Peer Stenbrück, aveva detto chiaramente di essere contrario a questa scelta e che, in ogni caso, non sarebbe stato un’altra volta ministro sotto Angela Merkel. Ora, un buon numero di sezioni cittadine e di esponenti regionali prestigiosi del SDP (quali tra l’altro Hannelore Kraft, ministro-presidente in Renania del Nord-Westfalia) si pronunciano pubblicamente contro una coalizione CDU/CSU-SPD.

Esistono varie ragioni per questo, e la principale nelle teste dei leader socialdemocratici è probabilmente di ordine tattico: si tratta della paura di non avere alcuna possibilità di profilarsi come partito in una coalizione del genere e di conoscere ancora una volta un’erosione seria dell’elettorato del SPD. È la motivazione di coloro che preferiscono il SDP in un ruolo di opposizione. Si può immaginare che la direzione del partito cercherà di alzare il prezzo – già ora, essa non si limita a chiedere che vengano inseriti nel programma governativo il salario minimo e l’adeguamento delle imposte sui grandi patrimoni, ma anche un numero di ministri pari a quelli della CDU/CSU – optando per la “via responsabile”, ma non è sicuro.

Nel partito dei Verdi, alcune teste sono crollate e il loro risultato è sentito come una pesante sconfitta. Se ne attribuisce la responsabilità alla direzione del partito e alla rappresentanza parlamentare, in particolare a Jürgen Trittin, che avrebbe offerto al partito un profilo “troppo di sinistra”. Questo riguarda soprattutto le rivendicazioni in materia di politica fiscale. In effetti, il partito dei Verdi non aveva chiesto solo più tasse per i redditi molto elevati e i grandi patrimoni, ma anche per la fascia più agiata della popolazione tedesca nel senso più ampio del termine (circa un terzo della popolazione sarebbe stata interessata da queste richieste), che costituisce una parte importante dell’elettorato dei Verdi; e i sondaggi dimostrano che i Verdi hanno perso voti in quegli ambienti.

Il dibattito all’interno dei Verdi tende quindi a correggere la linea verso destra. Si vuol dire che non bisogna rivaleggiare troppo con Die Linke in fatto di politica sociale, e che occorre puntare a rafforzarsi “al centro politico dell’elettorato” con temi che colleghino ecologia ed economia. E che occorrerebbe uscire dalla prigione dell’alleanza a ogni costo con il SDP, la cui natura non maggioritaria era già apparsa molto chiara prima delle elezioni (visto che la scelta di comprendere Die Linke è esclusa).

Questo non significa tuttavia che l’ipotesi di un governo nero-verde della CDU/CSU e dei Verdi sia particolarmente probabile. In primo luogo, i Verdi, esattamente come il SPD, l’avevano esclusa molto chiaramente durante la campagna elettorale. In secondo luogo, vi sono motivi per dire che sarebbe “troppo presto”, vista l’estraneità politico-culturale ereditaria con l’ala più conservatrice dei partiti dell’Unione , soprattutto la CSU bavarese. In terzo luogo, le divergenze sulla politica energetica restano comunque notevoli, soprattutto per quanto riguarda il carbone. Detto questo, come per il SDP, nessuno è in grado di prevedere l’esito delle trattative per formare il governo, destinate con tutta probabilità a protrarsi per alcune settimane, se non per alcuni mesi.

Die Linke aveva ritoccato il suo profilo prima della campagna elettorale. Tra Gregor Gysi e Oskar Lafontaine, si trattava della scelta tra il profilo più “realista”, più flessibile di Gysi nei riguardi del SDP e dei Verdi e un profilo più conflittuale, impersonato da Lafontaine. Al congresso del partito aveva avuto la meglio Gysi, brandendo la bandiera della fine “dei nocivi battibecchi pubblici”, e ne è uscito come l’unico principale portavoce del partito a livello federale. Sahra Wagenknecht è il numero 2, dopo di lui e, quanto a lei, è molto popolare e ricercata dai media, ma va anche detto che ha annacquato il proprio profilo “di sinistra” in seno a Die Linke, parlando ad esempio del retaggio di Ludwig Erhardt e dell’”Ordoliberalismo”, che andrebbe fatto rivivere per combattere l’ideologia neoliberista.

Naturalmente, i portavoce di Die Linke attaccano il SDP e i Verdi perché entrambi questi partiti preferiscono un governo Merkel a un governo basato sulla maggioranza del SDP, dei Verdi e di Die Linke nel Bundestag. Janine Wissler, di Die Linke nel Land dell’Hesse, dice la stessa cosa, e fa parte della sinistra interna a Die Linke. Soprattutto per il livello federale, però, la realizzazione del sogno dei sostenitori della Realpolitik all’interno di Die Linke sembra per il momento poco realistica. Questo non solo per il categorico “no” del SDP e del Verdi. In aggiunta, i sondaggi dimostrano come soltanto una ristretta minoranza dell’elettorato tedesco si pronunci per una coalizione “rosso-rosso-verde”. E i principali dirigenti di Die Linke, anche se sono come Gysi piuttosto “a destra” nel quadro del partito con le sue diverse componenti organizzate, sottolineano in ogni caso le rilevanti divergenze tra Die Linke, da un lato, e il SDP e i Verdi, dall’altro lato.

La principale di queste divergenze concerne la politica internazionale. Die Linke è contraria alla partecipazione della Bundeswehr alle missioni out of area, e fino a nuovo ordine lo stesso vale per missioni sotto copertura dei caschi blu dell’ONU. Die Linke è anche contraria alle esportazioni di armamenti, e questa è una merce d’esportazione rilevante per il capitalismo tedesco. A ciò si sommano le divergenze in fatto di politica sociale ed economica che, quanto ad esse, potrebbero diventare oggetto di svariati compromessi.

Per la politica internazionale, tuttavia, Die Linke dovrebbe sacrificare impostazioni profondamente radicate nel suo elettorato e nel partito, e questo non vale assolutamente solo per le correnti di sinistra presenti al suo interno, ma anche ad esempio per la sua base nell’est tedesco che, a parte l’ostilità verso un ruolo guerriero della Bundeswehr nel mondo, tende alla Realpolitkik della partecipazione governativa.

Ciò detto, la tendenza a medio e a lungo termine a imboccare la strada di questa “Realpolitik” anche a livello federale (e non solo a quello dei Länder, dove Die Link co-governa in Brandeburgo), si rafforzerà, e solo una decisa ripresa di mobilitazioni popolari per soluzioni solidali con gli stessi lavoratori e disoccupati nei paesi europei economicamente più deboli potrebbe invertire la tendenza.

(Colonia, 26 settembre 2013).