Le ombre e la grande paura del passato

di Checchino Antonini

Poco dopo la strage di Piazza Fontana, Sandro Pertini, al tempo presidente della Camera dei deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e, incontrando l’allora questore Marcello Guida, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano, riconoscendo proprio in Guida il direttore del confino di Ventotene nel ventennio fascista.

Questo episodio è stato citato spesso per indicare quella che è una costante nella storia d’Italia: la scarsa affidabilità democratica delle forze dell’ordine e delle forze armate (a cui questo Stato, non a caso, nega ancora i diritti sindacali). Ma quel faccia a faccia è soprattutto la rappresentazione dell’ambiguità di quello che chiamiamo “Stato”.

E’ da questa istantanea che può partire un ragionamento a posteriori su “Ombre rosse”, come è stata chiamata la retata di rifugiati politici italiani in Francia. Un’operazione gestita dal governo Draghi, che mette insieme la retorica populista e giustizialista di M5s e Salvini con il senso dello Stato dei nostalgici del Teorema Calogero e di Pecchioli, e dall’Eliseo di Macron che ha scatenato contro i movimenti francesi una violenza poliziesca senza paragoni nell’Occidente.

Molti osservatori, non senza ragione, hanno parlato di una vendetta dello Stato. Ma contro chi? Contro la grande paura della borghesia italiana di fronte al decennio di lotta di classe più intensa. Così come la Resistenza al fascismo è oggetto di revisionismo storico continuo, la posta in gioco, oggi come allora, è la lettura della vicenda della lotta di classe negli anni ’70 con le lenti deformanti della vicenda del “partito armato”, del derby Stato-Br. In questa tenaglia è caduta nell’oblio l’analisi sullo Stato italiano come concretamente si è costruito, nel senso marxiano di “comitato d’affari della borghesia”, dal dopoguerra a oggi, passando, appunto, attraverso la dialettica tra le spinte progressiste successive alla Liberazione e le spinte regressive di una borghesia che non si è fatta scrupoli non solo di garantirsi la continuità dell’apparato burocratico, militare e poliziesco nel passaggio dal regime fascista alla Repubblica, ma nemmeno di affidare il lavoro sporco, non solo a polizia, carabinieri e servizi più o meno deviati, ma anche a vecchi e nuovi arnesi della galassia fascista. Insomma, nello scontro tra Pertini e Guida ha vinto quest’ultimo.

Lo Stato che oggi espone a reti unificate lo scalpo di una decina di ultrasettantenni condannati per fatti avvenuti mezzo secolo prima, è lo stesso Stato che ordinò le stragi di braccianti, operai, studenti in uno stillicidio di episodi di repressione rimossi da tempo dal dibattito pubblico. E’ lo Stato della trattativa con la Mafia. E’ lo stesso Stato che non ha rinunciato a usufruire di tutte le potenzialità repressive del Codice Rocco, il corpus di leggi di polizia che prende il nome dal giurista preferito dal Duce, e che da un paio d’anni si è dotato di nuovi e più raffinati strumenti per reprimere con pene draconiane le occupazioni di case, i picchetti sindacali o i blocchi stradali ovvero i soli strumenti di visibilità per i settori più deboli della società che lottano per il diritto all’abitare, per condizioni di lavoro decenti o contro lo scempio di inutili e devastanti grandi opere.

E’ lo stesso apparato che non ha consentito una Norimberga italiana, un processo ai criminali fascisti come quello che ha celebrato la Germania nel dopoguerra, e che ha nascosto in un armadio, per quarant’anni, i fascicoli giudiziari relativi alle stragi nazi-fasciste. E’ la fabbrica ideologica che ha manipolato la memoria inventando le frottole di un colonialismo buono – gli “italiani brava gente” – sulla scia del quale, adesso, pretende di chiamare “missioni di pace” quelle che sono solo e soltanto guerre.

E’ lo stesso Stato che, in nome della lotta al terrorismo, ha varato la Legge Reale e altre leggi speciali che hanno sospeso a lungo i diritti costituzionali e l’agibilità del conflitto sociale e non ha esitato a ricorrere alla tortura sui detenuti, politici e no. E che ancora oggi non si è dotato di una vera legge contro la tortura all’altezza della convenzione dei diritti umani firmata ormai alcuni decenni orsono. Proprio l’eccezionalità delle sue leggi, la propensione alla tortura del suo apparato repressivo, convinsero i magistrati francesi a concedere, in nome della dottrina Mitterand, l’asilo politico a centinaia di fuggiaschi dall’Italia.

E’ in questo contesto e dopo la strage di Piazza Fontana e l’omicidio di Giuseppe Pinelli – con l’evidenza della complicità tra pezzi di Stato, Nato e squadracce fasciste – che prende piede in un alcuni settori dell’estrema sinistra l’idea di una risposta armata quasi a sostituire la lotta di massa e, nei fatti, a scapito della lotta di classe e di massa che, proprio in quel periodo, conseguiva alcune vittorie importanti a livello sociale, sindacale e politico, incidendo in profondità anche sul senso comune dei settori popolari. All’epoca la nostra posizione fu riassunta in uno slogan che vale la pena ricordare: né con lo Stato, né con le Br ma contro lo Stato e contro le Br. Perché ci sembrò evidente già da allora che il potenziale delle lotte per l’emancipazione delle classi subalterne rischiava di essere stritolato tra un colossale apparato statale repressivo e ideologico e uno striminzito e avventurista partito armato, entrambi determinati ad agire in nome e per conto del popolo.

Anche la stessa definizione di “anni di piombo” per alludere agli anni ‘70 è funzionale alla riduzione di quella lunga stagione di lotte e di fermenti di liberazione al solo aspetto delle vicende della lotta armata. Dovrebbero chiamarsi, invece, anni della scala mobile, del nuovo diritto di famiglia, dell’unità lavoratori-studenti, della liberazione delle donne.

Per questo non ci associamo all’esultanza dei vincitori di oggi, e crediamo che la memoria storica non abbia bisogno di miti o di tribunali ma di meccanismi collettivi e permanenti. E, alla vigilia del Primo maggio, rilanciamo invece la necessità di parole d’ordine unificanti in un periodo in cui la classe lavoratrice e le sue espressioni politiche e sociali scontano gli effetti devastanti dei processi disgregativi innescati dal neoliberismo. Una di queste è certo la battaglia contro i decreti Salvini e i decreti Minniti/Orlando con i quali i governi della borghesia, nelle loro versioni di destra e di sinistra, hanno voluto punire l’idea stessa del conflitto sociale, della sua praticabilità, della sua efficacia. Lo sanno bene i lavoratori della logistica, gli abitanti della Val Susa, gli occupanti di case, i portuali genovesi, gli studenti e le studentesse. La lotta alla repressione deve essere parte integrante di ogni piattaforma rivendicativa, per unificare le lotte e rompere la solitudine della classe.