Non c’è tempo da perdere

di Franco Turigliatto

La nascita del governo Draghi sembrava aver prodotto uno scossone salutare nelle organizzazioni della sinistra, ben consapevoli di trovarsi di fronte a un progetto (italiano ed europeo) di ulteriore offensiva liberista delle forze dominanti. Un governo di unità nazionale, ancor più spostato a destra, con l’ingresso nell’esecutivo di FI e Lega e con FdI, collocati in una comoda opposizione, pronti a raccogliere tutto il malcontento prodotto dalla crisi sociale, definisce uno scenario pericolosissimo in cui le forze della sinistra di classe sono chiamate a costruire sia le resistenze sociali, sia un percorso/progetto alternativo per uscire dalla irrilevanza politica tornando ad essere credibili sul piano nazionale. Sono compiti che possono realizzarsi solo attraverso adeguate forme di azione e di intervento politico unitario.

La spinta in questa direzione dei militanti delle diverse organizzazioni, ma anche dei tanti soggetti individuali che ricercano strumenti operativi di una lotta alla società esistente, era forte e ha prodotto un dibattito che per fortuna è ancora in corso. A questa spinta però non ha ancora corrisposto una risposta adeguata e coerente da parte dei gruppi dirigenti delle principali forze della sinistra. Anzi dobbiamo dire che “non ci siamo proprio”, che si rischia di perdere la possibilità e necessità di un salto di qualità, quando prevalgono pericolosamente i continuismi e quando, alle dichiarazioni di apertura unitaria generica nei dibattitti, corrispondono poi pratiche politiche conservatrici del proprio spazio.

Per questo mandiamo un grido di allarme! Un grido di allarme tanto più forte perché l’Italia resta attraversata dalla tragedia senza fine della pandemia a cui non si vuole dare una risposta adeguata, condizionata dalla logica infernale dei profitti dei capitalisti e della Big Pharma (leggi la risoluzione della direzione nazionale).

Eppure l’azione intrapresa dal governo, sia pure molto guardinga e tattica ed anche aggirante (vedasi le mistificazioni dell’accordo sul PI con i sindacati maggioritari) non lascia adito a molti dubbi sulle dinamiche future e così anche quanto sta avvenendo intorno alla crisi del PD con le dimissioni di Zingaretti e il ritorno di un personaggio borghese per antonomasia, come Letta.

Le riflessioni del Manifesto

E’ lo stesso Manifesto a riconoscere apertamente che il PD è “un partito governativo di centro…. né di destra, né di sinistra…. concepito soprattutto per governare”. Più semplicemente noi diciamo che il PD è un partito borghese e liberista, frutto delle metamorfosi politiche degli eredi del PCI e della DC, che sempre si sono presentate come il migliore gestore politico degli interessi della borghesia. Questo è il PD e il restyling di Letta ha solo la funzione di dargli una rinnovata credibilità alimentando nuove illusioni e attese in settori popolari, con l’aiuto attento dei media, a partire dai giornali di proprietà degli Agnelli.

Condividiamo anche quando la direttrice del Manifesto scrive. “È chiaro come il sole che, in questo momento di scossoni politici e sociali, la sinistra dovrebbe ricostruire il suo campo.” ed anche la constatazione che i movimenti sociali, le associazioni e i movimenti, pur significativi, hanno fatto solo capo a se stessi, senza avere la forza di darsi organizzazione col risultato di “muoversi molto e ottenere molto poco”.

C’è solo un problema: il Manifesto, non solo in questi anni, ma ancora oggi, continua ad alimentare continue illusioni nei confronti proprio di quei soggetti politici e sindacali ed anche gruppi dirigenti di movimenti che in forme diverse hanno continuato ad avere nel PD il riferimento politico, nella speranza che si ricostituisse un nuovo soggetto socialdemocratico. Solo che quel soggetto, in questa fase del capitalismo, non esiste in natura, non può, né riesce ad esistere. Sono invece esistiti i governi di centro sinistra che hanno gestito le politiche dell’austerità, creando danni sociali e politici enormi ed aprendo la strada alla ascesa delle forze reazionarie di destra ed estrema destra. E i gruppi dirigenti sindacali, ieri come oggi, (vedasi l’appoggio CGIL CISL e UIL a Draghi) vi si sono subordinati appieno.

Così il Manifesto dopo aver segnalato che esisterebbe delle grandi praterie di fronte a una possibile nuova azione e rigenerazione della sinistra e dei movimenti non trova di meglio che riporre le speranze sulla vaga idea della Rete dei movimenti avanzata dalla giovane Elly Schlein, vicepresidente dell‘Emilia e Romagna, cioè di un governo, quello di Bonaccini, che rappresenta la “versione regionalista” delle politiche liberiste e privatizzatrici del PD. Sic…

E qui torniamo alle forze della sinistra di classe, politiche, sindacali e sociali che in questo scenario, certo non di grandi praterie aperte come qualcuno sogna, ma sicuramente di grandi contraddizioni sociali, possono e debbono essere determinanti nella costruzione delle possibili mobilitazioni della classi lavoratrici.

L’unità non è la proprietà di qualcuno

Gli errori delle forze della sinistra possono esprimersi non solo nel disinteresse per l’azione unitaria, ma anche nel prodursi di una situazione in cui ciascuna organizzazione propugna la necessità di un vasto fronte unitario contro il governo Draghi, avanzando però una proposta di unità, un accorato appello unitario “pro domo propria”, inevitabilmente poco appetibile per gli altri soggetti.

Possiamo condividere (anche molto vista la nostra storia) le preoccupazioni di Potere al Popolo sulla necessità di una rottura politica profonda con tutte quelle forze che in vario modo si collocano all’interno della gestione borghese della crisi, tenuto conto delle esperienze negative del passato, ma è una pericolosa illusione ed anche settaria di questo partito credere di poter costruire un progetto egemonico ed utile a prescindere dalle altre forze presenti. Le modalità con cui Pap ha gestito l’iniziativa di mobilitazione sociale dell’11 marzo sui vaccini, a cui pure noi stessi abbiamo aderito, lascia trasparire questo approccio politico di fondo.

Anche l’appello e la costituzione del Patto d’azione anticapitalista, segnato da forti contenuti radicali e combattivi, di cui in particolare il Sicobas si è fatto interprete un paio di mesi fa, ha scontato largamente questa impostazione politica di controllo egemonico predeterminato.

Per quanto riguarda Rifondazione possiamo condividerne l’analisi sul fatto che non possa bastare un elenco di firme di organizzazioni di sinistra per produrre un movimento sociale, un allargamento del campo coinvolgibile nelle proposte e negli obiettivi radicali avanzati e che occorre saper incidere anche nelle “terre di mezzo”, prodotte dalla confusione politica, ma non possiamo non essere preoccupati delle sue ambiguità nei confronti degli apparati burocratici sindacali o sociali presenti, che non sono soggetti neutri, ma parte responsabile delle difficoltà presenti. In questi giorni il PRC ha lanciato un vigoroso appello “Praticare l’opposizione, costruire l’alternativa. Il tempo è ora” largamente condivisibile nei suoi contenuti di lotta al governo e alle politiche capitaliste e nell’intento di coinvolgere vasti settori sociali in questa mobilitazione. Solo che un appello unitario per essere credibile deve essere costruito fin dall’inizio con meccanismi unitari; non può bastare l’appello del ”venite a noi” dando un proprio e preciso appuntamento senza il coinvolgimento preventivo di altre forze. Inoltre è abbastanza chiaro che Il PRC pensa soprattutto alle “terre di mezzo”, su cui spera di costruire una sua egemonia. Scelta certo comprensibile dal suo punto di vista, ma che per noi resta parziale e quindi inadeguata.

Pensiamo a 4 elementi unitari correlati tra loro.

Una sistematica azione locale e nazionale di costruzione delle resistenze sociali a partire dai contenuti (salariali, occupazionali, rivendicativi, ambientalisti, centralità dell’intervento pubblico in particolare sanità e scuola) largamente condivisi da tutte le forze della sinistra autentica.

L’indicazione che appena sarà possibile le forze della sinistra politica, sociale e sindacale costruiranno una forte manifestazione nazionale, in primis sul tema della sanità, ma più in generale su una proposta di politica alternativa dalle diverse varianti politiche borghesi. Un atto che riproponga la mobilitazione di massa, se saremo capaci di farla.

Ma non basta. Serve un atto politico, possibilmente anche un breve testo politico condiviso che affermi la volontà di un’azione unitaria, un quadro di alleanza, dentro un percorso politico comune. Serve un accordo politico tra le direzioni delle principali forze. Questo atto è del tutto necessario per rendere credibile che la sinistra sta lavorando per essere presente, in primo luogo sul terreno sociale, ma anche su quello politico, un atto di attivazione di nuove forze e di coinvolgimento di settori di movimento sociale senza i quali non si può costruire una forte opposizione al governo e alle politiche capitaliste. Ed è questa la forma unitaria che può permettere contemporaneamente di discutere con più tranquillità delle strategie a medio periodo, senza settarismi, appunto dentro un percorso.

A dire il vero nell’autunno del 2017, (senza arrivare all’esperienza positiva dei Social Forum di venti anni fa, assai lontana), con la formazione della prima versione di Potere al Popolo (composto da Rifondazione, PCI, Sinistra Anticapitalista, Je so’ pazzo e Rete dei comunisti) un accordo politico era stato fatto ed era sembrato si andasse nella giusta direzione. Quel progetto aveva non solo o tanto una dimensione elettorale, ma soprattutto un impegno politico e sociale, ma poi furono fatte scelte che andarono in altra direzione. Da parte nostra in tutti questi anni abbiamo cercato di riproporre in nuove forme il rilancio di un quadro di alleanza permanente, tra cui da ultimo, nella primavera scorsa, il coordinamento per il rilancio della sanità pubblica, a cui hanno aderito molte forze, ma senza un reale impegno proprio da parte di quelle più consistenti.

Per mettere in moto un percorso unitario resta indispensabile che le forze politiche principali a partire, tanto per non fare nomi, da Rifondazione e Potere al Popolo, escano dalla loro autocentratura colpevole, facciano la scelta pubblica di un quadro unitario definito, avanzino una proposta comune coinvolgente tutti fin dall’inizio; crediamo che tante altre forze vi aderiranno e che molte/i militanti sociali vi parteciperanno individualmente. Nella situazione attuale per incidere sulle “praterie”, più o meno grandi, prodotte dalle politiche liberiste, serve infatti non solo l’azione sociale indispensabile, ma anche un moto politico soggettivo. Altrimenti altri soggetti, non certo amici, vi pascoleranno. Va da se che Sinistra Anticapitalista non solo è pienamente disponibile, ma difende questa strada unitaria.