Polonia, la collera delle donne trascina la società

Polonia: la rivolta delle donne polacche dopo l’attacco contro i diritti riproduttivi /J.D. e Z.R.*/

Polonia: la rivolta delle donne polacche dopo l’attacco contro i diritti riproduttivi /J.D. e Z.R.*/

J.D. e  Z.R. sono militanti della sinistra radicale polacca. Lei e lui lavorano per delle istituzioni pubbliche del settore culturale. Per evitar loro il pericolo di un licenziamento in nome della proibizione “di manifestare pubblicamente le opinioni politiche”, abbiamo deciso di non divulgarne i nomi. (Tradotto dal polacco da JM, le note e i titoli sono della redazione)

Il Tribunale supremo polacco ha dichiarato incostituzionale l’aborto per malformazioni del feto. E questo si aggiunge ad una legge sull’interruzione volontaria della gravidanza fra le più restrittive d’Europa. Ma ciò ha provocato centinaia di manifestazioni di donne. Il movimento si è esteso ad altre rivendicazioni e richiede chiaramente le dimissioni del governo. La collera trascina nella sua scia l’insieme dei settori della società ostili al modello conservatore promosso dal PiS (il partito Diritto e Giustizia, la formazione clericale-conservatrice che governa in Polonia, N.d.T.).

“La faremo finita con l’inferno delle donne”

Giovedì 22 ottobre 2020, la Corte costituzionale polacca ha deciso che la legge sull’interruzione della gravidanza, in vigore dal 1993, era in parte incostituzionale. Sino a quel momento, la legge autorizzava l’aborto in tre casi: la minaccia per la salute e la vita di una donna incinta, il sospetto che la gravidanza fosse il risultato di un “atto proibito”, cioè di uno stupro o di un incesto e la constatazione di un danno irreparabile del feto. La Corte ha deciso che quest’ultimo caso era contrario alle disposizioni costituzionali sulla protezione della vita. Così, un’istituzione che teoricamente dovrebbe mantenere l’ordine giuridico ha ufficialmente aumentato la sofferenza delle donne. Tanto  quelle che sono coscienti di portare in seno un organismo morto o gravemente ed incurabilmente malato, sia quelle che vorrebbero avere dei bambini in futuro. Nel primo caso, si tratta dell’inimmaginabile tortura che rappresenta la nascita di un bambino di cui la madre sia cosciente della prossima morte.

Un regime degno dell’Inquisizione

Questo tipo di “eroismo” si iscrive nella visione di Jarosław Kaczyński, presidente del partito PiS al potere, che ha dichiarato che vale la pena far nascere un bambino morto solo per il fatto di poterlo battezzare e seppellire. Ciononostante, la natura barbarica di questa opinione non è nuova nella politica polacca. Il diritto delle donne a decidere sul loro corpo e sul loro futuro è stato per anni oggetto di una lotta accanita. Una lotta che la destra polacca, dipendente dall’appoggio della Chiesa cattolica, ha vinto in modo inequivocabile fino alla sentenza della Corte costituzionale.

L’espressione “nessuno si aspettava l’Inquisizione spagnola”, pronunciata nel celebre sketch del Flyng Circus dei Monthy Pyton, non è applicabile alla Polonia. Il fanatismo clericale costituisce il pane quotidiano e non dovrebbe sorprendere nessuno. Al contrario, la triple alleanza che ha permesso un attacco così vergognosa contro le donne polacche sì che può sorprendere. Se non ci fosse stata la pandemia e le relative limitazioni al funzionamento della sfera pubblica, il tribunale incaricato di eseguire gli ordini politici del PiS avrebbe probabilmente esitato a lungo prima di pronunciarsi sull’incostituzionalità del poco che restava dei diritti riproduttivi delle donne in Polonia. Dopotutto, i detentori del potere si ricordano bene dell’enorme shock del “lunedì nero” -uno sciopero di resistenza sociale contro i tentativi anti-aborto- che nel 2016 aveva rovesciato un secchio d’acqua gelida sulle teste calde degli ultraconservatori.

I casi di Covid-19 sono cresciuti rapidamente. Al momento della redazione di questo testo, la Polonia era all’ottavo posto del tristemente famoso ranking dei paesi con il tasso più alto di incidenza quotidiana dei contagi. I decessi aumentano in modo allarmante e la sanità è all’orlo del collasso. Tutti si chiedono se ci sono letti e respiratori sufficienti negli ospedali. Le ambulanze aspettano per ore in coda nei pronto soccorsi per ricoverare i pazienti. Si direbbe che, in queste condizioni, la società terrorizzata non dovrebbe avere né voglia né tempo di occuparsi di un nuovo attacco contro i diritti delle donne.

Ma le autorità si sono sbagliate. Malgrado la proibizione degli assembramenti di oltre cinque persone, la Polonia ha vissuto una delle più grandi ondate di mobilitazioni di piazza dalla restaurazione del capitalismo. Ancor più importante, queste si sono sviluppate non solo nei grandi centri urbani ma anche nelle piccole città e nei paesi. Anche in quei piccoli centri che, non molto tempo fa, si erano resi famosi nel mondo intero per le spaventose decisioni dei responsabili locali, che avevano adottato risoluzioni sulle “zone liberate dall’ideologia LGBT”. Non si sa esattamente che significhi l’istaurazione di tali “zone” ma queste decisioni delle autorità locali sono state un implacabile e sporco attacco contro delle persone che hanno identità diverse da quella eteronormativa, anche se non superano la sfera simbolica.

Alcune di queste comunità hanno ritirato subito le loro scandalose decisioni. Non è molto sorprendente, dato che tutte le registrazioni e le trascrizioni delle riunioni dei loro dirigenti hanno provato che coloro che avevano votato per le “zone” non erano neanche in grado di decifrare la sigla LGBT. Quando si è saputo che certi funzionari pubblici locali parlavano di “zone senza LPG”, i social sono stati sommersi dalle barzellette. L’acronimo LPG si riferisce al termine inglese “liquefied petroleum gas” (gas di petrolio liquido, GPL). E’ difficile pensare che questi solerti amministratori volessero proibire un carburante così diffuso in Polonia…

Una rivolta popolare..

Le piccole città, comprese quelle delle regioni considerate come bastioni del consenso del PiS, hanno reagito alla sentenza della Corte costituzionale in modo completamente differente a quello probabilmente immaginato dai politici che occupano le poltrone del potere a Varsavia. Invece di tacere, migliaia di persone si sono messe a scandire, senza il minimo disagio, nelle strade e nelle piazze, due slogan che non lasciano adito a dubbi: wypierdalać (che si potrebbe tradurre con “andate a farvi fottere”) e jebać PiS  (fottere il PiS, fuck PiS) – una terminologia piuttosto rozza.

Le prime proteste -popolari e spontanee- hanno avuto luogo dopo l’annuncio della decisione della Corte di Przyłębska[1]. Centinaia di persone sbalordite e terrorizzate dalla crudeltà del verdetto sono scese in piazza la sera di giovedì 22 ottobre. La folla si è agglomerata davanti al palazzo della Corte costituzionale, poi si è avviata verso la sede principale del PiS, in via Nowogrodzka a Varsavia. Sin dall’inizio, le proteste sono state fatte proprie da un movimento sociale di base – Ogólnopolski Strajk Kobiet (Sciopero nazionale delle donne)- che è nato nel 2016 sull’onda del “lunedì nero”. La mobilitazione sociale generalizzata, già allora senza precedenti, aveva portato il partito al potere a ritirare il sostegno al progetto di legge di proibizione totale dell’aborto discusso nella Dieta (la Camera bassa del Parlamento polacco)

Ogólnopolski Strajk Kobiet (OSK), un’organizzazione femminista -la cui militante più conosciuta è Marta Lempart[2]-, è diventata una forza chiave nell’organizzazione delle manifestazioni in tutto il paese: grazie ai contatti con le militanti e i militanti di base, centinaia di marce sono state organizzate nei giorni seguenti. In molte altre città e paesi le proteste sono esplose spontaneamente, soprattutto grazie agli sforzi di diversi gruppi informali. Venerdì 23 ottobre, migliaia di manifestanti si sono riunite davanti alla villa di Jaroslaw Kaczynski nel quartiere Żoliborz di Varsavia, la folla ha riempito la piazza della Libertà a Poznan e centinaia di ceri mortuari sono stati accesi davanti la sede locale del PiS a Lodz. Le prime proteste erano ancora relativamente calme -c’erano più donne spaventate che piangevano che non quelle che gridavano slogan “grossolani”.  Nonostante tutto, il giornalista di destra Rafał Ziemkiewicz le ha qualificate tutte di “volgari puttane” su Twitter e i mass media governativi hanno costantemente minimizzato il carattere di massa delle proteste, sottovalutando i numeri delle partecipanti e dei partecipanti. Ma la svolta è stata rappresentata dalle azioni diversive durante le messe della domenica nelle chiese.

… che non risparmia le chiese

Nel quadro della “liturgia della domenica”, le donne hanno interrotto le messe gridando slogan pro-aborto (“preghiamo per il diritto all’aborto”), applaudendo all’impazzata nelle cattedrali, distribuendo volantini e scrivendo slogan appropriati o il telefono dell’Abortion Dream Team -un’organizzazione sociale che favorisce gli aborti all’estero per le donne polacche. La sera, a Varsavia, delle manifestazioni si sono svolte davanti alle sede della Curia (l’organismo di gestione della Chiesa) e in tutto il paese le proteste davanti alle chiese sono diventate sempre più intense. Evidentemente, tutto ciò ha provocato l’indignazione dei nazionalisti e dei commentatori dei mass media a loro vicini, che hanno lanciato un fervente appello a “difendere i santuari”. Davanti alla chiesa della Santa Croce in via Nowy Świat a Varsavia, i manifestanti e le manifestanti si sono scontrati con la “Guardia nazionale” -una strana formazione paramilitare rapidamente strutturata, diretta da Robert Bąkiewicz, uno degli organizzatori della Marcia annuale dell’indipendenza. I “Difensori della Chiesa” nazionalista hanno aggredito una vecchia signora e buttato una ragazza dalle scale, che ha dovuto essere ricoverata in ospedale. L’aggressione si è svolta sotto l’occhio vigile della polizia, che non ha protetto le donne che protestavano per la violenza dei nazionalisti.

La nuova generazione in rivolta

Gli avvenimenti di Varsavia hanno però aumentato la combattività sociale. Immediatamente si sono sviluppate proteste spontanee ma con uno spirito ben diverso: blocchi stradali lunedì in centinaia di città polacche (decine di migliaia di persone in ciascuna di esse), scioperi delle donne mercoledì (nel corso dei quali le donne e gli uomini che li sostenevano si sono rifiutati di lavorare), marce enormi di universitarie e liceali in tutta la Polonia. A questo punto c’è stato un discorso di Jarosław Kaczyński che faceva appello a lottare contro le donne che non volevano sottomettersi. Il presidente del PiS è stato apertamente criticato per aver incitato la società alla guerra civile e il suo discorso, in realtà, ha gettato benzina sul fuoco ed ha contribuito a radicalizzare ancor più le parole d’ordine delle manifestanti. Durante la registrazione del messaggio, Kaczyński si è appuntato sul bavero della giacca il distintivo della Polonia combattente, utilizzato dagli insorti di Varsavia nel 1944. Cinque sopravvissuti di quella insurrezione hanno duramente criticato l’uso di quel simbolo, dichiarando al quotidiano Gazeta Wyborcza che Kaczyński non ne aveva nessun diritto e che un tale abuso è inaccettabile. I veterani dell’insurrezione hanno anche espresso il loro appoggio alle proteste, qualificandole di “giuste” e -nonostante la minaccia dell’epidemia- hanno partecipato attivamente ai cortei. La manifestazione più grande si è svolta venerdì 30 ottobre a Varsavia: circa 150.000 persone da tutto il paese hanno invaso le strade della capitale. Secondo la polizia -che per i giornalisti l’ha sottovalutata ampiamente- si tratta della più massiccia mobilitazione popolare di questi ultimi anni in Polonia: oltre un milione di persone sono scese in piazza in centinaia di città e paesi[3].

Fra le manifestanti e i manifestanti, il gruppo più numeroso è quello delle giovanissime e delle giovani -liceali, universitarie, così come le “giovani adulte”- persone di meno di 35 anni, che assumono così, coscientemente, le loro prime decisioni vitali. La partecipazione di questo gruppo d’età ha apportato il sarcasmo e l’ironia sugli striscioni e negli slogan. I più popolari – wypierdalać (il più volgare degli insulti polacchi, che intima all’avversario di allontanarsi immediatamente) e la critica mediatica alla “volgarità esagerata delle proteste, che non fa che nuocere alla causa”- hanno rapidamente portato a trasformazioni creative. Si poteva leggere sugli striscioni “vi invitiamo a sparire rapidamente”, “vi chiediamo di avere la cortesia di andare a farvi fottere” o “Per favore, andatevene”. Il contrasto fra l’uso di forme espressive neutre e quello delle emozioni molto più forti delle masse diventa comico.

“Chi vive in Polonia non ride in un circo”, “il governo non è una donna in cinta, può essere espulso”, “se i chierichetti restassero in cinta, l’aborto sarebbe un sacramento” e “quando lo Stato non mi protegge, io proteggo mia sorella” sono solo alcuni degli slogan più scanditi. Molto di questi hanno trasferito l’umore preso dai meme di internet e dai programmi di intrattenimento popolare direttamente sugli striscioni e sulle bandiere: “Oggi faremo uno stufato di anatra”[4], “il PiS fa il tè con l’acqua dei ravioli”, “si ha paura di scopare” e “non rimane altro che l’anale (il rapporto)”, sono apparsi simultaneamente in molte città e paesi. Una breve registrazione realizzata durante la manifestazione studentesca di Varsavia, che mostra un gruppo di giovani ballando al suono del successo disco di Eric Prydz “Call on me” creato nel 2004, è diventata la più popolare. Invece del ritornello della versione originale, la folla grida “fuck PiS”, il secondo slogan più importante delle manifestazioni antigovernative dopo il Wypierdalać già menzionato. La registrazione è rapidamente diventata virale e la canzone “Fuck PiS” di Cypis[5], basata sul video, è stata diffusa dagli altoparlanti nelle seguenti manifestazioni (mentre scriviamo questo testo, è stata già vista su Youtube più di 4,7 milioni di volte).

Paesi e città in agitazione

Il carattere fenomenale delle mobilitazioni dopo l’annuncio della sentenza del Tribunale di Julia Przyłębska[6], risiede nella loro generalizzazione senza precedenti. Le “passeggiate” si svolgono simultaneamente in migliaia di città in tutto il paese, in particolare nelle piccole città di poche migliaia di abitanti. In certe città, le manifestazioni di ottobre sono state le prime della storia. A Sztum, Trzebiatow, Sanok, Pruszkow o Myślibórz, persone che non avevano mai partecipato ad azioni di questo tipo sono scese in piazza. Sui mass media si sente dire che si tratterebbe di uno strappo nella riflessione sulla resistenza sociale in Polonia ed anche il primo passo verso una vera separazione fra la Chiesa e lo Stato, che fino ad ora è stata solo una pia illusione.

Il comportamento di alcune giovani di Szczecinek, una cittadina di 40.000 abitanti, ha avuto un impatto enorme: il 25 ottobre, si sono azzuffate con un prete che cercava di parlare con le scioperanti. L’hanno circondato gridando “facci vedere il tuo utero”, “torna nella tua chiesa” e infine “vai a farti fottere”. Queste adolescenti hanno avuto l’appoggio delle persone che manifestavano nella regione e i media locali hanno pubblicato dei video sulle loro azioni. La catena televisiva d’estrema destra e filogovernativa TVP ha presentato il comportamento delle giovani come un insulto scandaloso e volgare verso un sant’uomo. Risulta però che il “sant’uomo” non era poi così santo. Era stato precedentemente sospeso dalle sue funzioni di sacerdote e durante le manifestazioni faceva gestacci ai lavoratori che appoggiavano i manifestanti.

Contro i patriarchi

Una nuova parola, che ha fatto una folgorante e rapidissima carriera, è apparsa nei discorsi pubblici: dziaders (che si potrebbe tradurre con “patriarchi”, ma è più volgare). Gli striscioni annunciano il “crepuscolo dei patriarchi”, cioè l’imminenza dalla caduta del patriarcato. Il dziaders, protettore dell’ordine sociale conservatore polacco, è una figura estremamente comune in Polonia: si può trattare di uno zio in una festa famigliare, di un professore universitario che durante il corso ripete che le donne non dovrebbero studiare o uno dei ministri dell’attuale governo del PiS (dove non c’è che una sola donna, ministro della famiglia e delle politiche sociali). Le donne polacche, stanche di essere state marginalizzate per anni dalla vita pubblica e di vedersi imporre l’ethos del sacrificio per la famiglia, hanno diretto la loro protesta contro gli uomini al potere -sia il potere laico che quello ecclesiastico- che le trattano in modo irrispettoso, condiscendente e alla stregua di oggetti, imponendo loro le proprie opinioni in nome della “difesa dei valori e delle tradizioni”. Lo squillante “andate a farvi fottere” gridato dalle ragazze quindicenni di Szczecinek può rovesciare il patriarcato in Polonia, che è stato perfettamente preservato da tutte le opzioni politiche nel corso degli ultimi decenni.

Sotto il regime del PiS, la Corte costituzionale ha perso i residui della sua indipendenza politica -già dubbia, peraltro. E’ composta da persone delegate a questa funzione dai dirigenti del partito al potere. Si tratta, fra le altre, di Krystyna Pawłowicz, conosciuta per la sua propensione a insultare pesantemente gli oppositori politici, o del vecchio procuratore comunista Stanislaw Piotrowicz, membro obbediente del Partito operaio unificato polacco, autore di severe condanne di militanti del sindacato Solidarnosc e poi perfettamente riciclato nei criteri della democrazia liberale, trasformando il suo marxismo-leninismo versione stalinista in un ardente cattolicesimo. Piotrowicz si è reso celebre nel 2001 per la difesa di un prete accusato di pedofilia. Dopo l’ascesa al potere del PiS nel 2015, ha avuto un ruolo importante nello smantellamento della Corte costituzionale, finendo col diventarne membro. Gli hanno concesso il posto per consolarlo, perché nelle elezioni legislative del 2019 non è riuscito a rinnovare il suo mandato di deputato. La presidente della Corte, Julia Przyłębska, è una magistrata criticata nella comunità giuridica per -e lo dicono più delicatamente possibile- la sua mancanza di rispetto delle norme giuridiche.

Per la legalità dell’aborto

L’accesso all’aborto legale è oggetto di vivaci controversie in Polonia da molti anni. Dopo la Seconda guerra mondiale, la regolamentazione dell’interruzione della gravidanza venne modificata a più riprese ma l’ammissibilità dell’aborto, introdotta nel 1956, a causa delle condizioni di vita difficili di una donna, offriva ampie possibilità di interpretazione. In pratica, ciò significava l’esistenza di un percorso relativamente facile per subire un’interruzione della gravidanza in una dipendenza della sanità pubblica. Ciononostante, la disponibilità tecnica e giuridica dell’aborto contrastava con un forte tabù nella società e l’importante stigma morale che pesava sulle donne che avevano delle gravidanze non desiderate. Il discorso sulla “protezione della vita” contro quello che i partitari dell’attuale governo chiamano “aborto eugenico”, ha trionfato nel 1993, quando è stata adottata la legge sulla pianificazione famigliare. Legge che è stata approvata qualche mese prima del concordato fra il Vaticano e la Repubblica polacca.

Durante l’ondata di trasformazioni sociali ed economiche avvenuta dopo il 1989, il fondamentalismo cattolico ha acquisito importanza e si è installato nella corrente politica dominante. La Chiesa ha cessato così di servire da centro d’appoggio aperto ad un grande ventaglio di circoli oppositori che lottavano contro il regime autoritario della Repubblica popolare -non solo quelli che facevano riferimento al Cristianesimo. La sua influenza politica durante gli anni novanta ha alimentato discorsi radicalmente conservatori, che hanno trovato un’eco sia presso le classi popolari che in seno ad un partito della classe media polacca in formazione nel nuovo contesto capitalista. E dopo il 1989 poche organizzazioni politiche veramente significative hanno cercato di proporre rivendicazioni anticlericali.

Il fatto di ritirare alle donne l’accesso all’aborto legale è stato battezzato “accordo sull’aborto”. Se non fosse per l’immensità della sofferenza a cui la legge del 1993 ha condannato migliaia di donne, l’uso del termine “accordo” si potrebbe considerare come un esempio di humor nero. Questo accordo è stato fatto sulla testa delle donne polacche, fra la gerarchia della Chiesa e la destra politica, con un’opposizione scarsamente energica da parte dei principali gruppi della sinistra e del centro. Anche se in Parlamento questi gruppi avevano votato contro la legge anti-aborto, negli anni seguenti si sono allontanati dal problema del diritto all’interruzione della gravidanza, sforzandosi di stabilire delle relazioni favorevoli con la Chiesa. L’appoggio all’”accordo” è diventato una scusa per smettere di interessarsi del problema. L’aborto clandestino è diventato il più grande beneficiario di questo stato di cose.

In seguito a decisioni politiche, la Polonia è diventata dopo gli anni novanta una fonte di mano d’opera a buon mercato per tutta l’Europa. I bassi salari, soprattutto fuori dalle grandi città, fanno sì che poche donne che stanno pensando di  abortire si possano permettere rivolgersi ad una clinica in Austria o in Germania, o anche in Slovacchia, dove pure i prezzi sono più bassi. Alcune di loro, alle prese non solo con privazioni materiali ma anche con una mancanza di sostegno famigliare, decidono disperatamente di ricorrere ai servizi di enti più o meno professionali che offrono dei trattamenti in Polonia. La Federazione delle donne e del planning famigliare ritiene che oltre 100.000 aborti illegali vengano realizzati ogni anno. Il numero degli aborti ufficiali è di 1.100, dei  quali circa 1.000 -nel 2018- sono stati realizzati a causa di “danni irreparabili del feto”. La decisione della Corte costituzionale ha spostato de facto l’aborto in Polonia dalle cliniche pubbliche ai garages dei ginecologi.

Contro i fondamentalisti cattolici

Quando, nell’ottobre del 2020, l’opposizione all’inasprimento della legge anti-aborto ha cominciato a manifestarsi davanti e talvolta dentro le chiese cattoliche, è apparso evidente che le autorità della Chiesa non potevano arroccarsi in una posizione di confortevole neutralità. La corresponsabilità del clero nella creazione delle condizioni che hanno permesso alle aspirazioni dei fanatici pro-vita di diventare realtà, è ampiamente accettata. Un organismo ha svolto un ruolo enorme nello sviluppo dell’idea di protezione dei “bambini nella fase prenatale della vita” (sic): l’associazione dei fondamentalisti cattolici Ordo luris, un esercito di abili avvocati ben pagati da fanatici sudamericani. Ordo luris è attualmente la più grande minaccia per i diritti umani in Polonia. I suoi membri cercano attivamente di trasporre la loro visione del mondo fanatico nel diritto polacco. E come si può notare, efficacemente.

Dal lato destro della barricata dei social network o da quello dei giornalisti intellettualmente miserabili ma evidentemente molto eccitati dalla loro stessa arroganza, si spargono violenti insulti contro le donne, contro la comunità LGBT, contro i politici dell’opposizione e contro praticamente tutti coloro che rischiano di opporsi all’apparato pro-governativo. Tra questi rumorosi narcisisti, Rafał Ziemkiewicz, già citato prima, si distingue per la sua particolare rudezza,  che lui ed altri come lui definiscono come “insubordinazione”. Gli attacchi velenosi contro le donne che lottano per i propri diritti possono essere conditi con un pizzico di teoria complottista, per esempio con l’argomento pseudo-scientifico sulla nocività di qualsiasi tipo di contraccezione, eccetto il metodo “del calendario” (chiamato da altri la “roulette del Vaticano”) o le sporche manipolazioni sulle cause che spingono le donne polacche all’aborto. I partitari del “diritto alla vita” (degli embrioni) illustrano i motivi “eugenici” noti. In particolare, la faccenda delle persone affette dalla sindrome di Down. Cercano di convincerci che le decisioni di interrompere una gravidanza sono basate principalmente sulle convinzioni estremamente egoiste delle madri, perturbate dall’influenza culturale “dell’Occidente corrotto”: queste donne crudeli semplicemente non hanno pietà dei loro figli handicappati e negano il valore delle loro vite. Queste opinioni sconcertanti non sono solamente propagate dai fanatici religiosi che distribuiscono davanti alle chiese scritti che avvertono delle “cospirazioni comuniste-giudeo-massoniche” o dell’”ideologia LGBT”. Fanno anche parte della politica e dei contenuti propagati dalla televisione pubblica, finanziata con le nostre tasse.

Nell’interpretazione di destra della cultura polacca, i bambini costituiscono il valore più elevato -tuttavia, questo si applica solo ai bambini “non nati” (feti) e ai giovani che non hanno ancora una propria visione del mondo. Nei discorsi della destra polacca conservatrice che si radicalizza, un’adolescente che si batte per il diritto alla propria dignità, non può essere che viziata o manipolata. Ma questi appelli all’ordine, patriarcali e condiscendenti, di uomini politici onniscienti e di altri difensori dei “valori tradizionali polacchi”, perdono la loro influenza di fronte alle convergenze delle opposizioni sociali in corso oggi. Anche se la dinamica delle manifestazioni di piazza sia in calo -non ci si può aspettare che ondate simili a quella di fine ottobre si mantengano indefinitamente- l’avvicinamento di numerosi gruppi sociali nell’atto di resistenza alle autorità rimane un fatto. Anche se può sembrare totalmente incredibile, nel momento più acuto della pandemia di Covid-19, siamo in presenza di una situazione della quale si può dire senza esagerare che, se non ha delle caratteristiche rivoluzionarie, ci va molto vicino.

Dopo la bella sorpresa

L’ampiezza di questa mobilitazione è ancor più sorprendente se si pensa che da molti anni la società polacca sembra essere stata pacificata, almeno nel senso dell’articolazione di lotte di classe di una certa importanza. La specificità dello sviluppo del capitalismo neoliberista in Polonia va ben aldilà del tema di questo articolo ma è interessante notare che le stesse masse che protestano così vigorosamente oggi sono apparse sino a poco tempo fa come eccezionalmente passive e spoliticizzate, anche in relazione ad altri paesi del vecchio blocco dell’Est.

Evidentemente, bisogna evitare l’euforia. Tra l’altro, perché le proteste in corso sono già una fonte di frizione vivace fra i diversi settori uniti dal rifiuto della sentenza della Corte costituzionale. A causa dell’inesistenza di un movimento operaio di massa organizzato (all’infuori dei sindacati indeboliti, che esitano a prendere una posizione chiara sull’aborto o altri che cooperano apertamente con l’estrema destra, o addirittura coi neofascisti, come Solidarnosc, che calpesta vergognosamente la sua eredità storica), la sinistra non è molto visibile. Da un lato, bisogna sottolineare la grande determinazione e i meriti dei deputati di Lewica[7] e dei militanti delle innumerevoli organizzazioni sociali e politiche che hanno partecipato alle manifestazioni. Ma, d’altra parte, la creazione di un organismo chiamato Consiglio consultivo per lo Sciopero nazionale delle donne ha suscitato grandi controversie.

Secondo le sue fautrici, questo Consiglio dovrebbe avere un ruolo strettamente consultivo, al servizio dei movimenti di massa. Ciononostante, è composto soprattutto da persone associate all’ambiente delle ONG di Varsavia, alle istituzioni universitarie ed alle organizzazioni politiche. Fra queste si contano anche un vecchio ministro screditato durante il governo del PO[8]. Questo consiglio non è stato eletto con un procedimento democratico ma per iniziativa delle dirigenti dell’OSK e delle loro associate. Il Consiglio dichiara che, oltre la questione dei diritti riproduttivi, analizzerà i problemi sollevati dalle e dai manifestanti in materia di diritti dei lavoratori, di politiche sociali, del sistema educativo o dell’ecologia. Non sono chiari quelli che saranno il lavoro e l’obiettivo di questo organismo. Però è chiaro che al suo interno c’è gente che ha punti di vista estremamente diversi sui problemi fondamentali come i “contratti spazzatura”[9]. Esiste quindi il rischio che un consiglio eletto in modo non democratico e i cui obiettivi non sono chiari si divida ancora prima di far conoscere i risultati del suo lavoro.

Non è però una buona ragione per farsi prendere dal fatalismo. Questo Consiglio potrebbe avere un ruolo importante, per esempio coordinando la difesa delle militanti che le autorità cominciano già a reprimere. In teoria, le e i militanti dei diritti delle donne nelle cittadine sono più facili da raggiungere, dato che non posseggono una grande base sociale o mediatica. Vengono minacciate con pene che arrivano fino agli otto anni di carcere, con licenziamenti o con diverse forme di ostracismo. Ma sono anche persone forti che, in queste circostanze eccezionali, possono contare sulla solidarietà di un movimento senza precedenti in tutta la Polonia. Ci sembra che uno degli slogan più importanti della rivoluzione polacca rampante –“Non sarai mai più sola”- questa volta trovi la sua conferma nella realtà.

Varsavia, 8 novembre 2020


[1]  Julia Przyłębska, nata il 16 novembre 1959, giurista e diplomatica, è stata eletta membro della Corte costituzionale nel dicembre 2015 dai deputati del PiS nella Dieta. Nel dicembre 2016 il presidente della Repubblica Andrzej Duda (PiS), l’ha nominata presidente della Corte costituzionale. Secondo molti giuristi, fra cui il vecchio presidente della Corte, la sua nomina è stata realizzata violando la legge.

[2] Marta Lempart, giurista di formazione, è una delle fondatrici polacche di Ogólnopolski Strajk Kobiet (Sciopero nazionale delle donne, OSK), che esige il diritto all’aborto libero. E’ stata una delle organizzatrici della “protesta nera” -una mobilitazione di donne contro il tentativo di approvare una legge che proibiva totalmente l’aborto in Polonia, nel settembre-ottobre 2016 -detta il “Lunedì nero” (3 ottobre 2016)- primo sciopero delle donne in Polonia, il quale aveva convocato. Questa mobilitazione ha obbligato il governo del PiS a ritirare il progetto di legge. Ha anche preso parte all’organizzazione dei movimenti in difesa dell’indipendenza della giustizia, contro la pedofilia degli ecclesiastici in Polonia, in difesa degli LGBT+ e delle persone handicappate. Ha reso pubblica la sua omosessualità.

[3]  Nel 2020 la popolazione della Polonia è di circa 38 milioni di abitanti.

[4]  Tradotto letteralmente, il cognome del presidente del PiS si riferisce all’anatra (kaczka in polacco).

[5]  Vedi : https://www.youtube.com/watch?v=FQq6Mwv_jpw

[6] Questa Corte costituzionale, che il governo del PiS ha ristrutturato profondamente nel 2015 -ristrutturazione messa in discussione dall’Unione europea- non ha più molto a che vedere con una giustizia indipendente, anche solo formalmente. E’ illegittima come il suo presidente: da qui procede il nomignolo ampiamente diffuso di “Tribunale della Przyłębska”.

[7]  Lewica (la Sinistra) è il nome dell’alleanza politica costituita dal SLD (Alleanza della sinistra democratica, che affonda le sue radici nel Partito operaio unificato polacco, al potere dal 1944 al 1989), Wiosna (la Primavera, un partito di centro-sinistra fondato da Robert Biedron, militante LGBT e giornalista, nel 2019), Lewica Razem (Sinistra insieme, un partito a sinistra del SLD, fondato nel 2015), il PPS (Partito socialista polacco, che rivendica la tradizione socialdemocratica) e molte altre piccole organizzazioni politiche, fra cui le iniziative femministe, qualche sindacato contadino e un sindacato studentesco. Lewica è arrivata in terza posizione durante le elezioni dell’ottobre 2019, ottenendo 49 deputati e deputate (24 SLD, 19 Wiosnae 6 Lewic Razem) e anche due senatori (1 Wiosna e uno PPS).

[8] Platforma obywatelska (Piattaforma civica) è il principale partito neoliberista conservatore polacco, fondato nel 2001 a partire da settori usciti dall’Alleanza elettorale Solidarietà (AWS, che è anche all’origine del PiS) e dall’Unione per la libertà (UW, che aveva le sue radici nelle correnti liberali dell’opposizione polacca e del sindacato Solidarnosc). PO ha diretto il governo polacco dal novembre 2007 al novembre 2015 e il presidente della Repubblica fra il 2010 e il 2015, B. Komorowski, era uscito dalle sue fila. Alle elezioni del 2019, l’alleanza elettorale costituita da PO -con il piccolo partito della sinistra Inicjatywa Polska (iPL, Iniziativa polacca), il partito liberale Nowoczesna (Moderno) ed il piccolo Partito Verde- ha ottenuto 134 deputati (111 PO, 8 Nowoczesna, 4 iPL, 1 Verdi) e 40 senatori (tutti PO). PO è membro del Partito Popolare europeo, presieduto attualmente dal vecchio Primo Ministro Donald Tusk.

[9]  I “contratti spazzatura” non sono dei veri contratti di lavoro, sono dei contratti commerciali che permettono di ingaggiare del personale per svolgere dei compiti concreti. I lavoratori così ingaggiati non hanno un orario di lavoro definito né la previdenza sociale. La cifra di coloro che vivono solo di questi “contratti spazzatura” è aumentata col governo del PiS, raggiungendo alla fine del 2019 1.200.000 di lavoratori e lavoratrici.