La minaccia di una guerra fra Turchia e Grecia nel Mediterraneo orientale?

di Antonis Ntavanelos e Panos Petrou

Una guerra devastante fra la Turchia e la Grecia nel Mediterraneo orientale non è lo sbocco più probabile del conflitto nella regione ma è uno scenario le cui prospettive sono state recentemente evocate.

Nelle acque meridionali dell’arcipelago greco del Dodecanneso (arcipelago che conta 160 isole, perlopiù disabitate), al sud di Creta e intorno a Cipro, si affrontano costantemente le marine militari dei due Stati. Nel frattempo, potenti navi da guerra americane e francesi solcano permanentemente le stesse acque. E “iniziative” diplomatiche e geopolitiche sono all’ordine del giorno quotidianamente.

Le forze armate della Grecia e della Turchia sono in stato d’allarme e le esercitazioni militari con fuoco reale sono diventate assai frequenti. Nei mass media dei due paesi, sono quotidiane le sfilate di ufficiali veterani e di “intellettuali” nazionalisti che cercano di orientare l’opinione pubblica di entrambe le sponde dell’Egeo verso la prospettiva paranoica di una guerra totale.

In questa situazione, la possibilità di un “incidente” a caldo (cioè di uno scontro militare breve e limitato) costituisce ormai una minaccia immediata -sia come “incidente” sia come “escalation” volontaria da una parte e dall’altra. E la cosa peggiore è la proliferazione delle voci che in Grecia sostengono che, in caso di un incidente, bisognerebbe evitare una politica di contenimento e optare per una grintosa generalizzazione della guerra “fino alla vittoria”.

L’alleanza internazionale che durante la guerra fredda era conosciuta col nome di “campo occidentale”, si è schierata con la Grecia. Nelle sue fila, l’idea di uno scontro diretto con la Turchia non è unanime ma non c’è dubbio che queste forze sostengono le posizioni di fondo dello Stato greco nella sua lotta con la Turchia.

Gli Stati Uniti, sotto la direzione di Donald Trump, hanno firmato un accordo per il potenziamento strategico della cooperazione militare con la Grecia. Quest’accordo prevede la modernizzazione della base militare americana di Souda (Creta) e la creazione di nuove basi militari della NATO e degli USA nella Grecia continentale. Secondo il Dipartimento di Stato, gli Stati Uniti considerano lo Stato greco come un pilastro strategico del “muro di contenimento” contro la Russia e la Cina nel Mediterraneo orientale. L’ambasciatore americano ad Atene, l’esperto ed “iperattivo” Geoffrey Pyatt, ha anche lui ribadito a più riprese la stessa idea in dichiarazioni pubbliche.

E’ impressionante riscontrare come la firma di questo accordo e la coincidenza generale con le politiche statunitensi erano già state orchestrate dal governo di Alexis Tsipras, in totale accordo col partito di destra Nuova Democrazia.

L’Unione Europea intensifica le pressioni sulla Turchia avvertendo Erdogan che nelle prossime riunioni di vertice del Consiglio europeo -il 24 e il 25 settembre- si potrebbe decidere in merito a sanzioni economiche e diplomatiche piuttosto serie nei confronti della Turchia.

I tedeschi -che si faranno carico della presidenza della UE il prossimo semestre ma che posseggono anche importanti investimenti ed attività industriali in Turchia- sviluppano un orientamento del tipo “del bastone e della carota” per quanto riguarda la posizione della UE nei confronti di Erdogan. Ad Atene, questa posizione viene presentata come “esitante” nei confronti di uno scontro ormai necessario. Tuttavia, una settimana dopo, alcune voci semiufficiali lascerebbero intendere che un negoziato fra Mitsotakis (il primo ministro greco, N.d.T.) e Erdogan è nell’aria. E questo si dovrebbe chiarire nei prossimi giorni.

Dall’altra parte, la Francia di Macron sembra aver attraversato il Rubicone, cosa che sta provocando un delirio eccitato sui mass media greci. La Francia ha ottenuto una base navale permanente a Cipro, la portaerei “Charles de Gaulle” (nave ammiraglia della marina francese) “pattuglia” nella zona nei momenti più critici. Macron ha approvato un programma massiccio di armamenti per lo Stato greco, che comprende la consegna di navi da guerra di punta (le fregate Belharra) e di caccia Rafale.

Le forze euro-atlantiche affermano che con questa politica difendono la pace nel Mediterraneo orientale.

Dopo la recente conferenza dei “7 del Mediterraneo” (Francia, Spagna-Pedro Sanchez, Italia-Giuseppe Conte, Portogallo-Antonio Costa, Malta-Robert Abela, Cipro-Nikos Anastasiades e Grecia-Kyriakos Mitsotakis) ad Ajaccio il 10 settembre, Macron ha fatto appello all’idea di una “Pax Mediterranea”, che è stata accolta dalle acclamazioni del primo ministro greco Mitsotakis e da una furiosa collera da parte di Ankara.

La “Pax” di Macron non ha molto a che vedere con la libertà, l’eguaglianza e la fraternità. L’indomani della pomposa “Dichiarazione” di Ajaccio, l’accampamento di Moria a Lesbo si è incendiato e le migliaia di rifugiati e rifugiate che lì erano detenuti -esposti all’abiezione razzista e alla minaccia del coronavirus- vengono mantenuti in una situazione disastrosa e il governo cerca di imporre con la forza la ricostruzione di un campo che non avrà altro scopo che la detenzione. Nessuno è autorizzato a scordare che la miseria che affligge i rifugiati ha le sue radici nell’accordo razzista firmato fra l’Unione Europea, la Turchia e la Grecia.

Questa “Pax” ha solo un labile rapporto con la democrazia, anche se i governi rappresentati ad Ajaccio possono reclamare un mandato democratico legato a delle elezioni. L’attuale “programma” della Pax Mediterranea di Macron viene portato avanti sul campo da un’alleanza differente, quella dell’”asse” che, con la Grecia e Cipro, comprende lo Stato di Israele ed il regime dittatoriale del generale Sissi in Egitto. Dopo le ultime mosse diplomatiche di Israele (accordo fra Israele e gli Emirati arabi e il Bahrein), è possibile che questo “asse” si ingrandisca incorporandovi alcune delle monarchie più reazionarie del mondo arabo.

Kyriakos Mitsotakis, primo ministro greco, e Charles Michel, presidente del Consiglio europeo: i “negoziati” potrebbero iniziare quando “la Turchia metta fine alle provocazioni” (15 settembre).

Insomma, la “Pax” di Macron non è poi così “mediterranea”. Oltre all’evidente allineamento militare e diplomatico con gli Stati Uniti, esiste anche un aspetto finanziario. L’impresa petrolifera francese Total e l’italiana Eni, che si sono affrettate ad impegnarsi nei progetti di estrazione di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, agiscono sotto il “coordinamento” (cioè la supervisione) dell’americana Noble Energy, che forma parte del gigante multinazionale Chevron. Questa è la realtà che si nasconde dietro la demagogia a buon mercato della “pace nel Mediterraneo”.

La rottura

Negli anni settanta, i rapporti fra la Grecia e la Turchia erano arrivati al limite dello scontro militare dopo il colpo di Stato militare (1974) orchestrato dai greci a Cipro e l’invasione militare turca che ne era seguita e che aveva condotto alla spartizione dell’isola in aree di influenza.

La caduta della giunta militare in Grecia (alla fine del 1974), il timore dei dirigenti borghesi rispetto alle conseguenze devastanti di una guerra totale e le pressioni esercitate dall’Europa e dagli Stati Uniti per preservare l’unità dell’”ala sud-est” della NATO avevano allontanato, all’epoca, questa prospettiva. Le classi dirigenti delle due sponde dell’Egeo erano state obbligate al contenimento in un contesto di “coesistenza competitiva”, in cui i due sub-imperialismi si disputavano l’egemonia regionale limitando le loro ambizioni in funzione del contesto più ampio.

I recenti sviluppi sono il risultato di due fattori.

Il primo è che c’è stata, sotto la direzione di Erdogan, una rottura nelle relazioni della Turchia con lo Stato di Israele, poi con gli Stati Uniti ed il “campo occidentale” in generale. Dopo il fallimento del tentativo di colpo di Stato nel 2016, questa rottura è diventata più evidente ed ha prodotto già risultati politici e diplomatici. Sarebbe comunque sbagliato considerare questa evoluzione come un fatto definitivo. La Turchia è un grande paese, occupa una posizione geografica cruciale e rimane importante per la NATO e i “cambiamenti” repentini del suo orientamento geopolitico non sono rari al largo della sua storia.

Il secondo fattore che aiuta a comprendere l’attuale crisi è la scoperta di riserve petrolifere nei fondali del Mediterraneo orientale -innanzitutto nelle acque israeliane ed egiziane, poi al largo di Cipro ed ultimamente al sud di Creta. Il potenziale di sfruttamento di queste riserve (un potenziale che non è sempre chiaro, nella maggioranza dei casi) ha fatto apparire la questione delle zone economiche di esclusività (ZEE), cioè problemi inerenti ai diritti di sovranità in queste acque che, sino ad oggi, erano trattate alla stregua di acque internazionali.

La combinazione di questi due fattori ha dato vita all’”asse” militare/economico/diplomatico Israele-Cipro-Grecia-Egitto. Il progetto dell’oleodotto Eastern Mediterranean (East Med) porta ad una delimitazione delle ZEE nel Mediterraneo orientale che divide il mare esclusivamente fra gli Stati membri dell’”asse”. Questi ultimi hanno ceduto rapidamente i diritti di ricerca, di estrazione e di sfruttamento commerciale del petrolio ad un poderoso consorzio di transnazionali americane ed europee del settore dei combustibili fossili. Per questo progetto, è cruciale salvaguardare la continuità geografica fra le ZEE di Israele, Cipro e della Grecia, affinché l’installazione dell’oleodotto EastMed di 1900 chilometri si possa realizzare. Per farlo, la Turchia dev’essere marginalizzata nel Mediterraneo orientale e i diritti di altri paesi come la Palestina, il Libano e la Siria devono essere seriamente ridimensionati.

Abbiamo espresso a più riprese quanto sia dubbioso che un piano di questo tipo possa concretizzarsi in modo pacifico.

La sinistra radicale internazionale è cosciente della natura reazionaria ed antidemocratica del regime di Erdogan. Conosce perfettamente i suoi attacchi contro i lavoratori e le lavoratrici, i militanti kurdi, i movimenti sociali e i militanti di sinistra. La repulsione nei confronti di questa situazione è giustificata e corretta. Ma sarebbe sbagliato trattare il popolo turco come un’entità unica ed impotente, incapace di pensare e di agire per sé stessa. Per esempio, alcuni sondaggi in Turchia dimostrano che una gran parte della popolazione era in disaccordo con il proposito di Erdogan di trasformare l’ex basilica di Santa Sofia in moschea.

Ma per quelli di noi che vivono nei paesi vicini, i compiti sono più complessi. Dobbiamo affrontare “il nemico in casa” e siamo costretti a lottare contro il nostro proprio e pericoloso nazionalismo.

Sono numerosi coloro che non aderiscono alla frenesia bellicista e che sperano che uno scontro militare sia alla fine evitato grazie al diritto internazionale ed alle istituzioni competenti. Fino ad ora, però, questa è stata un’illusione.

La Turchia non ha firmato molti accordi internazionali che regolino il diritto marittimo. Ma oggi, constatando il rapporto di forza negativo che esiste nei suoi confronti e calcolando che le esigenze massimaliste della Grecia non possono mantenersi, sta promuovendo una serie di iniziative da presentare al Tribunale Internazionale dell’Aia. Con queste, esige delle decisioni per tutto l’insieme dei conflitti fra la Grecia e la Turchia.

Al contrario, la Grecia afferma che le sue richieste sono fondate e giustificate dal diritto internazionale. Ma rifiuta di partecipare a qualsiasi tipo di procedimento giuridico internazionale che possa decidere su questioni che lo Stato greco ha già “risolto” con azioni unilaterali (militarizzazione delle isole dell’Egeo orientale, estensione della sua sovranità sulle isole e scogli contestati, estensione del suo spazio aereo a 10 miglia, oltre il margine delle sue acque territoriali, che si estendono per 6 miglia). Allo stesso tempo, una parte della burocrazia statale, consapevole che le rivendicazioni greche sulle ZEE sono massimaliste, resiste alle prospettive di ricorso al Tribunale Internazionale, avvertendo che in un procedimento giuridico di questo tipo il risultato potrebbe essere un compromesso “lesivo degli interessi della nazione”.

Ciò significa che lo scontro prosegue con il metodo del “fatto compiuto”, che consiste nell’imporre unilateralmente i fatti sul campo. Come abbiamo visto quest’estate, questo metodo implica la minaccia di un “incidente” a caldo, che può diventare difficile da controllare e condurre ad una guerra.

La storia

E’ tragico ed allo stesso tempo ironico che tutto ciò accada cento anni dopo l’ultima guerra greco-turca del 1918-1922, per la quale i due paesi hanno pagato un pesante tributo.

Alla fine della Prima guerra mondiale, le grandi potenze dell’epoca spingevano per la frammentazione dell’Impero ottomano, incoraggiando così il leader greco Eleftherios Venizelos ad invadere l’Asia minore. L’esercito greco penetrò in Anatolia, occupò delle zone nell’entroterra e raggiunse la periferia della capitale turca, Ankara.

Ma quando gli inglesi, i francesi e gli italiani ottennero le annessioni che volevano, tornarono a normalizzare le loro relazioni con il nuovo regime turco di Kemal Ataturk, abbandonando i vecchi alleati. L’esercito greco crollò immediatamente. Dopo il contrattacco turco, un milione e mezzo di abitanti greci dell’Asia minore furono costretti ad abbandonare le loro case e installarsi come rifugiati in Grecia. La loro tragica esperienza, a causa dell’avventurismo dell’esercito greco, condusse alla loro radicalizzazione: i rifugiati hanno costituito la spina dorsale del movimento operaio e della sinistra comunista negli anni trenta e quaranta.

Ma la storia fornisce anche un altro istruttivo esempio. Nel 1930, intuendo che stava per giungere una crisi finanziaria, Venizelos e Ataturk firmarono un trattato di pace e di partenariato che prevedeva il riconoscimento mutuo delle frontiere esistenti e la riduzione delle spese militari. L’iniziale modernizzazione capitalista nei due paesi venne quindi fondata su una politica di pace e di cooperazione. Nel 1934, il bellicista Venizelos propose addiritura Ataturk come premio Nobel per la pace…

Oggi, i due paesi affrontano una grave crisi economica e sociale. In mezzo a una crisi come questa, la politica armamentistica è assurda. Uno scontro militare sarebbe devastante per entrambi i popoli e, ciononostante, rimane possibile.

Prendere partito contro la guerra, difendere la pace come un bene supremo per le masse popolari, rifiutare unilateralmente gli armamenti, rompere con le alleanze imperialiste, sono punti irrinunciabili del programma di qualsiasi politica emancipatrice. Nell’attuale situazione di crisi climatica, questa politica anti-guerra si deve combinare con il rifiuto della strategia estrattivista che minaccia di mandarci al macello come carne da cannone per i profitti del Big Oil.