Per chi suona la campanella?

di Francesco Locantore

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Dal 14 settembre le scuole hanno cominciato a riaprire, dopo sei mesi di interruzione forzata. L’obiettivo politico del governo è stato raggiunto, se ci fermiamo al dato che le campanelle hanno ricominciato a suonare, anche se non dappertutto. Ma cosa sta succedendo veramente? E soprattutto quale sarà il prezzo di questa grande operazione di propaganda?

La pandemia di Covid-19 in Italia, come in altri paesi del mondo, ha reso evidenti i risultati delle ultradecennali politiche neoliberiste, che hanno devastato i servizi pubblici, a partire da quelli che garantiscono diritti fondamentali, come l’istruzione e la sanità. Il servizio sanitario nazionale è andato in sovraccarico in pochi giorni, ed ora rischia di nuovo con l’aumento dei contagi. L’istruzione pubblica è venuta meno con la chiusura delle scuole e delle università all’inizio di marzo, per riaprire solo sei mesi dopo. In entrambi i casi neanche il Covid è riuscito ad invertire la rotta politica e a portare investimenti su questi settori, in modo da garantire salute e istruzione in sicurezza a tutte/i.

Ad oggi sono stati stanziati per la riapertura delle scuole meno di 3 mld di euro. E pensare che l’ex ministro Fioramonti, prima dell’emergenza sanitaria, si era dimesso perché non aveva ottenuto uno stanziamento ordinario della stessa cifra per il 2020. La ministra Azzolina ha invece ritenuto di poter continuare a svolgere il suo mestiere in una situazione ben più complessa e senza le risorse necessarie per affrontarla. I soldi stanziati sono serviti in larga parte per l’acquisto di mascherine e gel, banchi monoposto, strumenti informatici per poter garantire il funzionamento della scuola anche a distanza. I parametri di sicurezza sono stati ridotti al minimo: prima c’è stato l’espediente del distanziamento di solo un metro “dalle rime buccali” degli studenti, poi addirittura è caduto anche quello – a fronte del fatto che sono stati consegnati solo 400.000 banchi monoposto su un fabbisogno di 2 milioni – purché gli studenti indossino la mascherina in classe.

Tutto è stato lasciato all’autonomia degli istituti, cioè all’inventiva e alla buona volontà dei dirigenti, dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola, con l’ovvia conseguenza che le disparità nella dotazione di risorse tra gli istituti scolastici sta determinando una disparità nel garantire il diritto all’istruzione, tra chi frequenta scuole inserite in tessuti sociali più avvantaggiati e chi frequenta scuole in periferie o territori già svantaggiati.

Alla fine non viene garantita in molti casi neanche la presenza in classe degli studenti. Sette regioni hanno stabilito di ritardare la riapertura a dopo la tornata elettorale ma in molte regioni in cui si è riaperto il 14 ci sono province che hanno comunque deciso di differirla. Nelle stesse province in cui si è riaperto ci sono comuni o singole scuole che non hanno potuto farlo nei tempi stabiliti. Prendiamo ad esempio il Lazio, dove Zingaretti non poteva permettersi di contraddire il governo nazionale ma in cui l’unica provincia a riaprire il 14 è stata quella di Roma guidata dalla Raggi, all’interno della quale comunque ci sono stati comuni e singoli istituti che hanno deciso diversamente.

Nelle scuole superiori che hanno effettivamente riaperto il 14 l’orario di presenza è stato fortemente ridotto, in molti casi è stata ripristinata la didattica a distanza per classi intere o per una frazione della classe a turno, che rimarrà a casa seguendo in video la lezione che l’insegnante terrà a scuola con gli altri compagni presenti. Sul fatto che la didattica a distanza sia un ossimoro, che alimenti le disparità sociali e culturali esistenti tra le famiglie degli studenti, che non abbia uno statuto scientifico e che quindi sia sostanzialmente inefficace è già stato detto e scritto da molti. Anche il ministero ha dovuto correggere il tiro, cambiando il nome – ma non la sostanza – con “didattica digitale integrata” e dichiarando che non se ne sarebbe fatto ricorso se non in casi di particolare difficoltà. Cioè quasi in ogni caso.

Il problema non sta solo nei banchi monoposto che non sono ancora arrivati, come si vuol far credere. Le classi sono sovraffollate e lo rimarranno anche dopo l’arrivo dei banchi o delle sedie con ribaltina. Gli spazi non sono adeguati, le aule sono troppo piccole e spesso non adeguatamente ventilate. Gli studenti che potranno permettersi di continuare a seguire le lezioni in presenza dovranno nella maggior parte delle situazioni rimanere con la mascherina e quasi senza potersi muovere per tutto l’orario scolastico, ascoltando un docente che dovrà parlare seduto in cattedra a distanza di due metri dalla prima fila, con buona pace di lezioni partecipative, dell’apprendimento cooperativo e più semplicemente dell’attenzione necessaria per seguire le lezioni.

Gli insegnanti e tutto il personale scolastico non sono sufficienti neanche a garantire le condizioni di sicurezza minime in questa fase. Tanto meno sarebbero sufficienti ad alleviare o a risolvere l’annoso problema delle classi pollaio, di cui la ministra dice a parole di volersi disfare ma non muove un dito per avanzare in quella direzione. E’ stato previsto un organico aggiuntivo di soli 70.000 docenti, neanche il 10% del totale e concentrati negli ordini di scuola inferiori, già soprannominati docenti-covid, visto che saranno assunti a tempo determinato con la minaccia di essere licenziati se si dovesse tornare a chiudere le scuole e adottare forme di didattica a distanza. I supplenti inoltre tardano ad arrivare, quest’anno più che in passato, per le complicazioni prodotte dall’adozione delle nuove graduatorie provinciali (cosiddette GPS), infarcite di errori e impossibili da contestare viste le procedure completamente telematiche di reclutamento.

L’accanimento della ministra contro i precari e le precarie non finisce qui. Anziché stabilizzare i precari storici senza ulteriori selezioni, ad esempio con un concorso per titoli e servizio come proponevano i sindacati durante l’estate e come previsto dalla stessa normativa europea, la ministra ha preferito rinviare ulteriormente un concorso straordinario selettivo per chi ha già 36 mesi di servizio, con il risultato che degli 85.000 posti vacanti sono stati assunti a tempo indeterminato solo 22.500 insegnanti, visto che le vecchie graduatorie si sono ormai svuotate. Tra questi sono stati assunti solo 2000 insegnanti di sostegno (su 21.000 cattedre vacanti), sacrificando ancora una volta il diritto all’inclusione degli studenti con disabilità. Allo stesso modo molte classi si troveranno senza gli insegnanti di alcune materie per tutta la prima parte dell’anno, e gli studenti e le studentesse che hanno scelto di non frequentare l’ora di religione cattolica saranno spesso costretti a subirla, mancando il docente della materia alternativa.

La destra ha gioco facile nel criticare la ministra e il governo per ciò che sta succedendo, e sta provando ad introdursi anche tra i movimenti con false promesse di stabilizzazione. Ma le condizioni che hanno determinato buona parte dei problemi denunciati oggi le hanno determinate le politiche di tutti i governi degli ultimi tre decenni, di centrosinistra, di centrodestra e “tecnici”. Tra questi si è distinto l’ultimo governo Berlusconi (sostenuto anche dalla Lega Nord), con i ministri Tremonti e Gelmini, che nel 2008 hanno deliberato un taglio delle spese per l’istruzione di ben 8 miliardi nel triennio, licenziando decine di migliaia di precari e stabilendo rigidi parametri per la formazione delle classi in modo da riempire quanto più possibile le aule scolastiche. Da allora, essendo passati 12 anni, l’istruzione ha perso circa 32 miliardi di euro di finanziamenti statali.

Il prezzo della riapertura delle scuole in queste condizioni, a fronte di un’operazione propagandistica, rischia di essere enorme in termini sanitari, con una ripresa dell’epidemia già avviata, a causa alle sconsiderate riaperture indiscriminate dell’industria del turismo durante l’estate. Sia ben chiaro: noi vogliamo la scuola aperta in modo efficace e sicuro per tutte e tutti. La borghesia invece, a cui questo governo ha ampiamente dimostrato di essere prono, ha interesse a minimizzare la portata di questa pandemia, che non è in grado di affrontare con gli strumenti del libero mercato. Si sono rifiutati di chiudere gli stabilimenti perfino nelle settimane di picco del contagio, hanno preteso la riapertura della stagione turistica ed oggi hanno bisogno di un parcheggio qualsiasi per i figli dei lavoratori, purché si possa continuare business as usual. La loro politica di approssimazione, minimizzazione dei costi e massimizzazione dei profitti probabilmente ci condurrà al massacro, come è già avvenuto in primavera.

Sicuramente questo governo borghese non ci restituirà una scuola migliore di quella che ha dovuto chiudere a marzo e che non è ancora riuscita a ripartire, in cui le diseguaglianze sociali vengono aumentate, in cui gli studenti vengono irreggimentati e indottrinati, perché un vero dialogo educativo è impossibile in classi da trenta e più studenti, in cui viene privilegiata la formazione di lavoratori subordinati alle esigenze e al comando delle imprese, anziché di cittadine e cittadini consapevoli e critici, capace di costruire la società del domani su basi diverse da quelle fallimentari del capitalismo contemporaneo.

Per fortuna non c’è stata in questi mesi solo la destra ad opporsi alle politiche sull’istruzione del governo Conte. Già da maggio è nato un movimento “Priorità alla scuola”, che ha promosso due date di mobilitazione nazionale nello scorso anno scolastico ed ha in programma una manifestazione nazionale a Roma il 26 settembre prossimo (a Milano si manifesterà il 25), portando in piazza le famiglie, gli studenti e gli insegnanti per chiedere i fondi necessari ad una didattica in sicurezza e di qualità nelle scuole, quantificati in un aumento strutturale della spesa dello Stato sull’istruzione pubblica di un punto di PIL (circa 17 miliardi di euro).

Questo movimento soffre però ancora di alcuni elementi di debolezza su cui occorre intervenire. In primo luogo lo scarso livello di autorganizzazione democratica nelle scuole e sui territori, essendo il movimento nato durante la chiusura per la pregevole iniziativa individuale di alcune/i genitori. In questi giorni si stanno moltiplicando le assemblee, a cui occorrerà dar voce nella gestione delle prossime scadenze e nell’elaborazione di una piattaforma di lotta per il futuro. In secondo luogo il debole protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, complice l’inattività dei gruppi dirigenti dei principali sindacati di categoria, che in questi mesi hanno preferito non alzare il livello di scontro con un governo che si continua ciecamente a sostenere. Sarebbe necessaria una campagna di assemblee sindacali in tutte le scuole per costruire uno sciopero generale unitario almeno della categoria. Per dare un segnale in questa direzione vanno sostenuti gli scioperi organizzati unitariamente da larga parte del sindacalismo di base il 24 e 25 settembre. L’attacco al diritto di sciopero lanciato in questi giorni dalla stampa borghese segnala semplicemente che si vorrebbe scaricare sulle lavoratrici e i lavoratori (oggi della scuola, domani a tutti gli altri) la responsabilità e il peso di questa crisi, aumentando a dismisura i carichi di lavoro. Invece queste reazioni dimostrano che lo sciopero è lo strumento di lotta che rimane il più efficace non solo per migliorare le proprie condizioni di vita, ma per ottenere un’istruzione pubblica di qualità per tutte e tutti.

Il movimento che si sta costruendo deve dotarsi di una piattaforma unificante e che parli alle studentesse e agli studenti ed a tutte le lavoratrici e i lavoratori, a partire da quelle/i della scuola. Per far ripartire seriamente la scuola in sicurezza e qualità è necessario mettere fine al sovraffollamento delle classi, stabilendo un numero massimo di 15 alunni per classe. Questo consentirebbe una didattica davvero inclusiva, partecipata e critica. L’autonomia degli istituti deve essere rimessa in discussione: tutte le scuole e le università devono avere le stesse dotazioni in modo da garantire un diritto all’istruzione uguale sul territorio nazionale. La Buona Scuola va abrogata, a partire dall’alternanza scuola-lavoro che il M5S ha mantenuto in piedi cambiandogli semplicemente nome. La scuola non deve essere un luogo di addestramento di lavoratori mansueti, ma di formazione di cittadine e cittadini liberi e critici. Il precariato della scuola deve finire, vanno assunti a tempo indeterminato senza ulteriori selezioni tutti i lavoratori e le lavoratrici con 36 mesi di servizio e va istituito un sistema di reclutamento oggettivo e trasparente, impedendo l’arbitrio dei dirigenti scolastici e degli uffici scolastici. E’ necessario un piano straordinario di aumento degli organici scolastici e degli spazi, con la requisizione in emergenza per pubblica utilità di spazi privati inutilizzati. E’ necessario incrementare le risorse a disposizione dell’istruzione pubblica statale, con la restituzione immediata dei 32 miliardi tagliati dal 2008 e con l’incremento strutturale delle spese per l’istruzione di 17 miliardi di euro per ogni anno.

Con questa piattaforma Sinistra Anticapitalista sarà negli scioperi e nelle manifestazioni delle prossime settimane.