Contro l’autonomia differenziata, senza se e senza ma

di Francesco Locantore (direttivo nazionale FLC – area Riconquistiamo tutto!)

Domenica scorsa (il 7 luglio) si è tenuta al Liceo Tasso di Roma l’assemblea nazionale per il ritiro di qualunque autonomia differenziata, con una partecipazione sorprendente di circa 200 persone in rappresentanza di centoventi associazioni e organizzazioni che hanno aderito all’appello lanciato da Appello per la scuola pubblica, Autoconvocati della scuola, ASSUR, Comitato 22 marzo per la difesa della scuola pubblica, LIP Scuola, Manifesto dei 500. La composizione dell’assemblea era in grande maggioranza fatta da insegnanti, anche se fin da subito si è sottolineato che la regionalizzazione differenziata non riguarda solo la scuola, ma investe praticamente tutte le materie attualmente di competenza esclusiva dello Stato e di competenza concorrente con le Regioni, compresa la sanità e la sicurezza sul lavoro. C’è da prendere atto tuttavia che, purtroppo, ad oggi il solo settore sociale che si sta in qualche modo mobilitando contro questo progetto del governo Lega-M5S è quello degli insegnanti.

Durante l’assemblea sono stati ribaditi i rischi che questo progetto comporta per la tenuta del quadro democratico e dei diritti dei cittadini. La “secessione dei ricchi” come è stata efficacemente definita questa riforma da Gianfranco Viesti ha il suo nucleo nel recupero del residuo fiscale da parte delle Regioni, cioè di quella parte dei tributi versati dai cittadini sul territorio regionale che vengono utilizzati dallo Stato per garantire livelli uniformi dei servizi essenziali su tutto il territorio nazionale. C’è chi, a fronte di questa situazione, invoca una miglior definizione di LEA e LEP, o un maggior finanziamento del fondo di perequazione come elementi accettabili di un possibile compromesso. Tuttavia, con i vincoli di bilancio, in particolare l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione (Art. 81), e le caratteristiche di un “sistema chiuso”, quale quello vigente in Italia (cioè quello per cui, nel quadro della programmazione finanziaria, viene fissata a priori la dimensione totale delle risorse da destinare alla perequazione per ogni livello di governo, di modo tale che i fabbisogni sono di fatto predeterminati), non c’è compromesso che tenga. Il risultato sarà che ogni Regione avrà i servizi differenziati in base alla capacità contributiva dei propri cittadini e in base agli orientamenti politici ed economici locali. L’attacco è principalmente alle Regioni più povere, in particolar modo quelle del Sud, ma il concetto di “Secessione dei ricchi” andrebbe precisato ulteriormente: lo smantellamento dei servizi pubblici nazionali è solo un apripista per ulteriori tagli anche a livello locale, comprese le regioni ricche, ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori. Lo si è visto con il modello di scuola del Trentino, dove esiste già un livello di autonomia paragonabile a quello richiesto dalle Regioni a statuto ordinario, e dove le risorse aggiuntive sui contratti degli insegnanti sono state barattate con un aumento sostanziale dell’orario di lavoro, con l’impoverimento e la regionalizzazione dei curriculum scolastici. Per quanto riguarda la Sanità la differenza tra i sistemi sanitari regionali è evidente già oggi, con alcune punte di eccellenza e un servizio di base carente nella maggior parte dei casi. L’obiettivo ultimo poi è quello di smantellare la forza nazionale dei sindacati, reintroducendo surrettiziamente le gabbie salariali e superando la contrattazione collettiva nazionale.

Su questi temi bisognerebbe insistere di più, per dimostrare gli effetti concreti in termini di impoverimento delle classi popolari che la regionalizzazione comporterebbe. Il problema non è la difesa astratta dell’Unità nazionale, in nome della quale già oggi non sono garantiti a tutte e tutti i diritti fondamentali e livelli di vita dignitosi, ma l’attacco alla classe lavoratrice che questo progetto porta con sé. Nell’istruzione ad esempio l’autonomia differenziata è la logica continuazione della “buona scuola” di Renzi e dell’autonomia didattica e finanziaria voluta per primo da Luigi Berlinguer.

Le intese tra Stato e Regioni che vanno in questo senso (alle Regioni capofila Emilia Romagna, Lombardia e Veneto se ne stanno aggiungendo molte altre, governate dal centrodestra come dal centrosinistra, in un “effetto domino” come lo ha definito Massimo Villone) sono rese possibili dalla riforma del titolo V della Costituzione, voluto dal centrosinistra e votato anche dal centrodestra. Le responsabilità politiche dello smantellamento dell’unità dello Stato sono quindi bipartisan, e questo spiega l’assenza di qualunque dibattito – ma anche di una adeguata informazione – nel Paese.

Se l’assemblea ha dato un segnale chiaro di opposizione alla regionalizzazione sotto qualsiasi forma, senza distinzione il modello emiliano, più moderato, e quello veneto, c’è da rilevare che settori vicini al PD e settori maggioritari della CGIL vorrebbero incentrare il dibattito sulla mancanza della definizione legale dei livelli essenziali delle prestazioni, con i quali sarebbero pure disposti ad accettare una maggiore autonomia regionale su alcuni o tutti i temi richiesti (la rappresentante di Possibile infatti ha chiesto che si stralci solo il settore dell’istruzione dalle intese).

Alla fine, l’assemblea, riconvocandosi per il prossimo 29 settembre ha prodotto un comunicato che è possibile leggere qui ed un appello alle forze sindacali, qui,  per la convocazione di una manifestazione nazionale contro la regionalizzazione in autunno.

Qui veniamo alle problematiche che questo movimento ha davanti. In primis c’è la questione dei tempi. Se è vero che nel Consiglio dei ministri di lunedì 8 luglio non si è ancora trovata la quadra per andare avanti con l’approvazione delle intese Stato-Regioni, c’è una forte possibilità che entro l’estate la Lega riuscirà a portare a casa il risultato, iscritto peraltro nel contratto di governo condiviso anche dai parlamentari del M5S, su cui non si può fare alcun affidamento come i fatti hanno ampiamente dimostrato. Lo sciopero dell’istruzione dello scorso 17 maggio sarebbe stato un segnale importante dell’opposizione sociale a questo disegno, ma i sindacati confederali hanno deciso di ritirarlo a fronte della firma di un’intesa (quella del 24 aprile) che nei fatti non ostacola minimamente il processo di regionalizzazione, come dimostrano le ultime dichiarazioni del ministro Bussetti. Nonostante la partecipazione a quello sciopero abbia coinvolto settori più larghi di quelli dei sindacati di base (tra cui molte/i iscritte/i e militanti della Flc-Cgil), l’adesione è stata troppo bassa per avere qualche effetto, e alla fine l’unità sindacale che si era costruita in preparazione di quello sciopero si è rotta e ci vorrà tempo per ricucire. Lunedì 8 luglio si è riunito il tavolo tra le associazioni e i sindacati contro la regionalizzazione, ma in quella sede erano assenti i sindacati di base e i confederali hanno rinviato ulteriormente qualsiasi decisione in merito alla promozione di una manifestazione nazionale.

Anche la proposta di una manifestazione nazionale rischia di essere poco efficace se non si inserisce in un percorso di mobilitazione generale che coinvolga in primo luogo le lavoratrici e i lavoratori, in primis quelli dei settori direttamente coinvolti, ma anche gli altri che vedrebbero tagliati i servizi fondamentali per sé e per le proprie famiglie. Sarebbe necessario che l’anno scolastico si aprisse con forme di mobilitazione visibili ed efficaci, con la costituzione di comitati per lo sciopero che facciano opera di controinformazione ma anche di lotta, non è possibile continuare a far funzionare normalmente le scuole e gli ospedali di fronte ad un attacco di questa portata. È necessario che si arrivi in autunno ad uno sciopero generale di tutti i settori, pubblici e privati, su una piattaforma che leghi le questioni del salario, dell’ambiente, del fisco, dell’occupazione e della democrazia, che si opponga a qualsiasi progetto di regionalizzazione e di impoverimento dei servizi pubblici.