La strage di Tiananmen. A trent’anni di distanza.

di Aldo Bronzo

Sono trascorsi trent’anni da quando i reparti dell’Esercito Popolare di Liberazione fecero irruzione sulla piazza Tiananmen  di Pechino per mettere a punto la più spietata delle repressioni contro quel movimento studentesco  che, tra esitazioni e ingenuità politiche, aveva pur messo in discussione uno degli assunti intangibili della Cina maoista e post. Cioè quella “linea di massa” che – elaborata da Mao già nel corso dell’epopea rivoluzionaria -, vedeva i settori popolari e in genere i comuni militanti avviati alla mobilitazione e all’eventuale impegno politico solo sulla scorta delle decisioni adottate dal gruppo dirigente o dalla frazione dell’apparato dominante che prevaleva nel momento dato. Un principio informatore che non aveva mai ammesso deroghe per cui, se nel corso della “rivoluzione culturale” del 1966 le masse studentesche debordarono dalle indicazioni del Grande Timoniere e, piuttosto che attaccare i suoi avversari – cioè Liu Shaoqi e Deng Xiaoping – , presero di mira l’apparato dominante nel suo complesso, Mao avviò una dura repressione contro quegli stessi giovani che egli stesso aveva spinto a scendere in campo. E se la mattanza nei centri urbani sembrò non bastare, non meno di 10 milioni di “guardie rosse” furono disinvoltamente spediti nel modo rurale per “imparare dai contadini”.

Questo il contesto reale da tenere presente per intendere quanto accadde sulla celebre piazza pechinese nella notte tra il 3 e il 4 giugno di trent’anni fa. Infatti la straordinaria mobilitazione studentesca fu in grado di stravolgere questo avvilente quadro di riferimento. Gli studenti, che scesero in campo anche per reagire alle discrasie e alle incredibili disuguaglianze derivanti dal processo “riformatore” avviato da Deng nel 1978, si mobilitarono non per induzione dell’apparato dominante o dalla frazione che prevaleva nel momento dato, ma sulla base di  una piattaforma sentita come propria, cioè contrapposta a quella propinata dagli intangibili strati dirigenti. Rapidamente si misero a punto tematiche specifiche e rivendicazioni cruciali, come la riabilitazione dei militanti e dei comuni cittadini ingiustamente perseguitati, la pubblicazione e messa a conoscenza da parte dell’intera società civile delle retribuzioni e dei redditi delle più alte gerarchie del regime e l’emanazione di una serie di disposizioni che garantissero libertà di stampa e di espressione. Una vera democrazia, insomma, che almeno nelle grandi linee doveva lasciare inalterata la struttura socialista dello stato nato nel ’49 al termine della vicenda rivoluzionaria. Certo nella fase finale della protesta studentesca apparvero simboli e manifestazioni che sembravano trovare un riferimento ideologico in una sorta di generalizzazione “occidentale” dell’intero movimento, come “la statua della democrazia” che ricalcava la statua della libertà americana. Ma nelle grandi linee l’opzione socialista del movimento non è stata mai messa in discussione. Non a caso i cortei di protesta che attraversavano i centri urbani della Cina in quei giorni erano accompagnati costantemente dal canto de “l’Internazionale”. In pratica, tra esitazioni e incertezze, il movimento studentesco richiedeva un vero potere popolare che gestisse le strutture dello Stato . Cioè un cambio della gestione politica del sistema; non un rovesciamento del sistema.

I vertici dell’apparato dominante esitarono, anche perché ai vertici del regime l’allora segretario del P.C.C. Zhao Zijang era assolutamente contrario a passare alle maniere forti. Tuttavia fu messo in minoranza e un blocco d’ordine che si compattò attorno a Deng Xiaoping, Li Peng e Yang Shangkun si orientò per “ristabilire l’ordine”, anche perché nel frattempo la radicalizzazione studentesca si era allargata per coinvolgere altri strati popolari e diverse fasce sociali, come i giornalisti, settori intermedi dello stesso apparato dominante e, soprattutto, frange consistenti di proletariato urbano. Insomma la protesta si allargava e metteva in discussione le basi costitutive del regime e la ragion d’essere della burocrazia dominante. Un contesto inquietante – per non dire inammissibile – per Deng e i suoi, i quali continuavano a ritenere che il progetto riformatore avviato nel ’78 e l’inserimento progressivo delle categorie del mercato nel processo produttivo bisognava che avvenisse mentre il corpo sociale doveva rimanere sostanzialmente inerte, senza poter esprimere alcuna divergenza  o difformità di pareri. Insomma la “riforma” che doveva portare sviluppo e magari reagire al vuoto ideologismo del periodo maoista era stata varata nei centri che contano e il corpo sociale non doveva esprimere dissensi di sorta. In pratica era mutato in qualche misura il “contenuto” del progetto propinato al popolo che si vorrebbe sovrano dai vertici del regime, ma non il “metodo”.

Così il 17 maggio si andò alla proclamazione della legge marziale, anche se i primi tentativi di soffocare la rivolta e di mettere a tacere la protesta studentesca fallirono in quanto il popolo pechinese – shimin – fu capace di intercettare i reparti dell’Esercito popolare di liberazione e di convincerli ad astenersi dalla repressione, quando non si trattava addirittura di solidarizzare con gli studenti. Insomma i vertici del regime sembravano in un vicolo cieco.  Allora nelle sedi che contano si pensò bene di fare le cose in grande stile, facendo affluire a Pechino reparti scelti reclutati in località distanti da Pechino, dove si parlano dialetti diversi da quelli in uso nella capitale e quindi poco capaci di intendere il linguaggio del popolo pechinese. Insomma questa volta non si lasciò nulla all’improvvisazione. E, per forze di cose, sulla piazza Tiananmen fu strage.  La burocrazia dominante ristabilì l’ordine che le era congeniale e Deng Xiaoping poté riprendere il percorso verso l’introduzione progressiva verso il mercato in maniera sempre più accentuata.

Seguì un repressione a tutto spiano intesa a recidere alla radice ogni forma di dissenso,  che poi i dirigenti seguiti a Deng hanno sistematicamente ribadito, soprattutto in occasione di quella data, quando tutti i potenziali oppositori del regime – magari solo potenziali – vengono sbrigativamente avviati nelle patrie galere, per evitare memorizzazioni non proprio gradite. E’ come se il regime volesse rimuovere la memoria di quegli avvenimenti e, soprattutto, il loro significati più recondito. Un motivo di più per   ricordarli.