Piemonte, dopo le regionali, un bagno di realtà

 

L’analisi del voto di Sinistra Anticapitalista Torino

Il 26 maggio è stato rinnovato il consiglio regionale del Piemonte: questa tornata elettorale ha visto una decisa affermazione della destra, un arretramento consistente del Movimento 5 Stelle e una tenuta del Partito Democratico nella città di Torino.

I voti alle europee e alle regionali espressi il 26 maggio dagli elettori piemontesi non possono essere sovrapposti in maniera esatta sia perché le coalizioni in campo erano diverse.

A vincere è stato Alberto Cirio che guidava la coalizione di centro destra con il 49,86% dei voti; all’interno della coalizione la parte del leone l’ha giocata la Lega Nord che ha avuto il 37,1% dei consensi e ben 17 seggi su 22 appannaggio della coalizione con il sistema proporzionale. Ad essi devono essere aggiunti i 10 del listino che garantiscono la maggioranza; quindi in tutto la coalizione ha 32 eletti più il presidente (in totale i seggi disponibili sono 50 più quello del Presidente).

Il partito di Salvini, nonostante il leggero calo dell’affluenza (63,34% contro il 66,45% del 2014) conferma il trend nazionale che la dà in crescita: ha conquistato ben 712.703 voti, 570.962 consensi in più rispetto alla tornata elettorale del 2014, che aveva visto la vittoria della coalizione di Chiamparino. L’affermazione è meno netta nella città di Torino dove tiene la coalizione di centro – sinistra che ha raccolto il 50,10% dei consensi (il PD ha il 30,41%) ma la situazione cambia man mano che ci si sposta nelle periferie della città, in particolare nei quartieri popolari (corrispondenti alle circoscrizioni 5 e 6). Qui la Lega guadagna punti laddove, nelle elezioni precedenti , aveva avuto una netta affermazione il M5S e soprattutto cresce se ci si sposta nella provincia di Torino e nel resto della regione dove il consenso per la Lega supera di gran lunga la percentuale del 40%.

Cresce Fratelli d’Italia (105.410 voti contro i 72.776 della precedente tornata), unica altra forza politica a guadagnare voti oltre alla Lega; nel 2014, però,  il partito di Giorgia Meloni aveva corso da solo, candidando a presidente della regione Guido Crosetto e stando fuori dalla coalizione di centro destra che non aveva raggiunto l’accordo per presentarsi unita. Oltre a Fratelli d’Italia era rimasto fuori Il Nuovo Centro Destra (UDC) che non ha partecipato a quest’ultima  tornata elettorale.

Le elezioni piemontesi confermano il dato nazionale che vuole in crisi netta di consenso anche Forza Italia che nel 2014 aveva 302.743 (15,54%) e adesso ha 161.137 (8,39%) lasciando 3 dei seggi che aveva.

Sergio Chiamparino, il governatore uscente della regione, è stato votato da 783.805 elettori perdendo 273.226 rispetto al 2014 quando ne aveva avuti 1.057.031. La coalizione del 2014 contava 6 liste, quella attuale 7, allora c’erano Scelta Civica e Italia dei Valori, oggi assenti, mentre Liberi Uguali Verdi (LUV) ha sostituito Sinistra Italiana. In generale, tutte le liste del centro – sinistra presentate in coalizione a Chiamparino perdono consensi, tranne LUV che ha potuto beneficiare della mancanza di una lista della sinistra alternativa e di classe. Il leader del PD piemontese, dopo questa sconfitta, ha dichiarato che sta meditando di lasciare la politica dopo aver constatato che non solo non è riuscito a fare da argine all’avanzamento delle destre ma che soprattutto non ha ottenuto l’obiettivo di essere il campione di quella riscossa piemontese su cui una parte della borghesia piemontese aveva puntato fortemente. Grandi quotidiani come “La Repubblica” e soprattutto “La Stampa”, da sempre al fianco dei poteri forti che tengono in mano il potere economico-finanziario del Piemonte non a caso avevano sostenuto a tambur battente la sua candidatura, facendo da megafono al suo progetto di costruire un partito trasversale che avesse al centro proprio i loro interessi.

Giorgio Bertola del M5S raccoglie 298.086 voti (il 13,61%), poco a paragone dei  481.453 voti ottenuti da Davide Bono nel 2014 (21,45%); perde ben 3 seggi, passando da 8 a 5. Il Movimento sembra tenere in Val Susa, a Bussoleno ad esempio è il partito più votato. A Susa, dove ci sono state anche le elezioni amministrative che hanno visto la sconfitta del No Tav Sandro Plano, arriva secondo distaccato dal centro destra di ben 18 punti percentuali. La campagna elettorale tutta giocata sul Tav ha permesso al M5S di accreditarsi, nella corsa elettorale, come l’unico partito di opposizione alla grande opera ma a parte Bussoleno la Lega è riuscita a superare il M5S in molti comuni della bassa Valle Susa come Borgone di Susa (30,55%), Chiomonte (36,32%) che ha anche eletto un sindaco pro Tav, Meana di Susa (31,42%) e Sant’Antonino di Susa (31,42%). Queste percentuali ci dicono che non siamo davanti ad un tracollo del M5S ma siamo di fronte ad un passaggio che segnala la difficoltà e l’arretramento del movimento No Tav.

Non torneremo in questo articolo sui motivi che hanno determinato la mancata presentazione di una lista di sinistra alternativa al centro-sinistra, al centro-destra e al M5S; li abbiamo ampiamente esposti  nell’articolo dal titolo “ELEZIONI REGIONALI IN PIEMONTE: La lista di sinistra che non c’è e la mobilitazione sociale da costruire” a cui rimandiamo. Qui ci limitiamo a dire che questa mancanza peserà su tutta la sinistra di alternativa in regione Piemonte e che ha di fatto ristretto un’area di consenso e di opinione più sensibile e più accorta verso chi si batte contro il neoliberismo e il capitalismo in generale.

Nel 2014, infatti, la lista alternativa di sinistra “L’altro Piemonte a sinistra” aveva avuto 25.193 voti (1,12%) in tutta la regione, un’area di consenso oggi dispersa tra il voto utile contro le destre, l’astensionismo e le schede bianche o nulle. La mancanza della lista a livello regionale si riflette anche sul risultato della lista “La Sinistra” che raccoglie 32.784 (1,50%) a differenza della lista Tsipras che alle scorse elezioni europee 93.206 (4,14%).

Una campagna elettorale surreale

La campagna elettorale è stata tutta condotta intorno al Tav: dalla formazione delle liste fino all’ultimo comizio prima del silenzio elettorale i vari partiti e protagonisti politici si sono sfidati solo su questo terreno, ognuno voleva accreditarsi come unico, capace e credibile a portarne avanti i lavori senza intoppi e problemi, proprio come richiesto dalla borghesia locale. Lo scontro politico è avvenuto però in un contesto di crisi economica profonda, anche se questa è rimasta sempre sullo sfondo. Per la borghesia piemontese il Tav è diventato il mantra attraverso il quale provare a rilanciare l’economia di una regione (vedi l’articolo dal titolo “La crisi di Torino”) che è fortemente in sofferenza, che paga un prezzo altissimo per la crisi e che tra le regioni del nord produttivo è quella che mostra più difficoltà ad imboccare la via del rilancio economico. Da qualche anno viene coltivata l’illusione che la riconversione delle attività produttive perse in regione possa essere recuperata da un rilancio del turismo e dei settori ad esso direttamente collegati, come la ristorazione. L’inganno dura fino al momento in cui non ci si accorge che le condizioni materiali e di vita delle classi popolari ma anche di larghi strati della piccola e media borghesia sono peggiorati. Il prezzo da pagare per queste difficile riconversione sono precarietà e bassi salari, aumento della povertà e della marginalità sociale, aumento dei canoni di affitto per chi ha un’attività lavorativa nei centri a vocazione turistica. Incertezza e paura sono i sentimenti che agitano gli animi di chi appartiene a questi blocchi sociali. Questi temi sono entrati nella campagna elettorale solo come mera propaganda. Si è arato e concimato in questo modo il terreno favorevole all’avanzamento e all’affermazione delle destre che ora affronteranno i problemi derivanti da possibili crisi sociali nell’unico modo che sono in grado di fare: aumentando la repressione, favoriti anche dall’avanzamento della Lega Nord che, vale la pena ricordarlo, gestisce direttamente il Ministero degli Interni. FCA, ad esempio, non ha trovato spazio nel dibattito elettorale ed è stata il vero convitato di pietra. Il Piemonte ha visto dal 2008 la perdita di migliaia di posti lavoro e la chiusura di tantissime fabbriche e aziende, FCA è parte di questa crisi ma attraverso Mirafiori e il suo indotto dà lavoro ancora a qualche migliaio di operai/e, preoccupati/e oggi dalla notizia della fusione annunciata con Renault. Si profilano all’orizzonte nuovi scenari di ristrutturazione e ad oggi non è possibile sapere che fine fanno gli stabilimenti italiani, chi ci rimetterà (perché qualcuno ci rimetterà) e quali saranno le conseguenze. A puntare una luce in quella direzione ci ha pensato il giorno prima delle elezioni (25 maggio) Giorgio Airaudo, membro della segreteria della Fiom piemontese, rilasciando questa intervista al “Fatto quotidiano”. L problematiche poste da Airaudo sono drammatiche e preoccupanti e vanno nella direzione che anche noi in questi anni abbiamo denunciato con la differenza che noi abbiamo anche sottolineato la responsabilità del sindacato di cui egli è segretario nella gestione del referendum del 2010 a Mirafiori e alla ex Bertone. Tuttavia, alla luce della situazione attuale, pensiamo anche la sola denuncia delle burocrazie sindacali non sia sufficiente ma che bisogna interrogarsi con tutti gli interessati sul da farsi, a partire dalla situazione esistente.

Proposte di lavoro

È per questo che, come Sinistra Anticapitalista, ci facciamo promotori del lancio si un’ assemblea pubblica alla quale invitiamo tutti e tutte al confronto per affrontare insieme questa nuova tappa della lotta di classe. I risultati elettorali, qualora qualcuno non lo avesse ancora colto, ci consegnano da un lato la fotografia di classe lavoratrice profondamente demoralizzata e divisa e dall’altro quella di una classe padronale compatta nel continuare a macinare profitti a detrimento dei proprio dei lavoratori e delle lavoratrici. Dal nostro secondo congresso è uscita chiara l’indicazione di lavorare per la costruzione di un forum sociale e politico che abbia lo scopo di unire le resistenze e di rafforzare le lotte esistenti. Queste elezioni ci dicono anche per portare avanti questa battaglia nessuno basta a se stesso e che il gioco capitalistico entro il quale è inserito il dossier FCA è perdente se lo si affronta separati e divisi, partendo dai singoli luoghi di lavoro. L’assemblea, alla quale invitiamo tutti/e a partecipare, si terrà martedì 11 giugno alle 21:00 in Corso Brescia, 14 a Torino.

Sul terreno politico continueremo a lavorare con le altre organizzazioni politiche della sinistra politica, sociale e sindacale per costruire anche da un punto di vista ideologico l’alternativa al sistema capitalista, un’alternativa che queste elezioni hanno consegnato alla marginalità ma della quale si sente sempre più urgente la necessità