Gli interrogativi del Primo Maggio torinese

di Sinistra Anticapitalista Torino

Quello di Torino è stato un primo maggio difficile, contraddittorio, risultante delle debolezze della classe lavoratrice, impossibilita da anni ad esprimere una propria autonomia di classe, essere cioè un soggetto politico indipendente, capace di condizionare le stesse burocrazie sindacali e le forze politiche e di coagulare attorno a se movimenti sociali di vario genere nell’unità d’azione di forze plurali. Bisogna tener conto di questo contesto d’insieme per valutare le modalità e gli sviluppi della manifestazione, alcuni dei quali estremamente negativi.

Il primo elemento negativo, immediatamente percepibile, è stata l’aggressione a freddo da parte della polizia dello spezzone del corteo No tav con il ferimento di diverse persone, tra cui l’avvocato Gianluca Vitale alle quali rinnoviamo la nostra piena solidarietà. E’ un atto grave che va denunciato con estrema forza.

La responsabilità di questo stato di cose grava in primo luogo sulle direzioni sindacali di CGIL CISL e UIL la cui subordinazione alle esigenze e alle scelte della classe padronale, si palesano ancor più in una regione come il Piemonte e nella città di Torino, attraversate da una persistente crisi economica e produttiva che macera la società ponendo grandi punti interrogativi sul futuro del territorio e tanto più su quello delle lavoratrici e lavoratori (vedasi in proposito https://anticapitalista.org/2019/02/18/la-crisi-di-torino/).

Questa vergognosa collaborazione di classe si è manifestata nella “pittura” che disegnava la testa del corteo, dove tutti i soggetti politici della destra e dell’estrema destra, dagli esponenti di Forza Italia fino ad un fascista dichiarato ed attivo da sempre come Agostino Ghiglia di Fratelli d’Italia e un tal Valter Boero del Popolo della famiglia, uscito direttamente dal Medioevo, sfilavano assieme agli altri candidati alla Presidenza della regione nelle prossime elezioni. In passato c’era stato più volte il tentativo di esponenti conservatori e borghesi di infilarsi nel corteo, ma ogni volta la reazione popolare li aveva spinti a rinunciare e ad allontanarsi rapidamente scortati dalla polizia. Questa volta invece ce l’hanno fatta, stravolgendo così la natura di classe del primo maggio con la complicità dei vertici Cisl, Uil e Cgil; quest’ultima si è assunta una responsabilità particolare per le evidenti ragioni della sua storia e del suo profilo politico.

Il secondo elemento, correlato col primo, ha messo in evidenza l’esito finale della lunga deriva, attraverso varie metamorfosi, di quel che era il vecchio PCI – partito moderato socialdemocratico, ma che si poneva come rappresentante della classe operaia – nell’attuale PD, forza social liberista che si concepisce come strumento politico diretto del blocco borghese. Il presidente uscente della Regione, Sergio Chiamparino, rappresenta fino in fondo queste scelte e, nel tentativo di una difficile rielezione, ha scelto di rafforzare ancor più il suo rapporto con il blocco sociale capitalista. Intende rappresentare al meglio lo schieramento confindustriale e produttivo ed intorno ad esso cercare di cementare nuovamente vasti settori popolari in nome della Tav, quella Tav che la Confindustria, insieme a tutte le istituzioni, presentano come la panacea alla crisi produttiva ed occupazionale: sono gli stessi che hanno lasciato andare via la grande multinazionale dell’auto senza dire una parola anzi, osannando l’esempio di imprenditorialità del fu Marchionne. Alla vigilia del voto europeo e soprattutto, nel nostro caso, regionale, anche la manifestazione del primo maggio è stata trasformata nella vetrina di queste opzioni economiche per altro condivise del tutto dalle forze della destra a partire dalla Lega di Salvini. Quella di Chiamparino e dei suoi alleati è stata calata come un’ Opa politico-sociale sulla classe lavoratrice  e sul primo maggio. Vedremo se otterrà i risultati elettorali sperati.

Vale la pena di fare un breve passo indietro sul primo maggio a Torino, iniziato con quella straordinaria manifestazione rifondativa di classe e di popolo del 1945 a 5 giorni dalla liberazione dal fascismo, proseguita negli anni ’70 con le enormi manifestazioni operaie del primo maggio del 75 e del ’76, con l’interminabile sequenza degli striscioni dei consigli di fabbrica, e mantenutasi  nel corso dei decenni, a differenza di altre città, come manifestazione di massa e di classe a cui sempre hanno partecipato decine di migliaia di persone. Infatti nella storia del movimento dei lavoratori e dei movimenti sociali, a Torino il Primo Maggio è sempre stata la giornata e il marchio di mobilitazione e di partecipazione di tutte le forze sindacali, dei movimenti di lotta, delle associazioni e delle forze democratiche e di sinistra della città. E’ sempre stato un momento di discussione e di confronto sui grandi temi sindacali, politici ed ideali.

Da qualche anno non è più così. La fisiologica e democratica dialettica della piazza viene impedita, ed è la polizia, con l’evidente complicità delle burocrazie sindacali (in qualche occasione anche con la loro sollecitazione e tanto più di quella PD, responsabile della gestione diretta delle politiche dell’austerità) a decidere chi può partecipare e chi no, chi siano i presunti “buoni” e i presunti “cattivi”, ricorrendo alle cariche violente per dividere tra loro i lavoratori e le lavoratrici, che sono presenti nelle diversi parti del corteo. Questa nuova configurazione della piazza costituisce un gravissimo atto antidemocratico e di divisione.

Il movimento No tav, il più duraturo e resistente movimento del paese, insieme a tutte le forze politiche e sociali che lo sostengono, non poteva che essere in piazza insieme a tutti gli altri lavoratori e lavoratrici per affermare le ragioni di una diversa concezione della società e dello sviluppo. Come hanno scritto le compagne e le compagne della opposizione in CGIL: «Il movimento No Tav è sceso invece in piazza a Torino, come tante altre volte, per affermare con forza che “c’è lavoro e lavoro”, che un lavoro utile e dignitoso non ha nulla a che vedere con lo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente per il profitto. Non solo, per mostrare ancora una volta che si fronteggiano nella società due opposti e irriducibili modelli di sviluppo: da una parte uno sviluppo che mette al centro i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, la salvaguardia dell’ambiente e della salute di tutte e tutti, un modello in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti, dall’altra la crescita, quella delle grandi opere inutili, della partito trasversale degli affari, della borghesia parassitaria, della finanza e della speculazione”, chiedendo ancora una volta alla CGIL da che parte sta. 

E’ stato chiaro fin dall’inizio con le prime cariche, che si voleva impedire, attraverso l’opera repressiva della polizia, che questa parte del corteo potesse arrivare nella piazza finale e, sia mai, si esprimessero critiche e contestazioni non solo ai rappresentanti diretti dei padroni, ma anche a coloro che hanno portato il movimento dei lavoratori in questa pessima situazione di debolezza sindacale sui luoghi di lavoro. E così è stato anche se le cariche non hanno potuto nascondere la forza e l’ampiezza del movimento No tav e dei suoi sostenitori.

In realtà la manifestazione nel suo complesso è stata grande, alcune decine di migliaia di persone e ai lati del corteo nuovamente si sono assiepate migliaia di persone, di certo anche animate dalla volontà di contrastare la ripresa delle forze della destra fascista e le gesta razziste di Salvini e soci.

La manifestazione pone però il problema del ruolo della classe lavoratrice, della sua indipendenza, della costruzione di una alternativa anticapitalista e di classe. Il ruolo del movimento NO Tav è centrale e, come indicato prima, rimanda a una idea di modello produttivo diverso da quello dominante del padronato. Ma può bastare in quanto tale per costruire una alternativa di sistema? Può essere sufficiente nella giornata del primo maggio, giorno di lotta simbolica e politica dell’insieme della classe lavoratrice? Non è forse necessario ricostruire una soggettività operaia radicale ed unificante di tutti i settori, compresi quelli precari intorno a una piattaforma di lotta radicale che riparta dal salario, dall’orario dall’occupazione? Non sarebbe stato necessario che i settori del sindacalismo di classe che agiscono in varie forme organizzate si ponessero il compito di essere presenti in quanto soggetto che propone la ricostruzione del movimento sindacale ed operaio? E che questo trovasse spazio nella manifestazione simbolo del movimento operaio?

La risposta dal nostro punto di vista non può che essere assertiva. Anche perché molte sono le forze politiche e sociali che sostengono il movimento no Tav, che sono portatrici di un programma più complessivo e non si riconoscono quindi nelle forme politiche ed organizzative con cui una sua componente, il “partito di Askatasuna”, cerca di proporre od imporre la sua egemonia. C’è una forbice piuttosto grande tra l’idea di ricostruzione del movimento operaio come soggetto fondamentale per un progetto anticapitalista e l’idea del movimento antagonista dei centri sociali. E’ una discussione non nuova, ma certo le dinamiche del primo maggio la ripropongono appieno. Anche perché non bisogna dimenticare che c’è un convitato di pietra, ben presente nelle cronache dei giornali, ma assente nella retorica movimentista, che ha tratto un certo vantaggio sul piano elettorale dagli eventi del primo maggio, il M5S, un partito alla ricerca di una nuova verniciatura e di un recupero a sinistra, mentre continua a gestire insieme alla Lega un governo reazionario e razzista che combina le peggiori nefandezze.

Questo rendita elettorale è tanto più possibile per il M5S locale, non solo per la capacità di loro esponenti di essere interni al movimento No Tav, ma perché nelle prossime elezioni regionali non ci sarà alcuna lista di sinistra alternativa ai tre schieramenti maggiori per le ragioni che abbiamo provato ad illustrare in un precedente articolo: https://anticapitalista.org/2019/04/09/elezioni-regionali-in-piemonte-la-lista-di-sinistra-che-non-ce-e-la-mobilitazione-sociale-da-costruire/

Questo “inciampo” dato dalla mancanza di una lista alternativa di sinistra non è un elemento secondario, come non lo è soprattutto la questione centrale posta dal primo maggio: la corruzione della natura originaria della giornata simbolo della lotta dei lavoratori e la necessità di rilanciare un progetto di sindacalismo di classe e di ricostruire una stagione di lotta come quella che si espressa 50 anni fa proprio partendo dalle fabbriche torinesi; essa dovrebbe essere tenuta ben presente perché “il nostro futuro è nel nostro passato”.