Primo maggio 2019: la lotta continua

“La lotta continua” così si concludevano i volantini distribuiti dai militanti dall’assemblea operai e studenti alle porte delle fabbriche torinesi 50 anni  fa per affermare la mobilitazione permanente contro lo sfruttamento, contro il cottimo e i ritmi infernali di lavoro, per il salario e gli aumenti eguali per tutti, le pause, i diritti.

Era una grande primavera di lotta dal basso, favorita dalle precedenti battaglie per l’abolizione delle gabbie salariali (l’unità della classe a livello nazionale) e per la riforma delle pensioni (l’unità di classe tra le generazioni), che stava preparando l’entusiasmante e vittoriosa stagione contrattuale dell’autunno caldo. L’irruzione travolgente della classe operaia in quanto soggetto politico avrebbe segnato per oltre un decennio lo scontro sociale nel nostro paese.

Ma anche la giornata del I maggio (nata non a caso per affermare la riduzione d’orario ad 8 ore giornaliere), fin dal suo sorgere, ha significato che la lotta della classe lavoratrice non può fermarsi mai, che oggi, come 100 anni fa o ieri, questa data non è festa, ma simboleggia il duro scontro contro la classe avversaria, i padroni, la borghesia e le loro politiche economiche e sociali che negli ultimi venti anni (da quando sono riusciti a infliggere pesanti sconfitte ai lavoratori) hanno creato povertà, ingiustizia e sfruttamento crescenti, razzismo e xenofobia. La posta in gioco è altissima: la ricostruzione dell’unità di tutti gli sfruttati affinché il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori risollevi la testa e torni soggetto attivo sulla scena politica e sociale capace di affermare i suoi diritti.

E’ una lotta che ha una dimensione internazionale contro un sistema capitalismo ancor più sfruttatore e oppressivo, portatore di guerre e distruttore dell’ambiente naturale in cui viviamo. La costruzione di un progetto alternativo anticapitalista, basato sulla piena democrazia, sulla giustizia sociale e sulla preservazione dell’ambiente è un compito ineludibile per garantire un futuro degno.

E’ solo la mobilitazione di massa, solo la lotta delle classi lavoratrici intorno ai propri obiettivi rivendicativi e politici (non certo la subordinazione ai “padroni democratici”) può sbarrare la strada all’ascesa delle destre estreme e fasciste a cui assistiamo in Europa, come in molte altre parti del mondo. Le politiche dell’austerità gestite dai governi di destra come di centro sinistra e la conseguente demoralizzazione sociale prodotta, nonché la campagne antimigranti sono state il terreno fertile su cui queste organizzazioni reazionarie sono cresciute. Esse esprimono un impasto nauseabondo di razzismo, xenofobia, nazionalismo, imperialismo, molte volte anche militarismo, antifemminismo, omofobia, integrismo religioso, mantenendo contemporaneamente concezioni economiche neoliberiste che non si discostano sul fondo da quelle delle forze borghesi liberali e socialliberiste.  Queste formazioni, emerse dai bassifondi della storia, sono in realtà un’espressione “moderna” della crisi del sistema capitalista che è ormai anche crisi di civiltà e che produce le terribili barbarie a cui assistiamo in diverse parti del mondo. Tra queste barbarie non può mai essere dimenticata quella che si produce quotidianamente nel nostro Mediterraneo con la morte di decine e decine di migliaia di migranti per effetto delle politiche di respingimento praticate dai governi “liberali e democratici” dell’Unione Europea, compresa l’Italia.

Le condizioni delle classi lavoratrici e popolari nel nostro paese sono molto difficili e ben conosciute: milioni di disoccupati, precarietà e povertà crescenti, bassi salari, condizioni di lavoro sempre più stressanti. I dati degli infortuni sul lavoro nel 2018, circa 641.000 di cui 1133 mortali(+10% rispetto all’anno precedente) sono l’indicazione tragica dello stato della guerra di classe e del degrado dei rapporti di forza nel nostro paese dopo anni di deregulation, perdita dei diritti, precarietà, dominio padronale, perdita di capacità contrattuale e di controllo delle strutture sindacali.

Di fronte a questa situazione le direzioni delle grandi organizzazioni sindacali avrebbero dovuto convocare le manifestazioni del primo maggio sotto il segno del rilancio della lotta e dell’antagonismo contro i padroni e i capitalisti. Sarebbe stato il modo migliore anche per confermare e rafforzare le battaglie contro il fascismo e contro il razzismo. Ma anche contro il governo attuale il cui carattere reazionario non può sfuggire a nessuno; lo scontro quotidiano tra Salvini e Di Maio non impedisce a Lega e M5S di compiere insieme le peggiori nefandezze, dal decreto sicurezza alla riduzione dei contributi Inail, dai regali fiscali ai padroni ai nefasti progetti di regionalismo differenziato.

Nella loro involuzione e nella loro subordinazione alle logiche del capitale i capi di CGIL CISL e UIL, non hanno trovato di meglio che firmare, a poche settimane dalla giornata simbolo della lotta dei lavoratori, con la Confindustria e i padroni un testo comune che chiede qualche investimenti in più (cioè più sgravi e più soldi agli imprenditori da parte dello stato). Quasi da non credere! E la scorsa settimana hanno ritirato lo sciopero della scuola, di una categoria di lavoratrici e lavoratori che, più di altre, ha possibilità di una forte mobilitazione in cambio di semplici promesse scritte sull’acqua da parte del governo sulla fondamentale questione dell’unità nazionale della scuola contro le divisioni che sarebbero prodotte dalla “autonomia regionale differenziata”.

Noi pensiamo invece che la giornata del primo maggio e poi nei giorni successivi e nelle mobilitazioni che si produrranno (tra cui quella del 17 maggio in cui i sindacati di base mantengono lo sciopero della scuola – che noi sosteniamo fortemente) si debba con forza ricostruire le condizioni per una nuova grande stagione contrattuale sul salario e sull’orario. Stiamo parlando dei due elementi di fondo che caratterizzano la condizione dei lavoratori e il loro grado di sfruttamento da parte del capitale. “Più salario meno orario” sono gli obiettivi con cui si risponde alle necessità primarie delle lavoratrici e dei lavoratori e si può e si deve ricostruire la credibilità di un movimento sindacale, la sua capacità di unificare tutte/i le/gli sfruttati.

Cinquanta anni fa fu questo il punto di partenza che creò le condizioni della più grande lotta rivendicativa della classe operaia italiana. Per questo condividiamo profondamente lo slogan che l’area di opposizione in CGIL “Riconquistiamotutto”, avanza per indicare la strada da percorrere: ”Il nostro futuro è nel nostro passato” e lavoriamo per la convergenza di tutte le organizzazioni sindacali conflittuali e di classe.

Solo ritornando a praticare la lotta di classe, quella agita dai lavoratori e dalle lavoratrici sarà possibile risalire la china, riconquistare salari e condizioni di lavoro decenti, riprendersi i diritti, battere la paura e l’indifferenza e quindi ricacciare i fascisti da dove sono usciti.