L’INCOMBENTE PERICOLO DI GUERRA

Pubblichiamo un articolo che fa il punto sulle ragioni strutturali dell’escalation militarista che caratterizza la fase politica globale. Un’ escalation che affonda le radici nelle caratteristiche del sistema imperialista mondiale contemporaneo, in cui l’egemonia politica ed economica degli Stati Uniti è messa in discussione dall’emersione di nuove potenze globali in grado, in prospettiva, di sfidarne concretamente il predominio. 

Un sistema profondamente instabile, dunque, di cui non è possibile sottovalutare i pericoli di guerra. Pericoli contro i quali dovrà esserci sempre più attenzione e contro cui occorrerà mobilitarsi in via permanente. 

L’impegno antimilitarista sarà pertanto sempre più costitutivo dell’azione politica e sociale di Sinistra Anticapitalista


di Aldo Bronzo

Il costante modificarsi degli equilibri economici e politici determina ormai da tempo situazioni mutevoli e continue alterazioni di fattori che semmai nella fase antecedente sembravano attestate su posizioni relativamente stabilizzate.  Così se al momento della caduta del “muro” di Berlino – e in genere del crollo del “socialismo reale” – la dirigenza statunitense poté ritenere che si delineasse una situazione largamente favorevole, nel senso che si poteva pronosticare un proprio dominio incontrastato in un mondo ormai completamente normalizzato alla luce di una generalizzazione incondizionata delle categorie di mercato, lo sviluppo degli avvenimenti ha rapidamente sconfessato i cardini di una previsione così lusinghiera.

    Infatti sotto l’incalzare degli eventi si sino venuti a creare tutta una serie di centri di potere che agiscono sulla base di esigenze difformi che, piuttosto che accettare supinamente le direttive statunitensi, si muovono su direttrici più consone alle esigenze e agli interessi dei gruppi di potere autoctoni. In particolare la Cina ha conosciuto uno sviluppo economico senza precedenti sino a configurarsi, in prospettiva, come un’alternativa effettiva alla consolidata egemonia economica e politica americana, grazie ad una combinazione del tutto specifica di fattori, dove l’uso crescente delle categorie di mercato si combina con il permanere significativo di elementi dell’economia di “comando” in settori cruciali e di preminente rilievo strategico. Tuttavia, a far tempo dall’avvio della crisi mondiale del 2008, gli schemi di sviluppo messi a punto dalla leadership cinese mostrarono segni di logoramento, per cui si delineava una pericolosa contrazione della crescita complessiva suscettibile, poi, di perturbare gli assetti sociali e politici interni.

    La direzione che si è compattata attorno a Xi Jinping dopo il XVIII Congresso del P.C.C. è apparsa in grado di percepire questo tendenziale mutamento dei rapporti di forza e di delineare tendenzialmente un mutamento d’indirizzo finalizzato a mantenere lo sviluppo economico su livelli sufficientemente sostenuti per far sì che gli equilibri sociali e politici interni non subissero spinte destabilizzanti. In pratica si puntava in primo luogo ad orientarsi  per una produzione di prodotti tecnologicamente avanzati in grado di essere competitivi  sul mercato internazionale, dove sinora gli occidentali – e primariamente gli statunitensi – l’avevano fatta da padroni; una proiezione significativa che ha già registrato qualche riscontro positivo, come nel campo delle “intelligenze artificiali” dove in questa fase la supremazia cinese appare abbastanza consolidata.  Ma soprattutto da parte della dirigenza cinese si avvertiva l’esigenza di una proiezione vigorosa sui mercati mondiali in modo da emanciparsi dalla soffocante egemonia statunitense che, grazie all’artificioso e soffocante uso del dollaro come strumento di regolamentazione delle transazioni internazionali, consente agli americani di scaricare sugli altri il proprio colossale debito pubblico ammontante a circa a 23000 miliardi di dollari. In pratica, con la prospettiva dichiarata di sviluppare investimenti nella “Nuova Via della Seta”, da parte cinese si è proceduto alla fondazione della A.I.I.B.  (Asian  Infrastructure Investment Bank)  che tende ad aggregare i più disparati capitali internazionali grazie ad un’operazione che si pone dichiaratamente al di fuori – e magari contro – degli abituali centri di potere finanziario e che si configura oggettivamente come una sfida ai cardini del consolidato egemonismo americano.  E non sembri superfluo evidenziare come tra incertezze e difficoltà di vario genere l’iniziativa ha preso l’avvio con riscontri largamente lusinghieri, se è vero che al neonato organismo finanziario hanno aderito potentati economici di ben 84 paesi tra i quali assume un rilievo specifico la Russia con la quale i cinesi hanno un “trattato di amicizia” che risale al 2001  – successivamente integrato da intese più specifiche – il cui proposito dichiarato è quello di stabilire le necessarie convergenze economiche e politiche per resistere alla soverchiante egemonia statunitense che, come già evidenziato, poggio sul ruolo artificiosamente esclusivo del dollaro nelle transazioni internazionali. Iniziative complesse che comunque hanno avuto un riscontro di indubbio rilievo se nell’ultimo periodo sono aumentati i paesi che commerciano con moneta diversa dal dollaro – prevalentemente yuan – tra cui spicca il Venezuela di Maduro che, di fronte al continuo ricatto economico e alle crescenti misure interdittorie di Trump, ha deciso di quotare il prezzo di vendita del proprio petrolio non più in dollari, bensì facendo riferimento alla valuta cinese, cioè lo yuan; e questo proprio mentre l’iniziativa di Xi Jinping registra consensi crescenti in quanto i cinesi costruiscono all’estero dighe, ferrovie e porti utili prevalentemente per il proprio sviluppo commerciale, ma che hanno anche un parziale riverbero positivo nei paesi dove vengono realizzati.

   Dal suo canto la dirigenza statunitense  ha interpretato le iniziative assunte dalla coalizione russo-cinese come una messa a punto finalizzata a contrarre l’abituale supremazia americana in quanto, a voler stare alle esplicite dichiarazioni di Trump, “la Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di eroderne la sicurezza e la prosperità”. Pertanto, come sottolinea un documento redatto dagli organi ufficiali del Pentagono, “Cina e Russia vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi degli U.S.A.. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati Uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riconquistare il suo ruolo di grande potenza e stabilire sfere d’influenza vicino ai suoi confini; mira ad indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e parters”. Pertanto, conclude il documento, “competeremo con tutti gli elementi della potenza nazionale per assicurare  che le regioni del mondo non siano dominate da una sola potenza”, restando inteso che bisogna garantire che siano dominate dagli Stati  Uniti. E, manco a dirlo, tra “tutti gli elementi” assume un valore preminente il ricorso alle soluzioni militari, in quanto come ricordava Obama – che fonti non proprio rigorose hanno fatto assurgere a campione di “pacifismo” – “possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha uguali nella storia dell’umanità;   abbiamo la N.A.T.O., la più forte alleanza al mondo”.

    Insomma gli americani la loro scelta l’hanno fatta: per reagire al loro tendenziale declino, puntano sulla loro nettissima superiorità militare.

    I dati, al riguardo, sembrano supportare l’orientamento di massima prevalso ai vertici della dirigenza statunitense. Le stesse cifre ufficiali parlano di circa 600 miliardi di dollari di spese militari nel bilancio annuo di Washington, a cui corrisponderebbero 161,7 di Pechino e 44,6 di Mosca; ma si tratta di dati non completamente veritieri dal momento che gli americani notoriamente “dirottano” con procedure furbesche altre spese militari – come quelle per le armi spaziali o i finanziamenti alla C.I.A. –  su diversi capitoli di spesa, per cui numerosi osservatori convengono nel ritenere che l’importo effettivo delle spese militari U.S.A. ammonti a non meno di 900 miliardi di dollari annuo, anche per sostenere le spese di circa 400 basi militari all’estero e il terrificante equipaggiamento di testate termonucleari ammontante – secondo le valutazioni degli stessi scienziati americani – a circa 6800, di cui 1650 strategiche  e circa 150 non strategiche pronte per il lancio in qualsiasi momento. Certo nel frattempo russi e cinesi non sono rimasti a guardare e hanno proceduto ad una sorta di parziale bilanciamento; i russi, in particolare, hanno proceduto a dotarsi di un numero quasi equivalenti di testate, anche se permane una differenza di tutto rilievo in quanto Putin e i suoi dislocano le loro armi termonucleari sul territorio nazionale, conferendo quindi alla loro strategia una logica di difesa e di ritorsione in caso di attacco dall’estero, laddove invece gli americani hanno provveduto già da tempo a circondare la Russia di missili pronti al lancio dopo averli collocati in paesi “amici”, non facendo mistero dal valutare l’opportunità del ricorso della logica del “first strike”, abitualmente cara agli strateghi del Pentagono. E la prossima consegna della nuova bomba B61-12 e degli aerei F-35 agli alleati europei come Germania, Belgio, Olanda e naturalmente Italia si colloca organicamente in questa linea di tendenza, evidenziando semmai come il supposto “sovranismo” degli attuali governanti italiani si sia tradotto in men che non si dica in una più accentuata dipendenza dai centri decisionali statunitensi che continuano ad imporre scelte rischiosissime che espongono il nostro Paese ad eventuali ritorsioni come conseguenze delle opzioni militari e strategiche della potenza imperiale americana.

     Questo, per sommi capi, lo stato delle cose non proprio dei più rassicuranti.

     Per evitare l’eventuale coinvolgimento in evenienze del genere c’è un solo modo. Sviluppare un ampio

movimento di massa deciso a esigere: che gli Stati Uniti, sulla base del trattato di non proliferazione, rimuovano dal nostro territorio ogni arma nucleare; che cessi l’intesa intercorsa in sede N.A.T.O. che prevede la fornitura agli U.S.A. di piloti e aerei per attacchi nucleari; che sia posto termine alla nostra presenza nel Gruppo di pianificazione nucleare della N.A.T.O.; che sia sancita l’adesione dell’Italia al Trattato O.N.U. sulla proibizione delle armi nucleari.

Impegni per niente agevoli. Tuttavia non esistono scorciatoie.