PRENDOCASA COSENZA: quando l’umanità diventa scomoda

di Sinistra Anticapitalista Calabria

Suona un po’ grottesca l’imputazione formulata nei confronti delle compagne e dei compagni di Prendocasa Cosenza, i quali sarebbero accusati addirittura di “associazione a delinquere” finalizzata all’invasione seriale di immobili pubblici in disuso. Sappiamo bene che la pratica dell’occupazione a cui si fa riferimento ha come scopo quello di sottrarre al degrado e  all’abbandono degli stabili sfitti e senza alcuna utilità sociale al fine di poter garantire un tetto sulla testa a coloro che per lo Stato potrebbero continuare a dormire all’addiaccio nell’infinita attesa per l’assegnazione di un alloggio popolare.

Sono già in tanti coloro che in queste ore hanno sottolineato il paradosso che inevitabilmente si configura quando tali accuse vengono mosse in un contesto come quello calabrese in cui i rapporti tra politica e malaffare hanno una storia pluridecennale, quando si opera in una regione in cui il livello di benessere collettivo è ai minimi termini, con alcune delle maggiori città che si accaparrano ogni anno gli ultimi posti nelle classifiche nazionali relative alla qualità della vita. Ma non vogliamo soffermarci su tali aspetti, anche perché richiamare situazioni peggiori ed evocare livelli di malaffare dalle dimensioni abnormi potrebbe suscitare in qualcuno il sospetto che allora qualche reato, seppur di minori dimensioni, sia stato comunque commesso. Va di moda ultimamente appellarsi alle nefandezze peggiori compiute da altri per attenuare l’impatto sociale delle proprie miserie quotidiane, in termini di scelte politiche e di aggressione sociale, per cui scegliamo di cambiare prospettiva.

Per essere ancora più chiari: nel caso di Prendocasa non c’è nessun “peggio” a cui fare riferimento poiché non vi è alcun male commesso da chicchessia nei confronti di qualcuno!

Non c’è necessità di minimizzare la questione inquadrandola in un contesto politico maleodorante poiché le pratiche verso le quali si scagliano le accuse sono talmente onorevoli da rompere qualsiasi nesso con un’Italia sempre più razzista e reazionaria come quella in cui viviamo.

La questione è legale, ma il punto è politico. L’ex Ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha lasciato in eredità a questo rozzo governo strumenti teorici e operativi affinati per agire nei confronti della cosiddetta “area antagonista”, strumenti che ora trovano più ampia applicazione anche in virtù di un’esplicita compromissione dell’esecutivo con alcuni settori dell’ultradestra ai quali si dovrà pure compiacere. Da qualche anno a questa parte sono diventati obiettivo privilegiato quei compagni dai quali non si riesce a estrarre profitto politico, gli stessi in grado di mettere in discussione il modello sociale di riferimento, il cui assetto fondamentale sta proprio nella messa a profitto dei bisogni umani.

Siamo in atmosfera natalizia quindi crediamo sia utile fare il punto sulla declinazione del concetto di solidarietà. Sarebbe preliminarmente necessario chiedersi perché danno così fastidio questi “delinquenti” che agiscono a proprio rischio e pericolo senza chiedere un soldo a nessuno, anzi rimettendoci in tempo, energie e denaro. Non sarebbe più comodo chiedere qualche fondo per la creazione di un ambiente legalmente riconosciuto in cui la solidarietà si traduce in accoglienza di braccia e denaro? O meglio, per fare in modo che la disperazione e il bisogno rimangano una percezione distante e non troppo destabilizzante, non sarebbe forse più comodo armarsi di fratino d’ordinanza e cartellina per proporre uno sbiancamento della coscienza al costo di un piccolo prelievo mensile sul conto corrente? È bene specificarlo: nonostante molti volontari (spesso precari sottopagati) siano animati da onorevolissime intenzioni, e sebbene si riconosca l’importanza dell’attività svolta da diverse organizzazioni a cui anche molti di noi versano un contributo in denaro, se la pratica di solidarietà non si inquadra in una prospettiva politica di cambiamento, si resta nella carità, la cui forza risiede proprio nella mancata messa in discussione del modello socio-economico esistente. L’esaltazione del carattere “disinteressato” dell’atto caritatevole è funzionale proprio al mantenimento e all’accettazione più o meno consapevole e complice dello stato di cose, fatto, ahinoi, di fame e povertà sempre più diffuse.

Ecco, il punto è proprio questo,  la presa di coscienza collettiva, e non se ne fa mistero nelle notizie diramate a mezzo stampa relative all’indagine. Sembra infatti che, all’interno degli stabili occupati, Prendocasa stimolasse la partecipazione attiva ai momenti di piazza in cui si rivendicavano i diritti per la cui negazione ci si ritrovava obbligati a stare in occupazione.

La questione, dicevamo, è legale, per cui si affronterà questo ennesimo processo, sempre con la consapevolezza di non essere soli, e forti del riconoscimento e della legittimazione popolare di cui si gode. I governanti gioiscono degli attacchi alle occupazioni, ma si è sicuri che i propri rappresentanti territoriali abbiano sempre gestito la cosa pubblica in maniera integerrima? Se è così, nessun problema, ma i fatti – affermava qualcuno – hanno la testa dura, per cui a preoccuparsi di perdere la faccia pubblicamente dovrebbero essere coloro che hanno creato le condizioni per non lasciare altra scelta se non l’occupazione. Sinistra Anticapitalista esprime la massima solidarietà e il pieno sostegno alle compagne e ai compagni che hanno ricevuto le denunce in queste ore.