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Suicidio di Tiziana, anche per lei in piazza il 26 novembre

La morte di Tiziana Cantone sta portando alla luce in tutta la sua tragicità una forma di violenza che fino ad ora è stato comodo attribuire ad uso illecito e spregiudicato dei nuovi mezzi di comunicazione e in particolare dei social network. Questa però ha un nome ben preciso: slut–shaming. L’espressione fu coniata dalle femministe in tempi non sospetti, quando ancora non esisteva la gogna mediatica ma erano comunque forti il pettegolezzo e i pregiudizi che oggi affollano il web. In fondo le donne sono sempre state sotto processo se osavano trasgredire in maniera evidente i codici di condotta sessuale che la società e la morale impongono. Perché è di questo che si tratta: Tiziana è stata giudicata per le sue libere scelte e si è tolta la vita perché non esiste una giustizia che riesca ad evitare che video e foto privati diventino virali o che sia possibile cancellarne le tracce. Come per la violenza sessuale il NO della donna non è preso in considerazione per quello che è ma da chi abusa viene sempre offerta un’interpretazione diversa che serve da base per colpevolizzare la donne e assolvere i violentatori.

Tiziana non voleva che il suo video venisse diffuso ma non è stata ascoltata e il suo NO non è stato preso in considerazione. Può essere colpevole di questo il web? I colpevoli sono da altre parti, ben visibili nella società nella quale Tiziana, con il suo gesto estremo ci ha riportati. Una mattina ci siamo svegliati e ci siamo accorti di vivere in una società maschilista, sessista e sessuofobica, nella quale è bene che il sesso vada nascosto, meglio se tra le mura della propria casa e se in rapporti monogami ed eterosessuali.

Questa è la stessa società che mentre invoca misure drastiche e liberticide per chi usa illecitamente i social network per evitare che ci siano altri casi come quello di Tiziana, non dice una parola in difesa della giovane abusata a Melito di Porto Salvo e mette alla gogna la ragazza stuprata e filmata dalle “amiche” perché se la sarebbero cercata e non sono state attente e accorte.

Noi pensiamo che non servano leggi liberticide fatte in nostro nome, pensiamo che per rendere giustizia a queste tre donne e a tutte le altre che ogni giorno subiscono violenze, offese e oltraggi sia necessario costruire lottare contro la cultura patriarcale di cui la nostra società è imbevuta.

Nell’esprimere la nostra vicinanza alla famiglia di Tiziana e a tutte le donne che subiscono violenza, ribadiamo il nostro impegno per una forte partecipazione alla manifestazione del 26 novembre contro la violenza sulle donne. Per ottenere giustizia è necessario tornare ad essere protagoniste, ricominciare a riprendersi le strade e le piazze per ribadire che non sono le gonne troppo corte, non sono i raptus e la gelosia, non è l’amore, non sono le nostre scelte sessuali ad ucciderci ma sono maschi violenti.

Sinistra Anticapitalista per la libertà delle donne

Contro la cultura del controllo e del possesso delle donne e dei loro corpi