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Sinistra Anticapitalista e la “stagione referendaria”

Risoluzione del Coordinamento nazionale

Il coordinamento nazionale di Sinistra Anticapitalista, riunitosi il 2 e 3 aprile 2016, conferma il proprio Sì ai referendum per dire stop alle trivellazioni in mare, il sostegno alla raccolta di firme per i quattro quesiti referendari proposti per abrogare altrettante parti della “Buona Scuola” e la propria adesione al comitato per il No alla Riforma Costituzionale Renzi – Boschi, sulla quale si andrà al voto in ottobre e per l’abrogazione dell’Italicum su cui dovranno essere raccolte le firme.

Il 9 e il 10 aprile, con iniziative già programmate dai diversi comitati, è cominciata quella che in molti hanno già definito come la stagione dei referendum sociali che investono la scuola, la salvaguardia dell’ambiente e i beni comuni. Infatti oltre che per i quesiti sulla scuola, le firme verranno raccolte anche per altri due quesiti ambientali (uno per impedire il ricorso a future trivellazioni petrolifere sia in mare, anche oltre le 12 miglia, sia in terra e l’altro contro il piano nazionale inceneritori previsto dallo Sblocca Italia). A questi quesiti verrà affiancata una raccolta di firme su una petizione contro i decreti Madia in tema servizi pubblici, decreti che ripropongono la privatizzazione del servizio idrico in barba ai risultati referendari del giugno 2011.

La Cgil propone poi tre quesiti sul Jobs Act per i quali essa ha deciso di intraprendere un percorso autonomo rispetto ai referendum cosiddetti sociali.

Questa settimana lavoreremo sui territori per la riuscita del referendum del 17 aprile contro le trivellazioni; saremo nei luoghi di lavoro, davanti alle università e alle scuole, nei mercati e tra le gente invitando tutti/e a recarsi alle urne e a votare sì non solo per abrogare la norma che consente alle società, già titolari di permessi e concessioni, di sfruttare un giacimento entro il limite delle 12 miglia marine anche oltre la scadenza, ma anche per sostenere un modello produttivo ed energetico anticapitalista ed ecosocialista. Ribadiamo così la nostra opposizione allo sfruttamento delle fonti di energia fossile, causa primaria del riscaldamento del pianeta e dei danni irreparabili alla salute e agli ecosistemi.

Sosterremo i referendum sociali con iniziative di sensibilizzazione rispetto ai temi proposti.

Pur sostenendo lo strumento referendario, pensiamo che la stagione referendaria non può essere un sostituto delle lotte e della ricostruzione della mobilitazione sociale contro le politiche di austerità nel nostro paese e contro il governo Renzi. La riuscita dei referendum infatti dipende anche da questo se non vogliamo seminare nuove illusioni tra la gente. Per questo motivo, riteniamo che il dibattito che nascerà intorno ai temi proposti dai quesiti referendari debba fortemente caratterizzarsi sul piano sociale, per coinvolgere così anche tutte e tutti quei cittadini che sentono su di loro il peso della aggressione alle proprie condizioni di vita e di lavoro scatenata in nome dell’austerità e del rimborso del debito.

Più articolato è il giudizio rispetto ai tre quesiti referendari sul Jobs Act proposti dalla Cgil.

La presentazione dei tre quesiti che chiedono la cancellazione del lavoro accessorio (voucher), la reintroduzione della piena responsabilità solidale in tema di appalti e una nuova tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per tutte le aziende al di sopra dei cinque dipendenti, è strettamente legata alla proposta di legge di iniziativa popolare che la Cgil avanza con la Carta dei diritti e sulla quale comincerà la raccolta firme l’8 ottobre 2016, conclusa la raccolta firme sui tre quesiti referendari.

I quesiti referendari sono radicali e largamente condivisibili, anche se ci chiediamo perché non siano stati estesi anche ad altri articoli fortemente regressivi contenuti nel Jobs Act, come quelli sul demansionamento e sul controllo a distanza dei lavoratori.

Ma i motivi delle nostre riserve si chiariscono soprattutto leggendo il passaggio della delibera dell’ultimo direttivo della Cgil che afferma che «la scelta referendaria, a carattere eccezionale e straordinario, è coerente ed è unicamente finalizzata al sostegno della Proposta di Legge di iniziativa popolare che la Cgil avanza con la “Carta”, che è e rimane il cuore e la finalità dell’iniziativa decisa dalla Cgil» cioè una una “carta dei diritti” tutta costruita intorno all’accettazione degli accordi del 10 gennaio 2014 tra sindacati confederali e confindustria rispetto ai quali abbiamo espresso in diversi articoli pubblicati sul nostro sito anticapitalista.org il nostro dissenso. È sulla base di quell’accordo che oggi si costruisce un’inedita unità tra CGIL, CISL e UIL, volta a progettare un sindacato basato sull’erogazione di servizi individuali e sulla bilateralità con i padroni. Al momento i frutti di questa strategia sono il rinnovo al ribasso di molti contratti di settore e il raffreddamento delle mobilitazioni, scelta che peraltro ha bloccato gli scioperi contro il Jobs Act dell’autunno 2014 e per la Buona Scuola della primavera 2015.

La Carta de diritti punta, seppure con timidezza, all’estensione dei diritti, ma in un quadro di accordi di forte compressione degli spazi di azione per la conflittualità nei luoghi di lavoro. I referendum perciò rischiano di essere solo uno specchio per allodole a disposizione dalla burocrazia CGIL per tentare di ridare smalto e identità ad una linea che si è dimostrata fallimentare sotto tutti i punti di vista. E rischiano di trasformarsi in una merce di scambio per ottenere dal parlamento una legificazione degli accordi su rappresentanza e esigibilità.