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Fiom, verso la sanzione contro gli operai combattivi?

Leggi l’articolo di Eliana Como “4/11/2006, “Stop precarietà ora!”: quando la Fiom sfidava le burocrazie interne con i sindacati di base”

di Franco Turigliatto e Andrea Martini

Siamo di fronte ad un’evoluzione particolarmente drammatica delle vicende sindacali che chiamano in causa non solo gli orientamenti di fondo dei gruppi dirigenti del maggior sindacato italiano (vedi in proposito l’articolo di Andrea Martini) e le piattaforme contrattuali tra cui quella della FIOM (vedi il giudizio dell’area “Il sindacato è un’altra cosa”) ma anche la vita interna democratica della principale organizzazione di categoria italiana, la Fiom, storico punto di riferimento sindacale, ma anche politico, per vasti settori sociali e di lavoratori.

Quanto sta accadendo in Fiom nelle ultime settimane, con particolare riferimento agli stabilimenti del Sud ex Fiat, oggi FCA, è abbastanza inquietante e dovrebbe attirare l’attenzione (e la preoccupazione) di tutti coloro che hanno a cuore la costruzione della mobilitazione e della partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori in questa fase particolarmente difficile per il movimento operaio.

L’arrivo di Marchionne nel 2004 alla direzione della Fiat ha segnato, dopo una prima fase interlocutoria, una violenta accelerazione dell’attacco padronale segnata da durissime ristrutturazioni con la chiusura di tre stabilimenti, dall’uscita dalla Confindustria della Fiat, dalla sua integrazione nella Chrysler, con il conseguente trasferimento oltreoceano, ma soprattutto dall’introduzione di un nuovo sistema di sfruttamento, dall’imposizione di nuove regole nel rapporto capitale e lavoro e da un contratto di lavoro specifico e penalizzante per i lavoratori di quell’azienda.

La direzione della Fiom non riuscì in questa durissima guerra, nonostante i tentativi iniziali, a tenere uniti i diversi stabilimenti; nemmeno il voto operaio di Pomigliano e di Mirafiori nel 2010-2011, riuscì ad evitare una sconfitta che fu pesantissima e spinse il gruppo dirigente Fiom a fare un drammatico passo indietro accettando le condizioni capestro imposte da Marchionne nello stabilimento “modello” della Bertone, ora diventata Maserati, a Torino.

Sarebbe stato necessario riconoscere l’esistenza e la portata di questa sconfitta, che per altro rapidamente si era trasmessa sull’insieme dei rapporti di forza della categoria, di aprire una discussione franca, democratica e partecipata tra i lavoratori per capire come provare a risalire la china, su quali obiettivi, attraverso quali mobilitazioni; invece il gruppo dirigente Fiom cominciò una marcia involutiva verso le posizioni della CGIL della Camusso (al di là dello scontro tra i dirigenti) negando la sconfitta stessa, accontentandosi dei parziali successi ottenuti nelle elezioni degli RLS in diversi stabilimenti, ma soprattutto credendo di poter sopperire, attraverso una certa credibilità politica mediatica, al deterioramento dei rapporti di forza sui luoghi di lavoro, ingigantiti con la cancellazione dello statuto dei lavoratori e l’arrivo delle regole del Jobs Act.

E’ in questo contesto che negli stabilimenti del Centro Sud, da Pomigliano alla Sevel, da Melfi a Termoli, gli uomini di Marchionne hanno cercato di aumentare sempre più lo sfruttamento dei lavoratori grazie ai nuovi ritmi del sistema Ergo-Uas, imponendo a loro piacimento gli straordinari il sabato e la domenica, con condizioni e carichi di lavoro insopportabili per i lavoratori e con ripercussioni drammatiche sulla loro salute, come già si era potuto constatare nella diffusione delle malattie professionali alla Maserati di Torino.

In una prima fase la direzione Fiom ha provato a contrastare questo assalto e a dare indicazione dello sciopero contro gli straordinari, trovandosi naturalmente di fronte una FCA che utilizzava tutti gli strumenti di ricatto a sua disposizione e il vasto fronte politico mediatico che la sostiene in ogni occasione, e le altre organizzazioni sindacali, sempre disponibili ad assecondare le scelte padronali. Alla fine la direzione della Fiom ha rinunciato a dare continuità a questa lotta. Non così i tanti delegati e lavoratori che non hanno condiviso questa scelta, che vivono direttamente questa condizione di sfruttamento e che hanno sostenuto che non si poteva ripiegare, che bisognava cercare di resistere e quindi continuare questa sacrosanta battaglia contro gli straordinari, garantendo quindi la proclamazione dello sciopero il sabato e la domenica per permettere ad ogni lavoratore la possibilità di non venire in fabbrica nei giorni di riposo.

E’ una battaglia che non ha certo trovato eco sui giornali, ma che non ha avuto neanche il sostegno di tante forze di sinistra sempre meno interessate alle lotte reali, subordinate e condizionate dai gruppi dirigenti della CGIL e della FIOM, per cui le scelte di queste ultime avrebbero una validità in sé.

Le delegate e i delegati della sinistra sindacale delle aziende FCA hanno fatto quello che da sempre si cerca di fare in queste difficili situazioni: unire i lavoratori, ricercare l’unità con tutte le forze sindacali disponibili per rendere più forte e partecipata l’iniziativa di mobilitazione; hanno costruito un coordinamento di tutte/i quelle/i che condividevano l’obiettivo preciso e specifico di contrastare il modello Marchionne e fermare le imposizioni della FCA, un coordinamento delle delegate e dei delegati, delle lavoratrici e dei lavoratori della diverse fabbriche e dei diversi sindacati disponibili alla lotta.

Di fronte a queste dinamiche di una dura lotta di classe, alcuni dirigenti Fiom del Molise e della Basilicata hanno pensato di attribuire le responsabilità delle difficoltà della fase all’azione di lotta dei delegati, chiedendo con una azione repressiva interna alla stessa Fiom, interpellando gli organismi disciplinari della CGIL, considerando la partecipazione al coordinamento di lotta contro il modello Marchionne incompatibile con l’adesione alla CGIL. Si tratta di una vergognosa richiesta di espulsione nei confronti di tantissime RSA FIOM di Termoli (la maggioranza delle delegate e dei delegati), di Melfi, della Sevel, e altri compagni di diversi stabilimenti FCA.

La vicenda è gravissima e ha dell’incredibile perché è rivolta contro compagne e compagni riconosciuti, rappresentativi dei lavoratori, compagni che, come quelli di Melfi, furono già oggetto negli scorsi anni della repressione Fiat, con varie misure di licenziamento poi rientrate grazie alla lotta e alla mobilitazione dei lavoratori e dell’opinione pubblica. Come si può chiedere l’espulsione dalla FIOM CGIL di coloro che lottano e che scioperano, che provano a reggere la sfida della Fiat?

Ma c’è di peggio. Nel Comitato Centrale della Fiom, infatti, si è posta la necessità di operare alcune sostituzioni e integrazioni: la presidenza si è rifiutata di prendere in considerazione la candidatura, proposta dalla sinistra, l’area “il sindacato è un’altra cosa” del compagno Mimmo Destradis delegato RSA di Melfi, esponente ed animatore del comitato unitario di lotta, proprio in relazione alla denuncia operata contro di lui, denuncia di cui nessuno fino a quel momento era a conoscenza, compreso lo stesso interessato. Dunque, l’azione dei due sindacalisti di Molise e Basilicata avrebbe potuto essere un gesto improvvido di due aspiranti burocrati, incapaci a fronteggiare una realtà difficile della lotta di classe. Ma quanto è avvenuto nel Comitato Centrale dimostra che la malattia interna è molto più grave e coinvolge direttamente il gruppo dirigente nazionale della Fiom.

Un atto gravissimo, rivolto contro il diritto delle minoranze, sancito dallo Statuto, di scegliere i propri rappresentanti negli organismi dirigenti, un atto gravissimo condotto contro l’idea stessa del sindacato come strumento democratico, di lotta e di partecipazione.

Che messaggio si indirizza ai lavoratori,  quando la segreteria Fiom dimostra di voler sanzionare chi è in prima fila nella battaglia contro i ricatti e contro il modello insopportabile di sfruttamento della FCA di Marchionne?

Questo atteggiamento corrisponde a una logica drammatica che va combattuta. Il gruppo dirigente Fiom è indebolito non solo dal violento attacco padronale, ma anche dalle scelte che ha fatto, dalla rinuncia nell’autunno del 2014 alla lotta contro il Jobs Act, dall’aver condiviso la decisione della CGIL di interrompere la mobilitazione dopo lo sciopero del 12 dicembre, dalla ricerca spasmodica di “rientrare nel gioco”, cioè di tentare di ricomporre l’unità con Fim e Uilm, producendo una piattaforma contrattuale inadeguata, del tutto compromissoria, che per altro non ha evitato che la Federmeccanica presentasse la sua piattaforma “vogliamo tutto” (vedi dichiarazione sinistra sindacale).

E’ una Fiom indebolita dal fallimento della proposta velleitaria di una “coalizione sociale” del tutto sganciata da ogni ipotesi di concreta mobilitazione sindacale e di classe.

In queste situazioni, come purtroppo drammaticamente si è visto in passato, la logica politica dell’apparato burocratico, se non trova adeguati contrappesi, è spinta a risolvere le proprie difficoltà colpendo a sinistra, cercando di liberarsi di chi ne mette in luce gli errori compiuti e prova ad indicare altri percorsi contrattuali e sindacali.

La direzione Fiom sembra voler imboccare questa strada inaccettabile, sembra non voler più confrontarsi politicamente con le posizioni della minoranza interna di sinistra, vuole utilizzare metodi direttamente repressivi e burocratici.

Nell’esprimere la nostra piena solidarietà a Domenico Destradis e a tutte le compagne e i compagni minacciati di sanzioni, chiediamo a tutte le forze della sinistra, a tutti coloro che vogliono contrastare le politiche dell’austerità e l’attacco dei padroni di intervenire, di chiedere che la scelta repressiva e disciplinare della Fiom e della CGIL sia subito interrotta, che si torni ad essere coerenti con gli obiettivi di fondo e con il metodo democratico di una organizzazione sindacale e di classe. Chiediamo alla direzione della Fiom di chiudere subito questa brutta pagina che sta scrivendo, di fermarsi prima del baratro, di non macchiare la propria storia di lotta e le tante battaglie combattute insieme alle lavoratrici e ai lavoratori.